Premio Bologna in Lettere 18/05/2021

La dialterità di Lella De Marchi. Nota critica

La disalterità di Lella De Marchi   Quando l’altro è lo stesso, ma non del tutto, si generano delle inquietudini ossessive. Tutto scorre, ma è come se scorresse in circolo. Tutto ritorna, ma ogni volta è un poco differente. Identità e alterità si confondono, ma non possono confondersi del tutto, perché se un’identità è anche un’alterità, essa porta in sé il principio della diversità. