Satisfiction 13/10/2017

Recensione

“Qualcuno ha lasciato la luna nel bagno accesa soltanto a metà” di Fabio Morpurgo, Transeuropa, 184 pagine, € 10,00, è una raccolta di otto racconti, un felice esordio. L’autore ha avuto la fortuna di vivere molti anni all’estero, quindi porta dentro di sé due mondi che in un certo qual senso condizionano la sua scrittura, che è sempre come oscillante in una sorta di non luogo, avvolta da una atmosfera surreale.Immaginate di essere proprietario di un negozio, una ferramenta. Fuori piove, si presenta un cliente abituale, ex operaio in pensione di una della segherie della zona, i due chiacchierano e all’improvviso sipresenta una giovane donna e asserisce di essere una strega. In questo racconto non ci sono colpi di scena. L’autore semplicemente fa credere che la storia vada per un verso e poi, con il solo uso sapiente delle parole, poco alla volta, sotto gli occhi del lettore, tutto cambia. Il racconto che colpirà di più il lettore sarà probabilmente il quarto, Barbara Allen, il pezzo riuscito meglio, senza togliere niente agli altri.C’è una station wagon in viaggio, sul sedile posteriore il giovane Tom, undici anni, disteso, guarda il cielo. Al volante c’è il padre, il cui carattere è tutto riassunto in una frase da lui stesso detta “Tecnicamente non è un deserto, Tom” e una madre che avrebbe preferito prendere l’aereo, una donna dalla chiacchiera pesante, il personaggio decisamente più presente nell’abitacolo durante il viaggio.Morpurgo, che sa tessere con pazienza le sue storie, a questo punto scrive “Il viaggio fino ad allora era stato privo di qualsiasi evento degno di nota, e le prospettive per le altre lunghe ore di macchina che ancora lo attendevano in compagnia dei suoi genitori non erano incoraggianti”. Poi c’è la descrizione di questo panorama incorniciato dall’abitacolo che rende perfettamente lo stato d’animo del ragazzo, la noia: “La striscia azzurra del cielo era stata schiacciata verso l’orizzonte, sostituita dalla terra brulla che si srotolava a entrambi i lati del manto d’asfalto e su cui il rosso dominava incontrastato ; il paesaggio appariva perciò compatto nella propria desolante capacità di essere identico a quello che era stato  lasciato alle spalle e a quello che, immaginava, avrebbero presto attraversato”. A un certo punto si scorge da lontano una pompa di benzina e il padre reputa opportuno fermarsi, siamo pur sempre in Australia, una terra dalle immense distanze. A questo punto Morpurgo, sempre con il suo stile nitido e descrittivo, poco alla volta costruisce la deviazione della trama. I genitori decidono di riposarsi. Tom non vuole, non può dormire dopo quello che è successo al nonno. Tom chiede il permesso per andare in un locale lì vicino alla pompa. I genitori acconsentono. Gli danno venti dollari. La madre, però, prima che il figlio vada via, gli chiede il braccio e sul braccio con un pennarello scrive il loro numero di cellulare. Qualsiasi cosa succeda, tu sai come comportarti. Tom entra nel locale, chiede una coca cola. Viene notato da una cameriera, che gli si siede di fronte e gli propone di fuggire con lei. Lei è Barbara Allen ed è intenzionata a rubare i suoi soldi. Il finale è strabiliante e lo lascio alla curiosità del lettore.Consiglio vivamente la lettura di questo libro. È per davvero qualcosa di nuovo nell’attuale panorama dell’editoria italiana.
di Gianpaolo Ferrara

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Una banda di cefali 11/07/2017

