Da: Il Giornale di Vicenza del 12/06/10

Piccolo è bello
Torna il festival della letteratura

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Da: il Piccolo del 04/06/10

Quando il male può aiutare ad avere salva la vita
La ricerca del libero arbitrio nel romanzo di Demetrio Paolin intitolato "Il mio nome è Legione"
di Mary B. Tolusso

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Da: L'Indice del 01/01/10

Contro la barriera del cielo
di Jacopo Nacci

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Da: Extra - settimanale del 01/01/10

I libri consigliati da Arnaldo Colasanti 

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Da: L'immaginazione del 01/11/09

Recensione
di Renato Barilli
A Demetrio Paolin, che si presenta con Il mio nome è legione, Transeuropa, un mezzo pollice di consenso spetta di diritto, in quanto è stato selezionato, dallo scrivente assieme ai compagni di via Nanni Balestrini e Niva Lorenzini, tra gli autori chiamati a leggere brani inediti in occasione della seconda edizione di RicercaBO, nel novembre scorso. Sarebbe spiacevole per tutti noi doverci ricredere, dichiarare di aver preso una cantonata. Ma forse nell’occasione appare qualche indubbio difetto della modalità operativa seguita in quel tipo di incontri, come i numerosi detrattori non hanno mai mancano di rinfacciarci, può succedere cioè che il prelievo di brani di breve durata, dal contesto quasi per definizione lungo di una narrazione, possono risultare fallaci, non consentire un’equilibrata valutazione complessiva dell’opera. E certo quella di Paolin presta il fianco a dubbi del genere, in quanto sembra vivere per la forza raggiunta in certi momenti e acmi di densa efficacia aggressiva, ma che poi non risultano ben cuciti tra loro. L’efficacia dei momenti migliori è legata a un tema centrale, di lunga, larga, addirittura ossessiva presenza, in tutta la migliore narrativa contemporanea, come è quello della corporalità, soprattutto quando essa si manifesta nelle fasi parossistiche date dall’esperienza sessuale, o quando al contrario viene minacciata e distrutta nelle fasi di segno contrario, poste sotto il segno della decadenza fisica, della malattia o addirittura della morte. Il Demetrio protagonista, che non cela una sua identificazione con l’autore adottandone scopertamente il nome, si trova in bilico, figlio di una realtà rurale, campagnola, ma poi trapiantato nell’ambito di fini professioni intellettuali, svolte tra Milano e Torino, nei panni di funzionario per efficienti agenzie promozionali, o addirittura volto a praticare in proprio il giornalismo, con l’aggiunta di tentazioni saggistiche, di cui vengono forniti vasti campioni nel testo, a dire il vero non sempre a proposito. Da qui viene infatti una posizione squilibrata, tra la testimonianza nuda e cruda delle patologie della vita corporale-sessuale, e l’impegno a ragionarci sopra, a tentare di trarne una morale. Per dirla rapidamente in formula, Paolin è fermo e sicuro quando registra in presa diretta i vari accadimenti del primo tipo, mentre si perde o non convince quando tenta di assicurare una navigazione tra quelle isole, tra quei picchi sperimentati in presa diretta. Si parte subito in modo convincente assistendo a un incontro, in uno scompartimento di treno, tra due povere esistenze down, che pure mostrano chiari segni di vita sessuale-affettiva, ma si prospetta subito la triste necessità di non poter consentire, a quegli impulsi, un normale e consueto decorso, che magari si spinga fino a uno sbocco procreativo, per il timore che da esso possano saltar fuori nuovi mostri. In sostanza, la società adulta dovrà comportarsi nei loro confronti come si fa con gli esseri inferiori, con gli animali, che non si esita a castrare, per renderli più docili ai lavori massacranti, o più teneri nelle carni per la nostra alimentazione. I brani in cui Demetrio viene informato, da un’amica veterinaria, sulle tecniche con cui si procede alla castrazione dei gatti sono tra i più vividi e laceranti responsi accumulati dal nostro solerte testimone, pronto anche ad andare a pescare, dai ricordi dell’infanzia passata in campagna, l’orrore della mattanza inflitta a povere vacche recalcitranti. Ma c’è di peggio, infatti le orrende ma consuete e diffuse sevizie che una secolare pratica contadina infligge al mondo animale si congiungono, oggi, agli orrori ancor più nefandi suggeriti dalle tecniche di trapianto, ed ecco così un eloquente brano rivolto a parlarci di come si procede all’espianto del fegato dei suini per andarlo a innestare su qualche nostro simile, bisognoso di un tale intervento. Del resto, non dimentichiamo che la condizione animale risulta assai prossima anche a quella di noi esseri umani, attraverso deviazioni patologiche, come quella che in una certa fase della pubertà aveva colpito il fratello di Demetrio, Silvio, producendogli uno sviluppo ipertrofico delle mammelle, e conducendolo dunque a uno stato di androginia. E poi c’è il suicidio di un compagno d’infanzia, Tomacek, perpetrato in modo crudele, attraverso una pratica simultanea di tutte le possibili modalità di avvelenamento, all’insegna di un incontrollabile e fatale cupio dissolvi. E ancora c’è la morte straziante del padre. Il nostro Demetrio veleggia procedendo dall’uno all’altro di questi orrori, ma al di là della forza della testimonianza, non riesce a controllarli, a dar loro un ordine, un senso, a cucirli con qualche tratto di razionalità, non evitando neppure, a volte, la tentazione di rifugiarsi nelle braccia del misticismo. Insomma, l’intellettuale ragionante, il saggista, il giornalista sono inferiori al testimone che si affida all’atroce veridicità dei responsi oculari.

