Poesia Ultracontemporanea 16/09/2020

Segnalazione

Fonte: https://poesiaultracontemporanea.wordpress.com/2020/09/16/raffaele-castelli-il-vizio-della-caduta-planare/?fbclid=IwAR1X_-qlKNuNK7Yo2cVXbOZNWUFatPfdAo3N4On9ZVGCT3V4A4jwd0UThs0

Downtobaker 15/09/2020

Segnalazione

La zona rossa” nasce dalla storia vera della malattia e della guarigione, dell’iniziale sconfitta e della vittoria finale nei confronti del virus dell’autore, Raffaele Castelli, dimenticato da una sanità che avrebbe dovuto prendersi cura di lui e che invece lo ha abbandonato. Lasciandolo solo davanti al giudizio degli eventi della pandemia nell’isolamento della sua casa: trasformata in una casa di cura privata e in un rifugio di scrittura privilegiato. Unica terapia la Tachipirina, i consigli del medico di famiglia e le videochiamate con affetti e amici. L’uomo e il virus. Senza pudore né moralismo, ma con durezza e comprensione. In un inno alla vita strozzato in una platea orizzontale e plurale. Dove l’altro, siamo sempre noi. Per non far cadere nell’oblio quel momento, quell’attimo in cui tutto poteva cambiare per poi, probabilmente, non cambiare nulla. Prima della peste    Fossi femmina spruzzerei latte nessun rito, ma spazio alla routine la sopravvalutazione dei baci quelli di prima che ora non mi dai talvolta siccità oppure pioggia un vespaio d’insetti nel cilindro dell’ospedale della mia casa del ricordo del brulicare sordo giù nella strada prima della peste.    Sto con me stesso, o senza me stesso solo un fiore, la calma la muove nell’attesa di chi mi sta cercando nella distanza perfetta mi trovo morto o vivo non fa differenza se perdo il tempo ad attendere che tutto cambi per farsi uguale che un tratto lieve tracci il nuovo con solo una luce al mio fianco.    Allora se proprio devo vivere lasciatemi vocali stalattiti e le consonanti acuminate rivoli verdi sui suoi seni e il ventre, sì, un poco stracciato e tutte le debolezze intatte e le perle, della nostra apnea fatta di polmoni indeboliti e cieli sotto sforzo. Inquinati.    Il vizio della caduta planare    Quarantacinquesimo farsi sera all’uggia d’un tratto immaginato dalla presenza di una persona sul Parallelo dell’isolamento geografico, fisico. Umano fatto di quanta chimica contiene quanto possono le scarne speranze morderne e addentarne le spoglie.    Basta non toccare. Non respirare. Non azzardarsi al sentir dolore.    A guardar bene scorgi vitalità nei giovani ignari del domani che dicono lingue senza frontiere seduti a distanza di certezza: il quarto stato della materia la parte liquida del nostro sangue o del suo fluire nel monitor dell’impalpabile volubilità.    Quindi non toccarmi. Non respirarmi. Sono l’avvento del tuo sapere.    Sono il tuo intelletto scemo la sepsi della connessione certa il guasto nella tunica griffata la contaminazione del prodotto la corruzione nella rotazione l’infezione ronzante d’un insetto.    Il vizio della caduta planare. Fonte.
di Redazione

