Da: Il Messaggero del 28/11/2010

Valanga di e-book, il business è appena cominciato
di Luca Ricci

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Da: aut aut del 01/09/2010

Mimesi ed emancipazione
di Gaetano Chiurazzi

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Da: Acta Philosophica del N. 17 anno 2008

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Da: La Repubblica del 26/05/07

Ragione e fede
"Brevi, schede e richiami" de l'Almanacco dei libri di Repubblica

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Da: La Repubblica del 15-05-07

Quel potere sovrano esercitato dai Papi
Libri segnalati sull'argomento

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Da: La Sicilia del 08/05/07

Tra Vattimo e Girard un assoluto di troppo

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Da: IL TIRRENO del Maggio 2007

“Fede e ragione, Vattimo dialoga con Girard”
La fede, la laicità, le radici cristiane, il ruolo del messaggio evangelico nella storia dell'umanità, e di seguito il relativismo, il problema della violenza, la sfida della ragione sono i cardini di un dialogo intenso tra il filosofo italiano Gianni Vattino e il filosofo francese René Girard...
La fede, la laicità, le radici cristiane, il ruolo del messaggio evangelico nella storia dell'umanità, e di seguito il relativismo, il problema della violenza, la sfida della ragione sono i cardini di un dialogo intenso tra il filosofo italiano Gianni Vattino e il filosofo francese René Girard, nel libro "Verità o fede debole? Dialogo su cristianesimo e relativismo", edito dalla casa editrice massese Transeuropa.  E Gianni Vattimo sarà oggi pomeriggio alle 18 alla Feltrinelli di Firenze per presentare il volume e discutere del delicatissimo tema, anche alla luce delle continue polemiche intorno al ruolo del Vaticano nello Stato laico italiano, riaccese dal palcoscenico del concertone del Primo maggio dalla satira di Andrea Rivera.  Il volume di Vattimo e Girard" raccoglie dieci anni di confronto tra i due pensatori su uno dei dibattiti più accesi della contemporaneità. Il testo, a cura di Pierpaolo Antonello, presenta tré inedite conferenze che hanno visto i due autori confrontarsi sui punti più radicali del loro pensiero. In più, un saggio di Gianni Vattimo mai pubblicato prima in lingua italiana, e un saggio di Rene Girard apparso in Italia solo su una rivista specializzata. "Il cristianesimo - avverte René Girard nel porre le basi del dibattito, a differenza delle religioni primitive, dimostra che la vittima non è colpevole e che i persecutori non sanno quello che fanno quando accusano ingiustameme “questa vittima”. Ma Vattimo controbatte: " Il cristianesimo non avrà introdotto nel mondo qualche cosa che addirittura dovrebbe consumare anche l'apparato chiesastico? Se l'ortodossia cattolica dichiara che non si può abortire, se non si può sperimentare sugli embrioni, questo non è un permanere di una certa violenza della religione naturale, dentro il quadro di una religione storico-positiva che ha svelato soltanto l'amore?"  Ma pur partendo da presupposti teorici differenti (l'antropologia cristiana di Girard, e la filosofia laica di Vattimo), le risposte dei due pensatori rimandano continuamente alla condivisione di alcuni valori e a un comune atteggiamento di dialogo.

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Da: MOSAICO DI PACE del Aprile 2007

“Verità o fede debole? Dialogo su cristianesimo e relativismo ”
Fra le tante "guerre di religione", vere o finte, che anche nel nostro paese connotanoil dibattito filosofico...

