Da: Poetrydream del 04/06/2020

Segnalazione

di Antonio Spagnuolo

 

Il ritmo pacato che offre la poesia sembra quasi il sussurro di una preghiera recitata timidamente fra le pareti domestiche, “davanti allo specchio” che riesce a riflettere i lineamenti senza alterare sagome. “Ogni giorno mi sento/ travolto da volti ignoti/ e violenti, dal parlare stravolto,/ a me che conosco il piacere della parola,/ e covo l’inespresso desiderio/ di un silenzio profondo.” Timidamente le frasi hanno il tepore del sognato.
Il linguaggio si dispone in modo da designare delle cose, stati di cose o azioni, secondo un insieme di sensazioni, implicite e soggettive, con un preciso tipo di riferimenti o di presupposti. Non indica soltanto cose ed azioni, ma riscrive atti che assicurano un rapporto con il lettore tale da delineare illusioni o speranze nella semplice suggestione della parola.
Un particolare afflato offre la seconda sezione “Giuseppe”, nella quale il poeta cerca di raccontare, nel ritmo incalzante dei versi, una personale versione della storia sacra. Incontro di Giuseppe e Maria, la nascita, la mangiatoia, l’angelo, Erode, i desideri di un padre, con il tepore delle sfumature che arricchiscono il dettato. Dedicando ai luoghi e alle persone esperienze che riaffiorano dai ricordi destinati ad essere fissati nel verso.
Ancora suggestioni appaiono nella terza sezione, “il mio sereno anonimato”, nella quale Jacopo Pellegrini riversa percezioni o registrazioni immerse nell’orientamento vago dell’inconscio. Una volontà rappresentativa che rasenta la commozione per quelle sue zone di contatto umano, di sfioramento della realtà, tratteggiando un dialogo ricco di varianti, che incidono nella mente e riescono a rivelare tratteggi della debolezza terrena.
 
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