Sololibri.net 05/09/2020

Recensione

Ogni poeta, come ogni artista in generale, sceglie la sua maschera; l’autore de La zona rossa (Transeuropa, 2020), Raffaele Castelli Cornacchia, di facce ce ne mette due e le espone entrambe nel tentativo di avere così due sguardi diversi, di comprendere le diverse - spesso opposte - posizioni dei suoi lettori. Come dice lui stesso: “Nella ricerca della giusta misura fra oggettivo e soggettivo, fra oggetto e soggetto del dibattito culturale contemporaneo. L’atto più rivoluzionario che oggi ci possa essere”. Come le due anime Faustiane di Goethe del destino e del mendicante che si riconciliano. Già in questo Raffaele Castelli Cornacchia si allontana decisamente dalla tendenza odierna di esprimere forme e contenuti preferibilmente verso i propri affiliati. Di riunirsi in gruppi di poeti, editori e lettori accomunati da sensibilità e idee affini. Le affinità elettive della poesia. Il luogo sicuro in cui agire. Contro le quali in nostro oppone il primato della verità (dei fatti) e della ragione (delle idee) prendendosene costi e rischi. Quelli di non piacere a tutti magari, o di dare fastidio a qualcuno. Perché per lui le cose non sono solo belle o brutte. “A vedercelo il bello in tutto / riprendiamo a elemosinare / perle dai mendicanti di servizi / come dei ramingi senza diritti / come dei servimuti al mercato.” Nella poetica di Raffaele Castelli Cornacchia ci sono Parmenide, fra le ricerche della maturità, e i carmelitani, i popolani di quartiene da cui proviene. E non credetegli se vi dice che non è condizionato da nulla, perché - fortunatamente - tutto lo condiziona. Anche in una città di provincia come la sua Brescia, così lontana dalle enclave letterarie e poetiche nazionali e dalla quale lancia l’invettiva che come una parola d’ordine pervade tutta l’opera: “Basta non toccare. Non respirare. / Non azzardarsi al sentir dolore.” E tutto potrebbe finire qui, si potrebbe azzardare, se non fosse che il nichilismo (di severiniana memoria), che il nostro autore dimostra di conoscere bene e di condividere a fondo, gli impone di ripromettersi che nulla viene dal nulla: nemmeno i tragici avvenimenti di cui si tratta ne La zona rossa. Non è colpa di nessun dio e oneri e onori gravano tutti sulle spalle degli uomini. Tutto è su un piano orizzontale dal quale bisogna accucciarsi, sporgersi e mettersi sulle punte per vedere oltre. E forse anche il nostro poeta ben ci prova, formalmente, a essere così meravigliosamente inattuale perché, in fondo, si vorrebbe soltanto dimenticare ciò che è successo. Perché la zona rossa non cerca ragioni o giustizia, ma di soddisfare la fame di verità degli illuministi senza dei. Il resto non conta. All’autore di questo libro non importa niente della disputa attuale fra negazionisti e confermazionisti. “Cristallizzate tutte le partenze: non si scappa più da nessuna parte.” Per quanto gli riguarda la gente può continuare a viaggiare da sola in auto indossando la mascherina o a bruciarle in strada come si fece con i libri che la cosa non gli riguarda. Sa troppo bene, Raffaele Castelli Cornacchia, che questo sfoggio autolesionisctico di applicazione democratica delle proprie idee non produrrà nulla di buono. “Ma che gusti avrete mai, voi oggi / senz’alcuna prudenza d’intelletto / e senza memoria dei vostri atti / solo, quella voglia, di normalità. / Quella smania di cambiare le cose / di cercare di essere migliori / e di non rifare gli stessi sbagli.” Tutto questo è il poi, è la conseguenza di qualcosa che è stato nei fatti e che la gente inizia presto a rivedere con occhi deformanti, sia per scarsa memoria sia perché il popolo si fa condizionare facilmente dalla costruzione e dalla manipolazione delle informazioni dei media, dei social e della politica. Questione di interessi più che di idee. Quello che è stato diventa un prodotto a uso e consumo di interessi terzi. “Il caos era stato evitato / ci aspettava un’alba terrena / una vita tutta da inghiottire / però rimaneva una minaccia / un tubo rimosso troppo in fretta / qualcosa che sfuggiva all’udito / e non era tanto la pandemia / l’eventualità d’una ricaduta / quanto quel riprendere dall’inizio / come dopo la prigione dell’oca.” Quello che è e che importa invece de La zona rossa è la testimonianza. La registrazione di fatti realmente accaduti senza morale, senza pudori, senza infingimenti e senza interessi personali. Oserei dire, per quanto possa sembrare paradossale parlando di poesia, con un’oggettività di racconto che non hanno dimostrato in quei giorni confusi e terribili la scienza e la politica. “Prima d’allora avevo sempre detestato la routine / le rassicuranti liturgie della quotidianità / ma la lotta per la sopravvivenza richiede ordine / così in quei giorni presi ad avere abitudini.” Sì, la poesia in quest’opera è una maniera di tenere in ordine ciò che è accaduto, che sta accadendo e che accadrà. Dal punto di vista personale dell’autore che nella faccenda c’è immerso fino al collo fin dall’inizio, così come tutti noi. Ancora una volta oggetto e soggetto. La giusta misura. “Anche oggi, sull’orlo della notte / qualcuno si sveglia senza respiro / e si ripromette d’esser gentile / e riconoscente con il destino / per il poter ancora accarezzare / tracce lasciate o farne di nuove 7 ricomporre la trama di quei giorni / che