"Il mio nome è legione" di Demetrio Paolin
Il Male, nostro compagno di rotta. Il Male, più ancora, dentro di noi, come una polvere nel sangue, un ingrediente minerale delle ossa. Il Male così quotidiano da risultare invisibile agli occhi. Di epifanie del Male s'occupano, da sempre, religioni e letterature. Anche le cronache hanno pretesa d'occuparsene, percorrendone la superficie ma eludendo, per intento e per struttura, ogni domanda fondamentale: cos'è il Male? Da dove viene? Come si situa in noi? Cosa lo alimenta? A nessuna di queste domande sfugge "Il mio nome è legione" (Transeuropa, pp. 140, euro 12,90), il bel romanzo di Demetrio Paolin, classe '74, torinese di madre reggina, al suo terzo libro secondo un percorso in qualche modo "necessario", dopo il romanzo d'esordio "Il pasto grigio" (Untitled Editori) e il saggio "Una tragedia negata" (Vibrisselibri/Il Maestrale). È sempre stato un esploratore del Male, Paolin: il male piatto e grigio che infiltra la vita d'un killer di professione, metodico e dedito come un qualunque impiegato, nel primo romanzo; il male declinato nelle forme epocali della lotta armata nel saggio sulla narrativa degli Anni di Piombo, la "tragedia negata" di cui la letteratura, singolarmente, mette in scena una sorta di protratta, continua rimozione. Ora appare chiaro che si trattava d'altrettante tappe d'un discesa (o forse è una risalita) agli inferi che si compie con "Il mio nome è legione", che fin dal titolo annuncia il proprio oggetto e la propria forma (il riferimento è ai Vangeli di Marco e Luca, che narrano l'incontro di Gesù con un indemoniato: quando Gesù chiede «qual è il tuo nome?», la risposta è «Legione, perché siamo in molti»): è un oggetto scabroso, difficile e che sembra eliso dalla narrativa contemporanea, che piuttosto sembra compiacersi delle narrazioni spicciole del Male, delle sue declinazioni di cinismo o granguignol, senza andare oltre la superficie; è una forma singolare ed ellittica, dove gli accadimenti sono assolutamente secondari, sono parti fluttuanti della coscienza del narratore, che si chiama Demetrio e fa il giornalista, esattamente come l'autore, col quale coincide compiutamente e per nulla. Con una scrittura asciutta e in qualche modo esatta, priva di compiacimento e risonanze liriche, ma che apre talora vie di fuga in un parlato volutamente "basso", in un sottotono accuratamente calcolato, Demetrio racconta la morte del padre, la malattia del fratello, il suicidio del ragazzo Tomacek, ma anche un viaggio in treno, una passeggiata con la madre, la corrispondenza con la collega Giulia: tutto quel che ci accade – a noi tutti che siamo Legione, al nostro io che è plurimo e singolo assieme – è intriso di quel Male che ci accompagna, e che non ha bisogno d'essere agito per esistere. Fa parte di noi. Questa sorda consapevolezza cresce di capitolo in capitolo come una nube temporalesca, s'addensa sul nostro capo di lettori e non si risolve nell'ultima pagina: non ha qualità consolatorie, la scrittura di Paolin. E forse per questo è una scrittura necessaria, come ha sottolineato Giuseppe Genna, che del romanzo di Paolin è stato convinto assertore, parlandone come di "un oggetto narrativo urgente". Il Male è necessario, è connaturato, e dunque tanto più vale il Bene che possiamo costruire, sembra dire – senza per questo consolarsi o consolarci – Paolin: il bene di accettarsi, custodire pur sempre il nocciolo duro d'amore che ci è dentro, attraverso la pratica, anche quella millenaria ed evangelica, del servire l'Altro: «è un gesto che ripaga: spogliarsi di sé e della propria reputazione è un atto di liberalità smisurata». Inoltre, questo libro è un felice esempio di scrittura sostenuta dalla Rete. Paolin fa parte dell'emerito gruppo di Vibrisselibri, fondato da Giulio Mozzi per propagare e sostenere quelle scritture che, nel consueto meccanismo editoriale, potrebbero non avere spazio e attenzione. Scritture che vengono coralmente vagliate dal popolo della Rete, che si propagano coi mezzi nuovissimi dei booktrailer, vere e proprie forme d'arte (molto bello quello de "Il mio nome è legione", realizzato da Gianfranco Grenar). A pensarci, per la Rete, e le sue identità corali e pulviscolari, vale lo stesso: anche il loro nome è Legione.
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