Da: Tabard del 28/05/09

Recensione
di Alex Caselli
Le XV poesie di questa plaquette di Fabrizio Bajec (Tunisi, 1975) si porgono al lettore come il resoconto del lento distacco di una madre dai suoi cari. È il figlio – dalle sue «viscere» «estratto» – che si prende la responsabilità di ricreare e penetrare nuovamente l’inferno terrestre degli ultimi giorni. Come tante stazioni emotive queste poesie si muovono tra il tentativo di riassorbire in iconografia alcuni dei momenti dell’estremo cammino e l’urgenza, intrepida, di decriptarne i messaggi (qualora vi fossero). Lungi dal riassorbirsi in un rapporto biunivoco (o anche solo univoco) tra figlio (qui il poeta) e la madre (sabianamente la Poesia?), questo dialogo e scambio (perché questo vuole essere) tra chi rimane e chi è destinato al trapasso si arricchisce dell’impotenza dei prossimi: del padre, degli altri «appestanti» delle corsie ospedaliere. Non sono i morti/vivi di Dante, o quelli di ricordi che si affacciano come spettri, si tratta di vivi già morti, vivi condannati nella loro stessa esistenza, così deboli, ma ancora capaci di «un pensiero gentile e profondo» verso chi resta; come la madre che intima il silenzio affinché il padre, in preghiera, possa meglio concentrarsi. Il sublime si muta nel Bello kantiano di versi come «il cielo vi corteggia…», riferito a Lei e alla sua vicina di letto, o «l’altissima richiesta», da ultimarsi con la morte. Bajec non si abbassa, non cede alla grigia materia in cui si muovono i corpi. I «corridoi» sono sì «maledetti», le «pareti» sì «roventi»,  ma in questo caso gli aggettivi hanno lo scopo preciso di elevare la materia, di liberarla, trasfigurarla, renderla affascinante. Il poeta non ha timore di confrontarsi con la potenza, la vastità di un oggetto che, in senso schopenhaueriano, può distruggere chi osserva. È consapevole che il legame con la madre è giocato sul piano dell’esistenza così come su quello dell’essenza: «Quel che hai tu si scrive in me poco a poco. / Il giorno tengo gli organi al loro posto, premuti; / la notte soffoco di colpo e mi levo per cercare / una postura contro la morte: seduto, forse, / con le braccia alle ginocchia»; ma proprio quel «forse» dà la misura dell’incertezza del rimedio quanto della sua possibilità pratica. Al poeta non resta che registrare paziente dei gesti, cercando di rompere monolitiche certezze per portare, magari, un sentimento d’amore imprevisto, anche lì, dove tutto sembra ed è già deciso (così come succede nella lirica XII). Per Bajec, tuttavia, non c’è nessuna conciliazione finale. La madre non saluta il Mondo che lascia agli altri, al figlio. Né può farlo. Il commiato diventa impossibile se la strada da percorrere è tracciata, non liberamente scelta, marchio indelebile da scontare.      Inutile, perfino fastidiosa, potrebbe risultare la ricerca, per questa serie poetica, di ascendenze nella passata o nella più recente tradizione. Non ci può essere un “filone” (tematico? Espressivo?) in cui collocarla. Meglio concentrarsi sulle scelte (ma sono scelte o necessità?) stilistiche di Bajec. Il suo autobiografismo assoluto pronto a cercare tangenze, a ricevere messaggi per uso personale, domestico, lo porta ad innalzarsi in senso elegiaco (un’elegia di stampo classico, o meglio, latino, nell’impostazione soggettiva). Ed è metafora, quella dell’elevazione, che torna qui nei contenuti: «se i piedi avessero ali, m’alzerei / dalla ghiaia per vedere, e poi morire / in un cespuglio, chiuso nel parco» dove i due verbi all’infinito (vedere e morire) si legano tra loro in un rapporto di dipendenza, ma come modi, appunto, della stessa sostanza. Bajec non si limita ad un rapporto voyeuristico con la realtà, ma vuole scendere nella profondità dell’oggetto. Il registro non può che accogliere la verticalità della lirica, dello scarto improvviso che stempera l’elegia in vero e proprio acuto. Le sue poesie si concludono spesso con sentenze, ma apertissime, introdotte da congiunzioni o avverbi come “e”, “oppure”, “allora”. Si tratta di cesure tra ciò ch’è stato appuntato ed il sunto finale; nel tentativo di chiudere con un significato, anche se ambiguo, profondo quanto soggettivo; come se dal caos immaginativo potesse essere strappato. Succede anche nella poesia XIII (tra le più belle), dove la terzina finale introduce la presenza sulla scena del poeta; ma ecco che accade qualcosa di imprevisto. Si leva, da questi condannati – che per il poeta sono già morti – un messaggio di vita, che invita alla vita. Forse una muta esortazione, un insegnamento non giunto da qualche maestro, ma che Bajec estrae direttamente dalla realtà che lo circonda. L’umanesimo di questo poeta si gioca tutto qui, in questa spinta ad aprire la propria finestra sul mondo, per ricreare un paesaggio interiore e trovare il significato più personale alla vicenda esteriore della vita. La fiducia di Bajec nella Poesia è totale, egli vi si abbandona come ad un mantra. Anche quando lo svolgimento generale resta incomprensibile. Com’è di fronte alla morte, al definitivo distacco.