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Da: ALIAS Supplemento de IL MANIFESTO del 20/01/2007

“Non dimenticare il linciaggio fondatore. Due titoli su «fatti storici» e secolarizzazione”
«La voce inascoltata della realtà» e una polemica con Vattimo: René Girard a favore dell'«oggettività» del Cristianesimo contro post-nicciani e decostruzionisti.
Due volumi usciti quasi in contemporanea sembrerebbero esprimere la più recente preoccupazione di ermeneutica René Girard, il tentativo di rivendicare la forza dei fatti a fronte delle sfide poste da filosofia ermeneutica e decostruzione. Non sorprende quindi che i saggi riuniti in La voce inascoltata della realtà, a cura di Giuseppe Fornari (Adelphi,pp.271,€ 26,00), siano usciti tutti in inglese, a mostrare la loro natura di contrappunto polemico nei confronti di un modus di comprensione della realtà molto in voga nei dipartimenti di letterature comparate delle università americane e improntato sul motto nicciano «non esistono fatti ma solo interpretazioni». E non sorprende d'altra parte che una nutrita massa di energie sia stata spesa da Girard per controbattere a un rappresentante autorevole della sponda ermeneutica,Gianni Vattimo. Il volume Verità o fede debole? Dialogo sul Cristianesimo e relativismo (Transeuropa, pp.XXVIII+98,€ 10,00; info@transeuropalibri.it),molto ben curato da Pierpaolo Antonello, si propone di mettere in sequenza le tappe (articoli e conversazioni qui trascritte) del lungo dialogo fra i due autori. Girard marca il proprio dissenso con le filosofie cosidette post-nicciane, in nome di una concezione fortemente realista secondo cui il dubbio in merito all'esistenza dei ‘fatti' sarebbe organico alla stessa strategia mistificatoria di una comunità che sempre fa quadrato intorno ai ‘persecutori' cancellando le tracce dei loro misfatti. Ciò che per Girare rischia sempre di perdersi è il racconto di quel linciaggio fondatore che sarebbe all'origine di ogni ordine sociale e che consisterebbe in una violenza perpetrata senza una ragione precisa contro vittime innocenti, capri espiatori appunto, ma una violenza che la comunità percepisce come giustificata,come un atto di giustizia contro vittime colpevoli. E' facile vedere come le filosofie post-nicciane in genere, con il loro scetticismo di principio nei confronti dei ‘fatti', tendano a sfumare la realtà di quel linciaggio in una vaga rendicontazione di seconda mano, in cui diventa difficile accertare lo status di vittima e la sua versione radicalmente alternativa dei fatti. Girard vuole insomma spezzare il consenso di individui epistemicamente solidali nel ritenere la vittima colpevole dei mali che affliggono la comunità, avvertendoci che quando la persecuzione funziona a regime ciò che un osservatore esterno vede è una condizione di invidiabile felicità ermeneutica in cui la vittima perde il suo status di vittima. La vittima non è infatti più percepita come tale nel momento in cui ha sottoscritto la versione dei fatti proposta dalla comunità intera:come kafkiano K., consigliato alla signorina Leni, la vittima deve fare una confessione con cui rinuncia a tutti i privilegi epistemici che il Cristianesimo avrebbe restituito, secondo Girard, a tutti coloro che al mondo soffrono la stessa condizione.  Il rischio, per Girard, è quello di vedere i fatti sfocarsi sotto la lente delle filosofie post-nicciane, chiuderci in un mondo di convinzioni circolari, trasformarci in «piccole divinità cartesiane, senza più riferimenti e certezze al di fuori di noi stessi». Sostenere che non vi siano fatti nell'universo naturale in cui i persecutori seminano vittime, cancellando assolutamente le tracce della propria persecuzione, significa eliminare alla radice la possibilità che l'interpretazione fornita dalla vittima possa rivendicare una diretta aderenza alla realtà. In questo senso Girard non esita a definire questo riferimento diretto alla realtà che molta filosofia contemporanea vorrebbe dissolvere in un nulla di fatto metafisico come la sua ‘voce inascoltata', inascoltata perché è proprio