Recensione

Ognuno di noi è sopra queste zattere, – iniziò la donna, indicando uno dei pacchetti di biscotti. – Immaginali come dei continenti che vanno alla deriva e dove viviamo per la maggior parte del nostro tempo, inconsapevoli di cosa ci potrebbe aspettare sulle altre zattere. Quello che c’è su ognuna di queste zattere è la nostra vita, quella che ci è data quando siamo nati, quella che non abbiamo chiesto. Non siamo soli, è logico, ma è come se lo fossimo, perché noi vogliamo raggiungere qualcosa, qualcosa che desideriamo immensamente, che fa parte del nostro destino e verso cui dobbiamo andare. Ma per farlo non c’è altra maniera che abbandonarle, attraversare lo spazio che vedi, e raggiungere altre zattere. Non è facile. L’oceano è vasto e pericoloso, e abbandonarle per troppo tempo significherebbe annegare. Nessuno può nuotare per sempre, ricordatelo.” Un titolo quasi Wertmülleriano per l’esordio di Fabio Morpurgo potrebbe indurre il lettore a immaginare paesaggi mediterranei e situazioni affollate di personaggi caricaturali. Niente di più lontano, invece, da Qualcuno ha lasciato la luna nel bagno accesa soltanto a metà, una raccolta di racconti di ispirazione e sapore nettamente anglosassoni, dove tutto tradisce un amore e una vicinanza estetica alla letteratura nordamericana. Si ha quasi un senso di straniamento nel leggere le storie, tutte ambientate in Australia, collezionate in un libro che sembra arrivato a noi in traduzione, direttamente dall’altra parte del mondo. Ma qui l’Australia non è un continente di larghe spiagge, esotismo e possibilità; è una terra immensa, dura, dove ci si perde facilmente e il reale si confonde con le allucinazioni e con i miraggi del deserto o di un inverno troppo duro da attraversare. Si affonda completamente in un sentire che solo un mondo altro può dare, con i suoi spazi enormi, i nomi selvatici addomesticati da un inglese forzato, la vita ai bordi del deserto o nelle grandi fattorie costruite sul lavoro duro e sull’isolamento. Eppure, il pragmatismo descrittivo e narrativo si lascia andare alla sospensione, a un senso di mistero e di minaccia sempre in agguato, e soprattutto a una intima, lucida analisi dei personaggi, delle loro emozioni che non vengono mai sviscerate, bensì esposte con tatto quasi chirurgico. E il racconto, ogni racconto, si ferma sempre a un passo dalla fine, da una risposta, dallo stringere nella mano la realtà fattuale per almeno qualche secondo. Come in Oltre le finestre nel buio, dove una serie di presagi minaccia la prosperità di Shalom Valley, e non sapremo mai se si tratti di una epidemia del bestiame, di un maleficio, o di un delirio della mente. In altri racconti, invece, il fulcro narrativo è l’incontro – e le prospettive che esso apre nella comprensione di sé  – come quello tra un commerciante di mezza età e una ragazza poco più che maggiorenne che sostiene di essere una strega (La strega dell’Oak Tree), tra un ragazzino in viaggio con i genitori e una ammaliante cameriera (Barbara Allen), tra una giovane vedova attratta da misteriose luci nel deserto e uno sconosciuto che le presta soccorso (Le luci). In Qualcuno ha lasciato la luna nel bagno accesa soltanto a metà si vive un’esperienza totale di alterità, di dispersione e di lontananza, nel segno di un profondo e sapiente amore per il continente australiano.
di Roberta Rega

