Da: Il Messaggero del 28/11/2010

Valanga di e-book, il business è appena cominciato
di Luca Ricci

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Da: Il Popolo del 12/03/09

Da leggere
di Tino Cobianchi

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Da: Avvenire del 06/03/09

Sul Don la neve è sporca, ma non di odio
Dopo le accuse dello studioso tedesco Schlemmer in un saggio sulle violenze e sui crimini che gli alpini avrebbero commesso in Russia, risponde lo storico e musicista Bepi De Marzi: «Le riporto un passo dell'ultimo piccolo-grande libro, Storia di Mario. Mario Rigoni Stern e il suo mondo.»di Bepi De Marzi 

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Da: Liberazione del 30/01/09

Un'intervista, un fumetto, un film mai realizzato

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Da: La Sicilia del 03/01/09

Il crac finanziario anticipato da Rigoni Stern
L’indimenticabile «Sergente nella Neve» nell’estate del 2002 si è raccontato allo scrittore e studioso Giulio Milani che ora ha raccolto la preziosa conversazione in un volumetto, quasi una sorta di testamento intellettuale del saggio uomo di Asiago.

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Da: La Sesia del 19/12/2008

Le parole del grande saggio
Giulio Milani racconta il libro-intervista a Rigoni. "Storia di Mario”: scrittore e Penna nera

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Da: QN –La Nazione, Il resto del Carlino, Il Giorno del 30/11/08

Il testamento profetico di Rigoni Stern
Il volume raccoglie una lunga intervista che Rigoni Stern rilasciò allo scrittore e editore Giulio Milani. Sono le ultime pagine approvate in vita dallo scrittore.

