Rock'n'read 07/09/2017

Recensione

E’ un esordio brillante questo di Raimondo Pinna, ho letto Montagne russe, uscito nella seconda metà di luglio, affascinata dallo stile elegante e “sicuro” dell’autore e dalla grande capacità di costruire una storia che tiene il lettore in una tensione costante. Montagne russe è ambientato in Versilia, il protagonista è un architetto, il Rai, di belle speranze ma incapace di realizzarsi sia professionalmente sia come persona, questa sua incapacità lo porta a cedere alle lusinghe di una coppia di russi tanto ricchi quanto ambigui. Per trentamila euro il Rai rinuncia ad un suo sogno, cede ad Aleksey e Ludmilla (quest’ultima una splendida escort non più giovanissima che vuole fare l’attrice) la sua opera teatrale: “Il sogno di un’anima morta”. “Un testo teatrale sull’ossessione del diritto ad abitare in una casa di proprietà pubblica! Ambientato e da rappresentare in Russia! Mille euro al giorno per trenta giorni, un terzo anticipato; in cambio il testo va consegnato all’attrice che ne diventa l’unica autrice.”  Il Rai è un fallito e quando scopre che Ludmilla è riuscita a portare in teatro la sua opera non resiste e racconta tutto ad un giornalista americano perché per un fallito quella era un’occasione ghiotta, anche se in modo indiretto, il Rai ha creduto di essere riuscito finalmente in qualcosa. Inutile dirvi che la pagherà molto cara… In Montagne russe i personaggi di Pinna sono perfetti, fa rabbia il Rai con quel suo carattere inconcludente e pavido, fa paura Aleksey, prototipo del russo cattivo, scaltra e calcolatrice Ludmilla. Sesso, violenza, scorribande nella storia russa, mi è piaciuto molto il riferimento ai cosiddetti “Vecchi Credenti” e il modo in cui introduce il tema della religione ma anche i riferimenti ad autori della letteratura russa come ad esempio la brava Katja Petrowskaja. Pinna dimostra di essere un uomo colto senza risultare didascalico.