han ceduto il passo ai corpi / intrecciati gli uni agli altri / nell’identico amplesso virtuale.” Marzo e aprile, i mesi della solitudine nelle case scossa dal suono continuo delle ambulanze, sono stati la scenografia e il copione inconfutabili degli accadimenti. I giorni in cui lo stillicidio del terrorismo mediatico dei bollettini salvava dalla disperazione l’illusione gentile di una possibile e rinnovata solidarietà fra persone. La paura accomunava come una vittoria della nazionale di calcio ai mondiali. Lasciava ancora spazio a insperate speranze riguardo la possibilità di un disperato miglioramento della società che stava subendo e al contempo facilitando la vita al virus. Questo virus come altri. Questa società che non ha una malattia sola. “Quindi non toccarmi. Non respirarmi. / Sono l’avvento del tuo sapere. / Sono il tuo intelletto scemo / la sepsi della connessione certa / il guasto nella tunica griffata / la contaminazione del prodotto / la corruzione nella rotazione / l’infezione ronzante d’un insetto.” Alla quale il poeta si oppone con i mezzi propri della poesia. Della quale, a suo dire, oggi abbiamo più bisogno che mai ma non asservita esclusivamente al proprio Io individualistico e che non tema d’esser tacciata ed etichettata come poesia d’impegno civile. Cosa che, così come proposta in quest’opera, non è riproposizione anacronistica ma dovere intellettuale e umano. “Allora se proprio devo vivere /lasciatemi vocali stalattiti / e le consonanti acuminate / rivoli verdi sui suoi seni / e il ventre, sì, un poco stracciato / e tutte le debolezze intatte / e le perle, della nostra apnea / fatta di polmoni indeboliti / e cieli sotto sforzo. Inquinati." Un dovere intellettuale, come nelle opere precedenti dello stesso autore, duro e critico nei confronti della società. “Niente più puttane tanti notai / e più farmacisti che operai / e cerberi a custodire cosa / e, quel bislacco senso del disuso / a muffire ironia, e sorte." “E poi troveremo d’esser contenti / come dei contadini baraccati / intorno l’anfiteatro romano / perché questa è la nostra scienza. Qui. / Campare le rovine del passato.” Duro e critico anche nei confronti della mera critica speculativa o all’adulazione poetica. “Non sai dipingere con le parole. / Proponi sentimenti inutili / persi in alfabeti. Questo fai. / Ma tu non sai dipingere. Straparli. / Ti opponi alla corrente, remi / fendendo con l’acqua. / Essere e avere senza fare / verbi senza soggetto e tutti noi. / Gli occidenti fermi, senza ali." La proposta stilistica allora è quella di una via fatta di forme e di contenuti linguistici che non sia innocua, che vada fino in fondo. Che colpisca duro. Come solo la poesia, voce incantata di ogni arte, può fare. “Non è tempo del senso della fine. / Le radici che vogliamo mettere / son delle lunghe gambe da amare / un corpo sudato è corpo vivo / quindi s’accettano soltanto pugni / pugni di parole ben assestati.” Una posizione critica e giocoforza anche provocatoria, quella di Raffaele Castelli Cornacchia, che si confina in un punto privilegiato equidistante da ogni estremismo non per allontanarsi dalla verità, bensì per contribuire a ritrovarne una parvenza. In quel divenire delle cose e dei fatti nei quali ognuno può essere artefice e protagonista. Con meno fiducia nello strapotere strafottente e dominante della scienza e della tecnologia tipicamente occidentali, e una maggiore ricerca laica di una comunione di idee, incentrata nel ricostruire relazioni fra pari meno determinate e minacciate dall’attuale illusione connettiva. Pensieri soggetti all’imprevedibilità dell’esistenza senza fede, certo, e che respingono ogni volontà di potenza - tecnica e intellettuale. Ogni abuso sia fisico sia metafisico. Nella convinzione che se per tutto può valere il concetto di un divenire eterno senza creatori iniziali, questo non vale per la nostra società in repentino declino. E in questa fase intermedia nella quale l’incretinimento delle masse lascia ancora spazi in cui agire, bisogna agire. “Il confino è un senso unico / dall’esilio si torna diversi / e il rientro ha un altro nome: / qui, si fa come facevamo prima / a mettere un passo dietro l’altro. Cercando di far prevalere al pessimismo l’ottimismo. Al catastrofismo l’attivismo. La vita alla morte. “Per dio basta, basta bollettini / e dal fronte basta, il fronte sta qui / qui è la misura, la biopsia / di un’onda che non si puo’ sfuggire / alla quale per gioco resistere / come dighe di sassi al rivolo. // Che ritmo inutile la speranza/ la lusinga danzante della scienza: / omeostasi e metabolismo / evoluzione e riproduzione / la forza, in sostanza, che ci manca. / La parola VITA, in maiuscolo. Quando in realtà prevale il realismo di chi conosce la vita.” In una visione poetica e sentimentale nella quale sempre contano la rabbia ma anche l’amore. Forse, perché quei giorni resteranno sempre i giorni della solidarietà e della speranza. Perché gli amici e i nemici sono tutti sulla stessa barca. “ … ma, ugualmente, conterà l’amore / o sarà soltanto quell’egoismo / quell’ipocrisia di amor proprio / che incede con potenti falcate / perché il dubbio, come una crepa / nel fraterno sentimento penetra / l’amore tutto d’un fiato, d’amare.” Fonte:https://www.sololibri.net/La-zona-rossa-Castelli-Cornacchia.html
di Amilcare Bronchielli