sul silenzio imposto dai persecutori, in nome dl tipo di filosofia del dialogo e del consenso alla comunità caldeggiata,ad esempio dagli ‘amici' di Giobbe (si veda il volume edito da Adelphi L'antica via degli empi ), che si regge il grandioso meccanismo persecutorio che Girard vuole smascherare. Come Girard sostiene in La voce inascoltata della realtà, qui il «punto di vista dei linciatori che interpretano il linciaggio da loro compiuto risolve ogni difficoltà», in altre parole la loro interpretazione ha quella funzione terapeutica che consente poi di salutare il consenso all'interno della comunità come un progresso morale; ma «va da sé che questo punto di vista non potrebbe esistere senza dei linciatori e un linciaggio reali». In questa che parrebbe una fase di ricapitolazione del proprio pensiero ad usum alumnorum, Girard sembra essenzialmente impegnato a sostenere che dietro ad ogni apologia del consenso si cela una difesa del modus operandi dei persecutori e che solo una piena rivendicazione epistematica dell'oggettività della realtà può consentire di capire la natura surrettizia di una pseudo-verità ottenuta per via ermeneutica.  Il volume edito da Transeuropa contiene un saggio (l'ultimo) esemplare per chiarezza, in cui Girard compendia la sua posizione in difesa dell'oggettività della realtà in polemica con Vattimo. Lo spunto polemico nasce dalla critica alla posizione di Vattimo, che da una parte accoglie l'apologia girardiana del Cristianesimo e dall'altra ne sottolinea l'incompletezza, dovuta a un resto di metafisica di cui Girard sembrerebbe incapace di liberarsi (quando invece quel resto, come questi due volumi intendono mostrare, è il perno su cui si incardina la teoria girardiana del capro espiatorio). Questa residua metafisica giustificherebbe,a giudizio di Vattimo, i divieti di cui è infarcito il catechismo della Chiesa Cattolica, divieti che altro non sarebbero che dei resti di un sacro ancora inestirpato o comunque dei limiti necessari «che le religioni arcaiche imponevano». Vattimo interpreta ogni limite alla mia libertà che non sia una mera regola formale (il riferimento è alle «regole del traffico») come un residuo di sacro, mentre Girard giudica come ‘sacro' proprio questa disposizione psicologica a desiderare illimitatamente. Sono infatti questi soggetti ancora desideranti (nonostante la rivelazione che la violenza perpetrata nel mondo sia «senza una ragione») a non avere ascoltato e interiorizzato la ‘voce' della realtà, a non essere pienamente introspettivi, a non avere accolto cioè l'invito del Regno, direbbe Girard «senza riserve mentali»: essi continuano a desiderare nonostante lo svelamento apocalittico della violenza di cui ogni mimesi è inevitabilmente portatrice, e desiderano proprio mimeticamente. Dunque la libertà difesa da Vattimo è, in fondo, una libertà di desiderare mimeticamente, una libertà quindi foriera di sacro e di violenza. Basti pensare che l'esempio di Vattimo come di un caso che si oppone alla piena affermazione della caritas (ovverosia della forza demistificatoria e liberatrice del cristianesimo) è quello del sacerdozio femminile. Come del resto sa molto bene Girard, che infatti parla dello spirito della révolte (che è un pò il nome nobile della mimesi) che avrebbe «persino raggiunto il clero cattolico». Ma qui allora ‘sacro naturale' è la resistenza della Chiesa ad accettare il sacerdozio femminile o non piuttosto l'ostinazione ‘mimetica' delle aspiranti sacerdotesse? Si può risolvere la questione, come è di moda in Italia in casi del genere, proponendo di dirigere fra girardiani di destra e girardiani di sinistra,oppure,con un pò di umiltà, sospendere semplicemente il giudizio su un autore non certo organico all'ortodossia cattolica (nonostante le sue frequenti apologies ), evitando di trasformarlo in un autore politico (non lo è) e magari ripensare, cogliendone la grandezza e anche i limiti,la sua più importante innovazione teorica: la sua interpretazione radicale dei rapporti tra Cristianesimo, secolarizzazione e modernità.
di Roberto Farneti