Lankenauta 19/06/2017

Recensione

Come si dice, si finisce di leggere l’ultima parola dell’ultimo racconto della raccolta di Fabio Morpurgo e si rimane lì, fermi, ancora abbacinati dai paesaggi australiani, senza un pensiero, solo il senso di un respiro ampio, la consapevolezza della propria posizione nella stanza, nella casa, con la luce dalla finestra, gli uccelli che si parlano, le macchine che passano, le voci, un’improvvisa sirena di ambulanza. Qualcuno ha lasciato la luna nel bagno accesa soltanto a metà è l’esordio di questo autore trevigiano per i tipi di Transeuropa, storica casa editrice prima con base ad Ancona (1987-2000) e dal 2005 a Massa, guidata in questa nuova fase da Giulio Milani. Gli otto racconti che ne fanno parte sono tutti ambientati, come anticipato, in Australia, dove l’autore ha a lungo soggiornato, e tutti hanno come sfondo piccole cittadine, paesi, ma soprattutto le immense distese di terra rossa, l’oceano, le praterie. In ogni storia troviamo persone che viaggiano, o hanno viaggiato, e che in brevi o lunghe soste (soste di anni, anche, soste che fanno una vita) finiscono col fare i conti con presenze, reali o irreali, con fantasmi, anche quando sono di carne, perché tutti e tutte sembrano essere emanazioni della coscienza, o meglio dell’inconscio, dei e delle protagoniste. “– La malinconia, – disse lei dopo un istante di silenzio, – è il vuoto che lascia un ricordo che non sai di aver perso.” (pag. 171) Sono storie malinconiche, che dunque girano attorno a qualcosa, come dice la frase appena citata, che non si sa di aver perso, o meglio, che si sa di aver perso e di cui non si riesce che a cogliere un’ombra alla luce della luna. E questa ombra si può fare reale o rimanere immaginaria, ma in entrambi i casi determina e definisce i e le protagoniste forse più di ciò che è netto, ben visibile. C’è sempre una minaccia, in questi racconti, ma non è per forza una minaccia “cattiva”, solo di qualcosa che non si riesce a vedere nei suoi contorni, e per questo ci si sente schiacciati, oppressi, perché potrebbe essere qualcosa di immenso o piccolissimo o di media grandezza e l’incertezza lo rende spaventoso, dà un’aura di soprannaturale. C’è un’inquietudine che passa attraverso piccole fessure e che cresce, che turba lo scorrere dei giorni tutti uguali per tutte le persone con il loro bagaglio di piccole felicità e dolori, di storie che cominciano e finiscono, di incidenti e di morti che avvengono senza davvero comprenderne i motivi e che fanno sentire ognuno di noi unico mentre operano proprio il contrario. Eppure tutto questo sembra infine rimettere a posto ogni cosa, pazienza se il posto non è quello voluto da chi agisce nelle storie, sempre alla ricerca del significato, del disegno in cui sono comprese le proprie vite, o chi le legge, o anche chi le ha scritte. Si nota insomma al fondo una composizione che può risultare imperfetta ma che si sente “giusta”. Morpurgo ha esordito con una raccolta che ha poco dell’esordio, con una voce e un timbro che sembrano già maturi, al netto di qualche piccolo difetto qua e là, che fan venire voglia di leggere ancora, di rileggere persino, per ritrovarsi alla fine abbacinati dai paesaggi australiani, dalla piccolezza delle figure che vi si stagliano, dalle luci del sole, della luna, delle stelle, dei fuochi, delle torce, dei riflessi. Unica nota negativa, per un maniaco dei refusi come me, il numero di questi, superiore a quello accettabile per non farsi notare. Niente di grave, solo un sottile dispiacere. Torno a leggere qualche brano e passa tutto. “– Se tu potessi decidere di dimenticare qualcosa, Lorraine, qualcosa di così brutto da segnarti per sempre. Se tu avessi questa scelta, lo faresti, non è vero? Lei fu stupita dalla domanda. Cosa c’entrava con tutto ciò che stava accadendo? Prima che potesse replicare, lui continuò: – Se io ti dicessi che tutto quello che hai visto, o che credi di aver visto, in realtà non esiste, ti fideresti di me, no? – Sì, – sussurrò lei. – Siamo assieme da una vita, Lorraine, lo sai che non ti mentirei mai. Lei scosse la testa. – Non c’è nessuno spirito malefico che vaga per questa valle, nessun demone, niente di niente, e questo dovrebbe bastarti, – disse. – Ma tu vuoi davvero sapere da dove viene quella cicatrice? Davvero vorresti scambiare la tua pacifica vita per un ricordo doloroso?” (pag. 129)
di Andrea Brancolini

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Readerforblind 16/05/2017

Recensione

di David Valentini

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