Linkiesta.it 14/08/2017

Recensione

Leggendo questa storia fin dalle prime pagine ho provato un senso di inquietudine che è cresciuto senza sosta fino alla fine, una fine che il lettore intuisce subito ma nonostante ciò non può non provare tensione e qui sta la bravura di Raimondo Pinna che è appena arrivato nelle librerie, questo è il suo primo libro, Montagne Russe. La storia racconta di un architetto di origini sarde, spiantato e con idee di grandezza incapace di realizzare, il Rai. Vive a Forte dei Marmi località toscana notoriamente molto gradita al turismo russo, sulle abitudini dei russi ricchi che popolano le località più esclusive del nostro Paese si “favoleggia” oramai da tanto, in Montagne Russe troviamo una coppia, cosa facciano davvero il lettore non lo saprà, di certo l’attività che gli procura fiumi di denaro non è nella lista di quelle lecite. Lui è Aleksey, lei Ludmilla, sono insieme da anni, devoti l’uno all’altro anche se lei è spesso merce di scambio per lui che la obbliga a prestazioni sessuali con diversi personaggi che gli gravitano intorno, Ludmilla è la vera arma di Aleksey (oltre all’energumeno Kyril), è talmente bella, anche se non più giovanissima, che ogni uomo desidera possederla o accaparrarsi i suoi favori . Ludmilla è una aspirante attrice e Aleksey vuole trovare il modo di farla emergere. Il Rai, architetto aspirante scrittore di teatro diventa il mezzo per realizzare il desiderio della bella russa, è solo, senza famiglia, frustrato, senza soldi, un debole, seppure intelligente, la sua è quella intelligenza che gli fa commettere l’errore di sentirsi superiore, di credere di aver fatto un affare vendendo per 30.000 euro la sua commedia, “Il sogno di un’anima morta”, a Ludmilla per il suo esordio in teatro come attrice/autrice. Per un fallito però, vedere rappresentata la sua opera, seppure a Perm, in Russia, seppur recitata da una attrice improvvisata, è un fatto importante e non resiste, non resiste ne rivendica la paternità e non pensa alle conseguenze perché il Rai non ha mai combinato niente nella vita e quello gli sembra un traguardo. “Un testo teatrale sull’ossessione del diritto ad abitare in una casa di proprieta pubblica! Ambientato e da rappresentare in Russia! Mille euro al giorno per trenta giorni, un terzo anticipato; in cambio il testo va consegnato all’attrice che ne diventa l’unica autrice. L’architetto dimora al Forte, nella villetta di cui segue al meglio i lavori di ristrutturazione. Uno di quei sempre più rari incarichi fiduciari che vanno avanti a strappi, per via delle bizze dei cottimisti. Operai di imprese edili decotte, costretti a mettersi in proprio per fornire la loro prestazione, spesso agli ex padroni.” Nonostante il protagonista di Montagne Russe sia il Rai, per me almeno, Ludmilla risulta essere quella che da sola anima l’intera storia. Apparentemente succube di Aleksey, dimostra in realtà di essere la vera burattinaia, quella che senza armi arriva ad ottenere tutto. Smaliziata, crudele, colta per alcuni versi, fanatica religiosa, difende i suoi obiettivi e desideri a tutti i costi. “Ludmilla è nata e cresciuta a Ust’-Tsil’ma, un villaggio sul fiume Pečora. Ora ha un aeroporto ben collegato con voli di linea stagionali al capoluogo Syktyvkar, ma prima… In quel paese c’è una cerimonia, Ust-Tsil’ma Gorka, il 12 luglio, per la festa dei santi Pietro e Paolo. Dicono che è una danza medievale. Chissa se è vero. E' un paese di Vecchi Credenti, anche lei è una Vecchia Credente. E' una raskol’nika.” Il Rai a Ludmilla “– Avete derubato parecchie persone. Non provi alcun rimorso? – L’attrice si inalbera. – Io ho sempre evitato ed evito tutto ciò che era ed è contrario alla mia fede cristiana. – Il Rai non riesce a frenare la lingua. – Che c’entra? E poi, questa fede dei Vecchi Credenti… Ma cos'è?L’unico vero cristianesimo, ecco cos’è. Che è stato dato a noi russi. – Il Rai sa di inoltrarsi in un terreno minato. Però prosegue. – Vi è stato dato da chi? – Da Dio! – Ludmilla è in piedi, il volto a due centimetri da quello dell’architetto. Istintivamente l’uomo si ritrae. – Roma