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Da: LA STAMPA del 06/01/2007

IL CAPRO ESPIATORIO E' LA SOLA GRANDE COSA”
Una ricerca che mira a cogliere il principio cardine della nostra cultura: la vittima e la violenza.
Il mondo dei miti, degli eroi,delle divinità, delle leggende è un universo già scritto, «un insieme di testi amabili, simpatici, allegri, pieni di vita» che va interpretato. Sennonché, quando si parla di «innocenza » dei miti si conta sul fatto che non hanno coscienza della loro natura violenta. «Ogni mito è in realtà una Passione fallita», ammonisce René Girard riferendosi alla Passione di Gesù, la Passione che ha svelato il fondamento delle altre rimaste oscure. Ogni mito è dunque un racconto di abbellimento di un fatto dietro il quale i persecutori nascondono la violenza perpetrata ai danni della vittima facendo credere che si tratta di una volontà divina o del destino. Alle spalle degli dei e degli eroi dell'Olimpo greco, prosegue lo studioso, si nasconde infatti un mondo di perseguitati: donne, bambini, vecchi, stranieri, minorati, balbuzienti, zoppi, lebbrosi, emarginati di ogni tipo, paria e pharmakoi, accusati di incesti, parricidi, stupri, fornicazioni bestiali e altri misfatti, vittime arbitrariamente ritenute colpevoli di disordini sociali, vittime che poi, dopo essere state linciate, sono state trasfigurate dal doppio transfert in divinità, le stesse a cui, una volta pacificate, le comunità offrivano sacrifici cercando di accontentarle credendole salvifiche. «Apollo stesso non doveva essere al principio che un demone della peste».  ANTROPOLOGO - DETECTIVE  A ricordarci che sullo sfondo di ogni riconciliazione campeggiava la figura dolente della vittima e che tragedia vuol dire «lamento del capro», è sempre lo studioso francese, l'antropologo-detective che sembra aver aggiornato il vecchio principio guida del «cherchez la femme» degli ispettori di un tempo con quello più attuale e sinistro del «cherchez la victime».  Il titolo del suo ultimo libro pubblicato in italiano, La voce inascoltata della realtà, suona come il memorandum che ne ha ispirato tutta l'opera: da Menzogna romantica e verità romanzesca a Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo a La violenza e il sacro, a Il capro espiatorio, a L'antica via degli empi, a Vedo Satana cadere come la folgore a La pietra dello scandalo a Origine della cultura e fine della storia, a La vittima e la folla a Miti d'origine. La sola citazione dei titoli è indicativa del ricorrere di una ricerca rivolta alla decifrazione del principio attorno al quale secondo Girard si è strutturata la nostra cultura: la vittima e la violenza. Il fatto è che Girare si conferma, come lo ha definito Roberto Calasso, uno degli ultimi porcospini oggi sopravviventi secondo la tipologia che Isaiah Berlin ha sottilmente derivato dal verso di Archiloco:«La volpe sa molte cose, ma il porcospino sa una sola grande cosa». E la sola grande cosa che Girard sa si chiama capro espiatorio.   DAI VANGELI A DOSTOEVSKIJ  Attenendosi all'ossatura del suo pensiero, è dunque vero e possibile che il desiderio di cui siamo costituiti è essenzialmente assenza e mancanza, carenza di quel qualcosa che ci viene fornito dal prossimo, quel qualcosa di irrimediabilmente copiato, pertanto, dai modelli che scegliamo di volta in volta, chiedendo loro aiuto, con il loro desiderio, di riempire di sostanza il vuoto del nostro volere? Pezzo per pezzo, dal desiderio mimetico sopra descritto alla rivalità mimetica che ne deriva, per arrivare al conflitto mimetico che si scatena quando si è più di uno a desiderare la stessa cosa, alla crisi, anch' essa mimetica o dei doppi e di «tutti contro tutti» - dove mimetico vuol dire modellato su, simile a, -, Girard ricostruisce l'edificio