La bella poesia 16/07/2020

Recensione

Si dice che dopo 7 anni i matrimoni si rompono o si stabilizzano. Sono passati giusto sette anni dal sorprendente ultimo libro di Raffaele Castelli Cornacchia, “L’alfabeto della crisi”, nel quale il poeta aveva dato voce a tematiche che, in genere, sono lasciate fuori dalla prassi poetica perché attinenti all’economia, al lavoro, alla politica. Ora Raffaele, dopo avere maturato riflessioni e esperienze di vita, è tornato con questa nuova silloge a dirci che il suo matrimonio con la poesia durerà ancora a  lungo.L’evento che ha spinto Raffaele a impegnarsi nel nuovo lavoro è stato un avvenimento doloroso: la morte della madre dovuta alla pandemia, e il coronavirus che si insinua e minaccia anche la sua vita. Il libro è il resoconto di prima mano dei pensieri che attraversano la mente di un ammalato, resoconto che però diventa subito poesia, sconcerto, ribellione; libro inquieto, dunque, libro caos, caos di pensiero e di molte verità tirate fuori dal pantano assurdo della vita nel quale l’esistenza diventa fragile, assediata dalla attesa, dalla paura e dal rimpianto di non averla assaporata sino in fondo: “Era meglio esser partiti prima/ con i suoi suoni, e il sentir bene/ il piacere, e il tempo che passa/ con tutta la forza, della terra.” (pag.11) E poi c’è l’isolamento, il pericolo di contagiare, la mortificazione di coloro a cui viene inibito ogni contatto: “Quindi non toccarmi. Non respirarmi./ Sono l’avvento del tuo sapere.// Sono il tuo intelletto scemo/ la sepsi della connessione certa/ il guasto nella tunica griffata/ la contaminazione del prodotto/ la corruzione nella rotazione/ l’infezione ronzante d’un insetto/.” (pag. 13) La realtà dolorosa diventa allora come la sala d’aspetto di un sogno a cui si chiede solo una via di fuga: “Un sogno comodo, da veri stronzi/ come son poeti e sognatori/ che in sogno non stanno mai fermi/ e dev’essere colpa del sapere/ che non sai che accade a muoversi/ ma sai che succede a stare fermi/ non cambia nulla, si chiama incubo” (pag. 14) La malattia ruba la realtà e la sostituisce con immagini, deliri, rimpianti e un senso di spossatezza che annulla la volontà di combattere: “La spossatezza, è voglia di pace/ di prendersi cura dell’ottimismo/ di rivangare i corpi percorsi/ di, starsene senza fiato sott’acqua.” (pag. 16) Ma non manca l’ironia, il sarcasmo contro i riti, le parole inutili, la retorica dei media e la realtà che cambia ognuno, nella paura nella speranza che l’emergenza possa presto finire: “Niente più puttane tanti notai/ e più farmacisti che operai/ e cerberi a custodire cosa/ e, quel bislacco senso del disuso/ a muffire ironia, e sorte.” (pag. 17)  Il verso procede così imprevedibile, senza mai accartocciarsi sul proprio dolore, sulla malattia, diventando   fuga semmai, lotta semmai, un modo per tergiversare, reagire, raccontare fatti e incongruenze, e inventare parole, assonanze, rimandando ad altro, al non detto e chiedendo al lettore di farsi parte attiva, interpretare, riconoscersi o dissentire, nonostante la fatica della salita lo freni, i voli logici, le impreviste figure lo lascino in parte incerto, in parte affascinato. Una specie di disordine descrittivo che richiama la confusione della mente impaurita, sconvolta nelle sue abitudini dal capovolgimento della realtà: “Non c’è ordine nella bellezza, e /t’illudi d’avere delle idee/ e le digiti sopra un foglio, ma/ il tuo pensare non è un germoglio/ si rivolta sterile su se stesso/ costruisci effetti per la gente/ e il tuo tratto non ha contorno” (pag.20) Emerge la critica sociale, l’invettiva, la ribellione ai luoghi comuni, alla bontà tanto al kilo della società in declino: “Non è tempo del senso dell’inizio/ di sacrifici su ordinazione/ di solidarietà senza le mani/ di schifarsi dei soldi da spendere/ o piuttosto di quelli da prendere.”