e Costantinopoli sono cadute per i loro peccati. La Russia è divenuta il popolo eletto da Dio, Mosca la città scelta da Dio, lo zar il pastore che Dio ha dato alla sua chiesa. – Il Rai trasecola. Si copre la faccia con le mani. – Non ci posso credere. Il popolo eletto! Non bastavano gli ebrei, pure i russi con questa storia. – Non ti azzardare a paragonarci con quella feccia che ha crocefisso nostro signore. – Il Rai toglie la faccia dalle mani e si alza in piedi. – Non è vero che l’hanno crocefisso. E' una menzogna. E' dimostrato. – Zittoooo! – Ludmilla non si controlla più. Va fuori dai gangheri. Si getta contro di lui e comincia a picchiarlo selvaggiamente. E fa male. Il Rai cerca di proteggersi la testa, di parare i colpi che la donna gli rifila dappertutto: al volto, allo stomaco, alle reni, al fegato, alle costole.” La stessa donna non esita a concedersi a chiunque e a macchiarsi di qualunque nefandezza. Colpisce moltissimo il modo in cui l’autore ha costruito la personalità di Ludmilla, come anche quella degli altri personaggi io penso abbia alimentato in me quell’idea che i russi siano un popolo freddo, capace di grande patriottismo, legato ai suoi principi morali e al contempo, probabilmente per la sua storia, capace anche di calpestare i principi altrui. Su Perm, la città natale dI Ludmilla e Aleksey, l’autore fa diverse digressioni che permettono al lettore di conoscere questa città degli Urali, interessante è la parte in cui fa raccontare al Rai del “Progetto Perm “ che aveva come idea di base quella di “risvegliare la creatività come base dell’economia nella nuova società dell’informazione”, avevo letto tempo fa un interessante articolo sulla rivoluzione culturale di Perm, ho visto una foto di quello che forse è il simbolo più conosciuto di questo progetto, è una scritta: “La felicità è all’orizzonte”, che si trova sulle rive del fiume Kama. Tornando a Montagne Russe, altri spunti che la storia di Raimondo Pinna offre, riguardano la storia dei posti in cui si svolge il romanzo, quella Toscana di marmo che si è trasformata in un centro di attrazione per un turismo internazionale alla ricerca di lusso e divertimento. “– Si chiama cava delle Cervaiole. Gruppo Henraux. – Non è un nome italiano. – Il Rai trema: i suoi muscoli si contraggono in modo involontario. Le parole che pronuncia si adeguano agli spasmi. – Infatti. Si chiamava Bernardo Sancholle Henraux. La famiglia proveniva da Sedan, nelle Ardenne. Negli anni quaranta dell’ottocento costitui la società del monte Altissimo e, nel 1849, aprì ad Arni la prima cava di tante. E aveva commesse da ogni dove tra cui, indovina un po’? Era il fornitore del marmo utilizzato per la costruzione della cattedrale di Sant’Isacco a San Pietroburgo. Da quello che ho visto in fotografia, una chiesa con una cupola neoclassica, enorme, imponente. Tu l’hai vista, Aleksey? – Interessanti anche i riferimenti a Katja Petrowskaja, all’opera di questa scrittrice e giornalista ucraina, il Rai si porterà dietro, per quasi tutto il romanzo un libro dell’autrice: “Sto leggendo un bel libro di una tua conterranea, tale Katja Petrowskaja. In italiano, ovvio. Figurati che questa russa scrive in tedesco. In tedesco! – La donna non commenta. Il Rai prosegue come uno sciocco maestrino dalla penna rossa. – Ha scritto che suo padre era innamorato della Polonia, della poesia polacca e del suono della lingua: la considerava il più femminile fra i pianeti del loro universo socialista. – Di dov’è questa Petrowskaja? – Chiede Ludmilla. – Di Kiev. – Allora è ucraina, non russa. Fai l’errore che fanno tutti. Peccato!” Sottile il riferimento al senso di appartenenza che un russo degli urali può provare per quel territorio a cui si affida la linea del confine con l’Asia, Ludmilla e Aleksey non sembrano sentirsi parte della cosiddetta Russia Europea. Diverse le scene di sesso, assenza totale di sentimenti, forse c’è un solo passo verso la fine dove Ludmilla e Aleksey sembrano in qualche modo manifestare l’amore reciproco. Finale decisamente splatter. Un’opera prima molto interessante.
di Elisabetta Favale