mimetico delle relazioni interpersonali, secondo la teoria dell'uomo che egli ha tratto, trovandola descritta, dalla lettura dei grandi romanzi e dei grandi testi della religione. Il Don Chisciotte, Madame Bovary, Il rosso e il nero e i Vangeli sono pertanto le grandi macchine rappresentative, quando non satiriche come Le memorie del sottosuolo, che egli rilegge rintracciando i passi nascosti del desiderio mimetico. Sennonché, quando ogni speranza è perduta e tutto sembra dover precipitare in una catastrofe finale di vendette reciproche e di violenze simmetriche, ecco delinearsi il salvataggio, il principio di differenza, ciò che come un miracolo si stacca dal fondo confuso e indistinto dell'uniformità mimetica e distruttiva, la vittima. Incolpata di essere causa di ogni male, fonte di nefandezze, essa si trasfigura istantaneamente nel suo contrario della divinità a cui, quando sarà il momento, si offriranno i doni del sacrificio commemorativo e rituale. Recensire Girare vuol dire ammettere con un certo stupore che il suo pensiero può ridursi ai pochi capoversi accennati, estesi beninteso e per completezza alla lettura antisacrificale da lui fatta dell'Antico e del Nuovo Testamento, dove alla fine la croce di Gesù appare come l'antisacrificio che riporta il male nella sua dimensione umana e terrena, staccandolo dalla menzogna di appartenere al divino. In questo senso Girard parla di «dedivinizzazione » della vittima e «devittimizzazione » di Dio e, insieme a Vattimo, presente con lui nelle conversazioni trascritte in «Verità o fede debole», di «secolarizzazione del cristianesimo » come della «religione dell'uscita dalla religione».  SEPPELLIRE LA PIETÀ  Sia come sia l'antropologia letteraria e culturale di Girard, apparentemente così scarna, è di fatto un motore, una prodigiosa macchina di luce, un magnete che aderisce ad ogni pensiero morto o morente ridandogli vita conoscitiva. Come dimostrano le pagine dedicate al parallelo tra Dioniso e il Crocifisso, là dove i campi di sterminio nazisti vengono configurati come il tentativo di seppellire sotto una montagna di cadaveri il sentimento di pietà per le vittime e di decostruire il principio cristiano della loro difesa sulla base del principio secondo cui la vittima non va protetta, perché il suo sacrificio fa bene alla specie e alla civiltà, mentre la pietà è causa del loro invecchiamento.  Leggere Girard è arricchirsi di un intero vocabolario del reale, un lessico incandescente non andato immune da critiche. Letterarie, secondo le quali la teoria mimetica sarebbe riduzionista, una camicia di forza che indebolisce l'individualità dell'autore e «l'unicità di quell'ineffabile e inesauribile nonsoché che i grandi romanzieri sanno conferire alle vite delle loro creature»; critiche antropologiche, rivolte all'ipotesi che la cultura e l'attività simbolica nascano a partire dal meccanismo del capro espiatorio - nessuno ammette volentieri che la cultura si basi sul linciaggio - , alle quali si è aggiunta la fede terzomondista secondo cui il capro espiatorio è un fenomeno occidentale. A queste Girard risponde che, mentre i suoi critici cercano le differenze, lui cerca le somiglianze o le invarianze, stando al principio secondo il quale le persone cercano sì di differire, ma lo fanno imitandosi.  LA TREGUA È FINITA  Pessimista o ottimista, Girard? Domanda alla quale, in linea con la fiducia di Vattimo che il peggio è passato, Girard risponderebbe facendo presente che ci troviamo in una difficile transizione storica, durante la quale la pace di Cristo non è ancora qui e la vecchia pace del mondo, la tregua affidata alla persecuzione del capro espiatorio ormai non c'è più. Se non sono esaurite, certo è che sulle risorse sacrificali non si può più contare.
di Oddone Camerana