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Da: La Stampa del 01/11/08

Non è la Borsa che deve governare
Mario Rigoni Stern e il suo mondo: gli ultimi dialoghi del «Sergente», tra ilibri, gli amici, gli amati boschi, la «profezia» politica
31/10/2008 - ANTEPRIMA"Non è la Borsa che deve governare"Mario Rigoni Stern e il suo mondo: gli ultimi dialoghi del «Sergente», tra i libri, gliamici, gli amati boschi, la «profezia» politicaMARIO RIGONI STERNIl 1° novembre, Mario Rigoni Stern avrebbe compiuto 87 anni, essendo nato nel 1921. Scomparso nel giugno scorso, «il sergente nella neve» ritorna in «Storia di Mario. Mario Rigoni Stern e il suo mondo» in uscita per Transeuropa (pp. 108, e 10): una conversazione a cura diGiulio Milani, che risale a un primo incontro nel giugno 2002, rivista da Rigoni nel gennaio di quest’anno, che si configura come una estrema confessione, a tratti «profetica». Milani sollecita il testimone dell’Altipiano di Asiago a ripercorrere, in particolare, il secondo dopoguerra. Dal sodalizio con Casa Einaudi (le relative frequentazioni e amicizie) all’11 settembre, alle sue conseguenze, all’Italia di oggi, dalla parola «patria» a compiti dello scrittore, alle responsabilità dell’uomo verso la natura. Anticipiamo qui alcune delle risposte di Rigoni Stern. Ci sono voluti quattro anni perché Il sergente nella neve diventasse libro. Perché Vittorini diceva di avere difficoltà a trovare un editore che s’impegnasse a stampare queste cose. Allora andavano molto i memoriali di generali, Roatta, Cavallero, i Diari di Ciano, Navi e poltrone di Trizzino, e tutti i ministri volevano dire la loro, anche Dino Grandi aveva scritto, e tutti volevano scusare le proprie azioni o giustificare i propri comportamenti. Perciò andavano questi libri e Vittorini diceva che questi libri ormai nessuno li avrebbe voluti leggere. Mi disse però che c’era un editore di Bari, che poi era Laterza, che aveva una collana di «Libri del Tempo» e che Il sergente potevamo forse pubblicarlo lì. Invece poi sono usciti «I gettoni». Si vede che aveva già un elenco preparato e allora ha fatto uscire gli altri e poi ha fatto uscire il mio. Erano usciti contemporaneamente il libro di Fenoglio, Lalla Romano con Maria, il mio, e poco dopo anche Fruttero e Lucentini e altri ancora.LA FEDELTA’ A EINAUDINon è stata una scelta. È stato Vittorini che aveva questa collana e mi ha pubblicato lì. Naturalmente, nel vedermi poi insieme con gli autori de «I gettoni» mi sono sentito ripagato dal punto di vista, diciamo, della soddisfazione personale. Anche se i soldi che arrivavano non erano tanti, a leggere ancor oggi l’elenco de «I gettoni» si vede l’importanza dei nomi che c’erano. Basta pensare a Fenoglio e a Calvino. E allora, già uscire per Einaudi è stata per me una grande soddisfazione. Anche perché, sinceramente, altre maniere non avevo di contattare Mondadori o altri editori, sono passato attraverso Vittorini. Avrebbe potuto essere un Bompiani forse, o un Garzanti, ma siccome io ho il vizio della fedeltà, una volta che sono uscito lì da Einaudi e una volta che ho trovato gli amici einaudiani che poi ho conosciuto – Vittorini, Calvino, Ponchiroli, Bollati – e che lavoravano lì, proprio perché mi trovavo fra amici, con loro sono rimasto.Anche quando le cose andavano male. Difatti, quando le cose andavano male eravamo un gruppetto che faceva capo a Natalia Ginzburg, ci tenevamo in contatto, da Primo Levi, Nuto Revelli, io, e Lalla Romano, che poi ci ha abbandonato per andare da Mondadori per un paiodi libri, mi pare. Ma noi eravamo convinti di restare insieme, insomma.L’ INCONTRO CON PRIMO LEVISì, eravamo amici cari. Era venuto qualche volta a casa mia, io ero andato a casa sua. Era un uomo che aveva tanta tristezza dentro il cuore e cercava di attenuarla con la scienza e con la poesia. Primo Levi, mi ricordo le ultime cose che ci siamo scritti, che ci siamo detti... Raccontava del vivere in città com’era diventato difficile, che le macchine non lo lasciavano uscire da casa, in un certo senso.Non poteva uscire da casa a fare una passeggiata, perché trovava le macchine dappertutto. «Anche il fatto di venirti a trovare» mi diceva, «mettermi in macchina, uscire dalla città e affrontare l’autostrada è una cosa che mi spaventa...».BERLUSCONI E LA GRANDE CRISIIo dico sempre: spero di non morire sotto Berlusconi. Non per la mia età, perché potrei andarmene anche domani, ma per il fatto di avere un po’ di speranza sulla vita e sull’umanità. Direi che Berlusconi non è un uomo che dà speranza. Eppure, c’è una poesia di García Lorca, mi pare, che di New York dice: «Voglio che un bimbo negro annunci ai bianchi dell’oro l’avvento del regno della spiga». Perché a volte, vede, guardandosi intorno, si dice questo mondo economico dove tutto è virtuale, anche l’economia è virtuale, a questo punto... E allora a un certo punto diciamo: ci vorrebbe una grande crisi per ridimensionare questa cosa. Però, purtroppo, la grande crisi prende sempre di mezzo la povera gente... Ma piuttosto che una guerra, è meglio una grande crisi per stravolgere un po’ il mondo, per metterlo un po’ sulla strada giusta, per far capire che non è più la Borsa che deve governare...IL TESORO DEI BOSCHII boschi stanno occupando un terzo dell’Italia, se non l’hanno già occupato mentre stiamo parlando. Solo, non sono curati come si deve.Qui da noi sono curati perché abbiamo la tradizione del bosco, ma nell’Italia centrale o in certi luoghi delle Alpi, specialmente le Alpi occidentali, non hanno cura dei boschi. E allora i boschi crescono in maniera selvaggia, disordinata. Il bosco, invece, deve essere curato più che una vigna. Il bosco ha bisogno di essere coltivato, ma la coltivazione del bosco non è sul raccolto stagionale e nemmeno sul raccolto annuale, ma sul raccolto secolare. In Italia manchiamo di scrittori attenti a questi problemi. Abbiamo dei dilettanti, anche tra i Verdi, il Wwf, ho avuto esperienze, in proposito, abbastanza precise. Quando si tratta di fare qualche sacrificio, alzarsi alle tre, alle quattro, non ci sono... Io li chiamo gli «ecologisti da salotto». Ma non se ne rendono conto. Invece, io insisto, quando mi capita, con qualche politico, con qualche amministratore – una volta a un ministro dell’Agricoltura: «Curate i boschi perché i boschi sono la ricchezza dell’Italia». I boschi curati, oltre che la ricchezza, danno anche pulizia all’aria, trattengono le acque selvagge, abbelliscono il paesaggio. Mai come ora, invece, gli Appennini sono stati disabitati. Forse solo nel medioevo le montagne erano così disabitate.PREGHIERAPer me, «preghiera», è stare in silenzio in un bosco.
di Luciano Genta

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