Alcolibri Anonimi 28/06/2017

Recensione

Cosa accade nella Versilia colonizzata da facoltosi russi? Cosa si nasconde dietro una pièce teatrale scritta da un architetto italiano, che vende la sua opera e la paternità della sua commedia a una misteriosa e pericolosa coppia russa? Nell’esordio letterario Montagne russe, edito da Transeuropa Edizioni, Raimondo Pinna costruisce un gioco di incastri narrativi degni di una matrioska, tra vita più o meno reale e costruzioni teatrali metanarrative. E, dietro gli espedienti tragicomici, c’è quella cultura tutta italiana dedita alla speculazione immobiliare tout court ma sempre pronta ad additare lo straniero in casa. Essere in trappola – Come mai a mezzogiorno stamattina? Hai fatto tardi ieri sera? Ti sei fidanzato? – Ludmilla pronuncia queste sorprendenti domande mentre, davanti a uno specchio che ha posizionato sul comò, si trucca gli occhi con mascara, rimmel, fondotinta, matite. Indossa un’accattivante vestaglia in raso color avorio che per vezzo lascia aperta, così da mostrare mutandine e reggiseno in pizzo. Il Rai poggia i fogli della sua commedia sul tavolino da tè, quindi sprofonda in una delle due poltrone. – No! Ho dovuto dormire per riprendermi dal pomeriggio da incubo trascorso con il tuo Aleksey. Il testo intero sta lì, ma ribadisco che non è concluso. – L’attrice non si volta neppure. – Eppure ero stato esplicito. Te lo avrei dato non appena avessi terminato le correzioni e le integrazioni necessarie. – Ludmilla verifica se ha aumentato intensità e magnetismo del suo sguardo, fissando il Rai nello specchio, mentre con cura sceglie gli strumenti necessari per imbellettarsi. – Anche io ero stata chiara con te. Lo volevo subito. Visto che non me l’hai consegnato tu, ho chiesto ad Aleksey di convincerti a portarmelo. È stato gentile: non trovi? – Il Rai è furioso sia per il contenuto sia per la strafottenza del tono: cerca le parole adatte per ferirla. – Tu e Aleksey vi trastullerete in tre anche con il giovane Sergjei? – – Ossignore. Sei geloso. – Sta mettendo la cipria sotto gli occhi, per attutire la contrapposizione con l’ombretto scuro che ha utilizzato. In quella parte del viso deve avere la pelle grassa. Ludmilla scoppia a ridere, ma non si volta, non interrompe il traffico sul suo volto. Si concentra sul rossetto da scegliere per le labbra, senza guardarlo. Nella stanza comincia a fare caldo: la primavera ha fatto il suo ingresso nelle camere del Golf Hotel. L’abbigliamento del Rai, in fustagno, è fuori luogo (pagg. 71-74).