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Da: CARTA del Gennaio 2007

«Verità o fede debole?»
«Dialogo su cristianesimo e relativismo »...

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Da: IL TIRRENO del 30/12/2006

«Verità o fede debole?»
Le nuove frontiere della religione.

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Da: La Repubblica del 02/12/06

Filosofia e società
"Brevi, schede e richiami" de l'Almanacco dei libri di Repubblica

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Da: ROCCA del 01/12/2006

«Verità o fede debole?»
La fiducia sulla forza della ragione che il papa cerca di infondere nei credenti è motivatadalle attuali tendenze culturali, che spesso considerano tutte le conoscenze pureinterpretazioni umane...
La fiducia sulla forza della ragione che il Pala cerca di infondere nei credenti è motivata dalle attuali tendenze culturali,che spesso considerano tutte le conoscenze pure interpretazioni umane.  Nello stesso senso anche l'invito di René Girard,il quale,all'inizio del millennio,scriveva:« Nella ricerca della conoscenza,l'ultimo mezzo secole è stato caratterizzato da eccessi che si sono mossi in direzioni antitetiche. Prima ci sono state le scuole di pensiero positivista che hanno adorato il fatti [...] da dimenticare le interpretazioni. Questo eccesso è stato seguito dalla reazione opposta,di princio legittima,ma che molto presto ha condotto a eccessi peggiori [...] Cerchiamo pertanto di rinunciare a tutte le pseudo-radicalizzazioni,tentando di fidarci nuovamente della ragione senza idolatrarla. D'ora in poi cerchiamo di credere sia nei fatti che nelle interpretazioni» ( Non solo interpretazioni,ci sono anche i fatti ,ora tradotto in R.Girard- G. Vattimo, Verità o fede debole? Dialogo si cristianesimo e relativismo , Transeuropa,Massa 2006,p.98).  Al Papa tuttavia difendere e indurre la fiduzia nella ragione interessa sopratutto in ordine sia alla necessaria armonia nella vita del credente, che all'efficacia della testimonianza ecclesiale, la quale appunto consiste nel rispondere a chiunque « domandi ragione (logon) della speranza » ( 1 Pt . 3,15)
di Carlo Molari

Da: AGORA'- AVVENIRE del 18/11/2006

Girard: presto un nuovo Rinascimento
Quello che fa il cristianesimo è cambiare completamente la nostra prospettiva...
«Quello che fa il cristianesimo è cambiare completamente la nostra prospettiva: nel mito il punto di vista è sempre quello della comunità che scarica la propria violenza su un capro espiatorio; il cristianesimo invece ribalta la situazione dimostrando che la vittima non è colpevole».Ribadisce la sua classica teoria lo storico e antropologo René Girard, da poco eletto tra i 40 «immortali» dell’Académie Française, nell’affrontare il faccia a faccia con il filosofo non credente Gianni Vattimo, raccolto ora in «Verità o fede debole? Dialogo su cristianesimo e relativismo»(Transeuropa, pp. 98, euro 10, con introduzione e a cura di Pierpaolo Antonello). E alla fine Girard denuncia la sua speranza: «Credo che stiamo andando verso un mondo che sarà e apparirà tanto cristiano quanto oggi ci sembra scientifico. Siamo alla vigilia di una rivoluzione nella nostra cultura che va al di là di qualsiasi aspettativa, un cambiamento al confronto del quale il Rinascimento ci sembrerà nulla

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Da: IL GIORNALE del 09/11/2006