Da: La gazzetta di Mantova del 30/07/09

Alle radici del male con Demetrio Paolin
la Gazzetta di Mantova — 30 luglio 2009   pagina 28   sezione: CULTURA E SPETTACOLI  Non è una lettura estiva, da ombrellone. È un libro denso e acuminato, che precipita il lettore in un orizzonte cupo. Nel pozzo senza fondo del male. Quello subìto e pure quello agito, che accomuna tutti. Lo ha scritto Demetrio Paolin, classe 1974, un passato da giornalista di nera e un presente da addetto stampa. Stasera sarà ospite della Libreria Di Pellegrini, in via Marangoni, per parlare del suo primo romanzo “Il mio nome è Legione” (Transeuropa) con Davide Bregola. Organizzato in collaborazione con Scritture Dannose e col patrocinio dell’assessorato alla cultura del Comune, l’appuntamento è alle 21.  Il protagonista si chiama come lui, Demetrio, e l’autore si diverte a confondere i loro passi, sul confine dell’ambiguità. Alcune orme coincidono, altre no. Ricordi, ossessioni, fantasie sono “frullate” in un libro del quale sopravvivono 15 versioni differenti. Quella definitiva è il frutto di un paziente lavoro di sottrazione per dominare una materia complessa.  Se il Demetrio d’inchiostro afferma di scrivere per tenere a bada il male che ha dentro, il suo autore risponde che «scrivere è come costruire una siepe intorno alle persone che amiamo e vengono in contatto con la nostra scrittura». Un argine alla sofferenza.  Difficile condensare il fluire della storia in poche gocce. È “la storia di un giornalista trentenne e del suo rapporto con determinate figure della memoria, pubblica e privata, che da sempre lo ossessionano e lo influenzano”, recita la quarta di copertina. Ma è anche il ritratto sbavato di una famiglia tarlata. L’autoscatto di un’esistenza mossa. Di un uomo che, come un sismografo, riesce a riconoscere e registrare il male degli altri.  A riaccende in Paolin la voglia di scrivere è stato “Il male naturale” di Giulio Mozzi. Qualche anno dopo il desiderio è diventato un imperativo drammatico. Dettato dal suicidio di un bambino di 11 anni, tra le Langhe e il Monferrato. Che percorre in filigrana tutto il racconto. È il rumore di fondo, lo “strato basso” secondo lo stesso Paolin che individua anche un livello “alto”, quello che intreccia l’esistenza di Demetrio con l’eco pubblica di figure come Renato Curcio e Mohamed Atta. L’unica salvezza possibile è racchiusa in due lettere: «La scelta del bene? È dire no». (igo.cip)

Da: La Stampa - Tutto Libri del 25/07/09

Meditare sul Male
di Dario Voltolini

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Da: Gazzetta del Sud del 14/06/09