Senzaudio 28/06/2017

Recensione

Io voglio vedere una cava di marmo dismessa e un paese della zona, non cadere in un burrone; voglio tornare a Forte dei Marmi prima del tramonto, non a notte fonda perché tu hai sbagliato strada. Tu puoi portarmi? Sei credibile? Hai una reputazione? Devi pensare sempre che hai una sola possibilità. È una grande cazzata di voi occidentali, di voi italiani in particolare, credere di avere più di una possibilità.   L’antagonista di una storia è quasi sempre motore vero e proprio dell’azione. Nei manuali di scrittura creativa si legge come “the opponent should want the same thing as the hero”, e che “in working out the struggle between the two characters, the larger issues and themes of the story unfold” (John Truby, The Anatomy of Story). Un antagonista ben costruito – ossia non una semplice macchietta con ambizioni di distruzione totale (penso ai villain di certi film superomistici: tutti uguali, tutti con gli stessi obiettivi, tutti destinati a morte certa) – è la vera chiave di volta di una storia, in quanto riesce: 1) a esplicitare difetti e limiti dell’eroe, portandolo a combattere con il proprio fatal flaw e a superarlo, divenendo così una persona migliore a fine viaggio; 2) a coinvolgere il lettore attraverso dilemmi morali articolati. C’è di più. Un antagonista ben costruito è memorabile, e può essere “a nicer person than the hero, more moral, or even the hero’s lover or friend”: pensiamo al carismatico Apollo Creed di Rocky, destinato a diventare amico del protagonista (e al meno carismatico ma altrettanto memorabile Ivan Drago, al momento della sua “liberazione”: DLYA SEBYA!, urla, Lo faccio per me!); pensiamo anche al magnifico personaggio di Ozymandias in Watchmen, che per raggiungere la pace mondiale (obiettivo perseguito da tutti i supereroi della graphic novel di Alan Moore e Dave Gibbons) è disposto a sacrificare milioni di vite umane. Fatta questa lunga premessa, è ora possibile dire che se Montagne russe di Raimondo Pinna è un esordio col botto, lo è grazie non al protagonista (un Raimondo Pinna architetto cagliaritano come l’autore) bensì all’antagonista: Aleksey Ivanovic Kanev, mafioso russo arricchito, personaggio credibilissimo. Caratterizzato da mille sfaccettature, sa essere elegante nei ristoranti lussuosi di Forte dei Marmi, autoritario con i propri scagnozzi, terrificante quando Raimondo si impunta sulle scelte sbagliate, dolce e comprensivo con Ludmilla Petrovna Gromova, sua compagna di vita con velleità artistiche destinate a rimanere tali a causa del colpo gobbo dell’architetto. Proprio intorno all’affascinante Ludmilla (altro personaggio forte, ma soltanto quando non costretto all’ombra dall’imponente figura di Aleksey) e all’opera teatrale gravitano gli sforzi dell’italiano e del russo, che di fatto “want the same thing”: affermarsi l’uno sull’altro, mostrare di essere i maschi alfa, i capobranco in un mondo sociale in cui domina il più forte. Che Raimondo mascheri la propria volontà di dominio e affermazione col bisogno di far comparire il proprio nome sull’opera teatrale da lui stesso scritta è ovvio espediente: percorso dell’eroe a parte, è lui ad accettare i soldi in cambio della cessione della paternità del Sogno di un’anima morta; è vero, è sempre lui a decidere di punto in bianco, che no, la perdita di quel figlio letterario non s’ha da fare, però è altrettanto vero che non emergono motivazioni forti al riguardo se non quella di riscattarsi dalle umiliazioni subite. Raimondo è e resta un protagonista piccolo, debole, incapace di vedere al di là del proprio naso: sigla un contratto con dei mafiosi, diventa persino complice di un omicidio politico e poi pensa di farla franca quando il suo scherzetto ai danni di Ludmilla viene smascherato; tenta di imbrogliare Aleksey e il suo tirapiedi Kyril giocando sul loro stesso campo, improvvisandosi delinquente della domenica; cerca di ammaliare la russa comportandosi a metà fra il don Giovanni e il Jake LaMotta aggressivo interpretato da Robert De Niro in Toro scatenato (ovviamente fallendo). In questo Aleksey è più diretto, e dunque più apprezzabile. Egli non nasconde la sua natura criminale, e però al contempo cerca di elevarsi: addirittura finché può tenta di dare una mano all’architetto italiano, come quando, parlandogli di reputazione e obiettivi, gli dice “devi pensare sempre che hai una sola possibilità”. Sopporta fin troppo le insubordinazioni di quello che ai suoi occhi è un insetto facilmente eliminabile, finché non si vede costretto a passare ai fatti. La sua appare una missione che va al di là del mero obiettivo iniziale di far felice la propria donna: sembra quasi che voglia insegnare qualcosa al protagonista, ossia come si vive in questa società, come si esce dal guscio e ci si impone sul palco del mondo. Mentre Raimondo è infatti solo, insoddisfatto, convinto di essere capace nonostante tutto gli provi il contrario, Aleksey è circondato da conoscenze (sebbene molte siano superficiali), uomo di successo, autoritario ma anche autorevole. Un tentativo di coaching destinato a fallire per la boria dell’architetto, che nella sua sconfitta si porta appresso anche la credibilità di Ludmilla come autrice e attrice teatrale. Toccante è, a questo riguardo, l’ultima scena di sesso fra i due russi, l’unica fra quelle che rinveniamo nel testo che veramente ha il sapore dell’amore. Soli nel camerino del teatro U Mosta di Perm dove si è svolta la prima, troviamo Aleksey e Ludmilla debolissimi, nudi e umani come due amanti di lunga data:   Una donna e un uomo sono accoccolati a terra. Non sono più giovani, lei ha la testa sul grembo di lui, le sue braccia avvinghiano qualche parte del corpo, forse le anche. Lui ha le labbra sui suoi capelli e le mani accarezzano la schiena. Deve essere la stessa posizione che, il dodici luglio di più di trent’anni prima, due adolescenti hanno assunto dopo aver fatto l’amore, nascondendosi dal fragore della festa di Ust-Tsil’ma Gorka, giurandosi di non abbandonarsi mai più, qualsiasi cosa sarebbe successa.   Quello che vuole profilarsi come uno scontro di civiltà (uso non a caso parte del titolo del bellissimo libro di Amara Lakhous Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, visto che anche in Montagne russe si parla di immigrazione e melting pot più o meno mancati) fra russi e italiani è in realtà uno sconto ben più ampio fra due visioni del mondo antitetiche e che non dovrebbero mai incontrarsi ma che, purtroppo, lo fanno. In questo scontro di persone a perdere sono tutti, è vero, ma l’architetto subisce la sorte peggiore perché rimane un personaggio non-memorabile; e non c’è destino più miserabile, per qualcuno con aspirazioni elevate, dell’essere dimenticato, dello scomparire fra le pieghe del tempo. In conclusione, Montagne russe è un esordio ben costruito, un noir italiano con tutte (o quasi) le carte in regola. Pinna mostra sin da subito di saper scrivere: sa incatenare il lettore al testo fino all’ultima pagina (nonostante la scelta non felicissima, a mio avviso, di piazzare l’epilogo all’inizio per poi riprenderlo nella “Traccia fantasma” alla fine del libro) e prendere a schiaffi le sue emozioni con personaggi e conflitti ben sviluppati. Unico neo – ma questo elemento, se portato avanti con altri crismi, può diventare invece parte integrante della voce dell’autore – sono le continue digressioni artistiche e politiche: interessanti tutte (e qui va un ulteriore plauso a Pinna) ma decisamente troppo invadenti.
di David Valentini