Il caso vattimo sinistra incapace di intesa. Ecco perché è "una porcata"
Però,che rompiballe questi filosofi. Ha iniziato Massimo Cacciari, sindaco di Venezia...
Però, che rompiballe questi filosofi. Ha iniziato Massimo Cacciari, sindaco di Venezia:ha criticato la Finanziaria, ha detto che è contro i giovani, non crea sviluppo ed è persino sceso in piaza partecipando a una manifestazione di artigiani e commercianti. Adesso ci si mette anche Gianni Vattimo a sparare sulla sinistra, da Fassino a Rifondazione:"La sinistra è una porcata, da D'alema a Rutelli passando per Bertinotti". Una porcata? Proprio come si espresse Roberto Calderoni sulla nuova legge elettorale.  Diciamo che Vattimo, interprete di Nietzsche, Heiddegger e gadamerd, per una volta ha voluto parlare alla buona: "La sinistra è una porcata". Chiarissimo. Forse addirittura troppo. Tanto da far pensare che sia solo il giudizio di un intellettuale di sinistra che ha ricevuto una sgarbo dal Parlamento (la non candidatura) e ora si toglie i sassolini dalle scarpe. Invece, le cose non stanno così, perché l'opera stessa del filosofo, non semplicemente la persona Vattimo, rappresenta la parabola della Sinistra passata dall'Ideologia al Pensiero Debole. Come dire l'alfa e l'omega, l'inizio e la fine.  Nel suo libro confessione (sentendosi anche un po' come Agostino,santità a parte), «Non essere Dio»,pubblicato da Aliberti Editore,Vattimo, giunto a 70 anni,spiega a chi si dice e si sente di sinistra che la sinistra è finita,ma i politici di sinistra fingono di ignorarlo e giocano a fare i maestri del progresso e del pensiero progressista. «Ah,questa suscettibilità insopportabile della sinistra», dice Vattimo,«questi personaggi che, più smettono di farlo, più si sentono titolari del discorso progressista».  Il filosofo va a briglia sciolta:"Sono libero di dire tutto ciò che penso". Per esempio " posso dire che D'Alema è da rottamare o posso raccontare a Vanity Fair che mi sono innamorato di un cubista ventenne". E, con la stessa sincerità, dice che «la sinistra è una porcata» perché ormai,per parafrasare il titolo di un suo libro, crede di credere, ma non crede più in nulla. Anzi, non può più credere in nulla perché, come gli ha insegnato proprio Vattimo con i suoi libri e le sue storiche lezioni serali negli anni Settanta, l'Ideologia, i Valori, il progresso, la Ragione non sono niente, sono il niente, solo un bluff e tutto ciò che si può fare è arrangiarsi alla meno peggio con un «pensiero debole».  Ecco perché il giudizio di Vattimo «la sinistra è una porcata» non è uno sfogo o lo sberleffo di un filosofo scettico che si può concedere tutto. No. E' il frutto di un sillogismo aristotelico o una «figura» hegeliana o un disastro culturale con il quale gli eredi del Pci, che si sono autodefiniti riformisti,non hanno mai fatto veramente e pubblicamente i conti. La filosofia della storia della sinistra è finita nel nichilismo dal quale i riformisti non usciranno fino a quando cercheranno di alzarsi tirandosi il codino. L'ideologia va abbandonata e pubblicamente criticata: non si può fare finta di averla superata e contemporaneamente credere di utilizzare i comunisti (quelli che Michele Salvati ora definisce «la sinistra tradizionale») per fare i riformisti. Una porcata,appunto. C'è un altro libro di Vattimo, ora uscito da Transeuropa, scritto con René Girard, in cui il filosofo sostiene la tesi, tipica della sua ermeneutica: noi non ci mettiamo d'accordo quando troviamo la verità, ma troviamo la verità quando ci mettiamo d'accordo. Se trasferiamo questa tesi dal campo filosofico a quello politico e in particolare all'Unione vediamo che lo stato confusionale del governo e della maggioranza risultano più comprensibili.  L' Unione non trova la verità perché è incapace di mettersi d'accordo,ma ha raccontato agli italiani di avere la verità in tasca. Risultato: Prodi mette le mani nelle tasche degli italiani.Riassunto:"La sinistra è una porcata".
di Desiderio Giancristiano

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