"Il mio nome è legione" di Demetrio Paolin
Esplorando il Male plurale e individuale che è dentro di noidi Anna Mallamo 
Il Male, nostro compagno di rotta. Il Male, più ancora, dentro di noi, come una polvere nel sangue, un ingrediente minerale delle ossa. Il Male così quotidiano da risultare invisibile agli occhi. Di epifanie del Male s'occupano, da sempre, religioni e letterature. Anche le cronache hanno pretesa d'occuparsene, percorrendone la superficie ma eludendo, per intento e per struttura, ogni domanda fondamentale: cos'è il Male? Da dove viene? Come si situa in noi? Cosa lo alimenta? A nessuna di queste domande sfugge "Il mio nome è legione" (Transeuropa, pp. 140, euro 12,90), il bel romanzo di Demetrio Paolin, classe '74, torinese di madre reggina, al suo terzo libro secondo un percorso in qualche modo "necessario", dopo il romanzo d'esordio "Il pasto grigio" (Untitled Editori) e il saggio "Una tragedia negata" (Vibrisselibri/Il Maestrale). È sempre stato un esploratore del Male, Paolin: il male piatto e grigio che infiltra la vita d'un killer di professione, metodico e dedito come un qualunque impiegato, nel primo romanzo; il male declinato nelle forme epocali della lotta armata nel saggio sulla narrativa degli Anni di Piombo, la "tragedia negata" di cui la letteratura, singolarmente, mette in scena una sorta di protratta, continua rimozione. Ora appare chiaro che si trattava d'altrettante tappe d'un discesa (o forse è una risalita) agli inferi che si compie con "Il mio nome è legione", che fin dal titolo annuncia il proprio oggetto e la propria forma (il riferimento è ai Vangeli di Marco e Luca, che narrano l'incontro di Gesù con un indemoniato: quando Gesù chiede «qual è il tuo nome?», la risposta è «Legione, perché siamo in molti»): è un oggetto scabroso, difficile e che sembra eliso dalla narrativa contemporanea, che piuttosto sembra compiacersi delle narrazioni spicciole del Male, delle sue declinazioni di cinismo o granguignol, senza andare oltre la superficie; è una forma singolare ed ellittica, dove gli accadimenti sono assolutamente secondari, sono parti fluttuanti della coscienza del narratore, che si chiama Demetrio e fa il giornalista, esattamente come l'autore, col quale coincide compiutamente e per nulla. Con una scrittura asciutta e in qualche modo esatta, priva di compiacimento e risonanze liriche, ma che apre talora vie di fuga in un parlato volutamente "basso", in un sottotono accuratamente calcolato, Demetrio racconta la morte del padre, la malattia del fratello, il suicidio del ragazzo Tomacek, ma anche un viaggio in treno, una passeggiata con la madre, la corrispondenza con la collega Giulia: tutto quel che ci accade – a noi tutti che siamo Legione, al nostro io che è plurimo e singolo assieme – è intriso di quel Male che ci accompagna, e che non ha bisogno d'essere agito per esistere. Fa parte di noi. Questa sorda consapevolezza cresce di capitolo in capitolo come una nube temporalesca, s'addensa sul nostro capo di lettori e non si risolve nell'ultima pagina: non ha qualità consolatorie, la scrittura di Paolin. E forse per questo è una scrittura necessaria, come ha sottolineato Giuseppe Genna, che del romanzo di Paolin è stato convinto assertore, parlandone come di "un oggetto narrativo urgente". Il Male è necessario, è connaturato, e dunque tanto più vale il Bene che possiamo costruire, sembra dire – senza per questo consolarsi o consolarci – Paolin: il bene di accettarsi, custodire pur sempre il nocciolo duro d'amore che ci è dentro, attraverso la pratica, anche quella millenaria ed evangelica, del servire l'Altro: «è un gesto che ripaga: spogliarsi di sé e della propria reputazione è un atto di liberalità smisurata». Inoltre, questo libro è un felice esempio di scrittura sostenuta dalla Rete. Paolin fa parte dell'emerito gruppo di Vibrisselibri, fondato da Giulio Mozzi per propagare e sostenere quelle scritture che, nel consueto meccanismo editoriale, potrebbero non avere spazio e attenzione. Scritture che vengono coralmente vagliate dal popolo della Rete, che si propagano coi mezzi nuovissimi dei booktrailer, vere e proprie forme d'arte (molto bello quello de "Il mio nome è legione", realizzato da Gianfranco Grenar). A pensarci, per la Rete, e le sue identità corali e pulviscolari, vale lo stesso: anche il loro nome è Legione.