(pag 23) “Per imbrogliare: per questo si nasce./ Sasso carta perde, forbice vince./ Tutto qui. Perdi, ti strappi il petto/ ti squarci il petto pure se vinci…” (pag.24) “Rivoluzione, eiaculazione/ secoli di cimiteri perfetti/ lapidi di giudizi. Pregiudizi./ Nulla più che spazio fra le costole.” (Pag.26) Entra nei versi quello che non funziona nella società: le inquietudini, lo scontento, il rifiuto delle regole, delle consuetudini letterarie per dare spazio e libertà a verità confuse ma vitali: “Raccogli lo sterco che ti circonda/ senza che dicano hai scritto bene/ senza ironie sulla metrica/ sul contagio delle abitudini/ o sul modo di guidare un’auto” (pag.22) “Meglio, una biro senza inchiostro/ mi rovisto nella testa i grilli/ polpi e fragole, un po’ di bourbon/ l’ultima cosa che invochereste/ un tonno una tinca, uno squalo/ nell’impresa, di saper ritornare.” (Pag. 29) Critica sociale e politica, dunque, questa “Zona rossa” ma senza cattedra, senza maestri, critica che ingloba il poeta stesso, la sua vita, le sue scelte, e le scelte della gente intorno impastate di illusioni e di cinica indifferenza: “La piccola Ife è in seconda/ gli occhi blu come uno zaffiro/ sezione B, viene dall’Etiopia/ il suo nome vuol dire amore/ e a casa celebrano di maggio/ il cinque, la loro Liberazione/ l’occupazione degli italiani/ ma non le interessa del fascismo/ tutti sono molto buoni con lei.// Fosse davvero l’aria a mancare/ anche la Libertà avrebbe la sua/ di terapia intensiva ma no/ non è una libertà generica/ a far difetto, è il carattere sia dell’aria che della libertà…” (Pag.58) “Ma, che gusti avrete mai voi oggi/ di nuovo arruolati alla folla/ di nuovo pronti al passo incerto/ a tentare un’esistenza viva./ Non ce li renderanno nuovamente/ i nostri immacolati sospiri/ senza smania stavolta, di cambiare.” (Pag 55) “Così, rappresentati degnamente/ da giullari servi e mascherine” crepammo, dimentichi dei mandanti.”(pag 56) Poi, sul finire, il registro stilistico si modifica, il verso diventa limpido, calmo, pacificato, come per un approdo sperato, dove riposare il cuore e fare emergere ciò che conta davvero: il dolore, la perdita della madre, la malattia, il rimpianto. “Così in quei giorni tutti i respiri si riunivano/ in collane di labbra che sono diventate parole/ pudiche sincerità, poesie, e cambiamento.”(pag 59) Il figlio ribelle, il figlio poeta resta solo col rimpianto di ciò che ha perso e con una battaglia decisiva da combattere, perché sa che questo è il momento in cui bisogna dare verità e forza alla vita, alle parole, al cambiamento. “Solo passi di ricordi, ricordo/ la cotoletta non t’è mai piaciuta/ nel vino mi mettevi lo zucchero/ eri fatta così, poco realista/ e ora ci separiamo davvero./ Il mio cuore s’è rappacificato./ Vado a pagare il mio conto.” (Pag. 54) “Prima d’allora avevo sempre detestato la routine/ le rassicuranti liturgie della quotidianità/ ma la lotta per la sopravvivenza richiede ordine/ così in quei giorni presi ad avere abitudini. … //Così in quei giorni tutti i respiri si riunivano/ in collane di labbra che sono diventate parole/ pudiche sincerità, poesie, e cambiamento.” (pag.59) Un libro da leggere dunque, non usuale, non letterario, che raccoglie dalla vita piuttosto che da altri libri nel quale Raffaele Castelli Cornacchia si conferma ottimo e originale poeta. Qui la fonte dell'articolo.
di Renato Fiorito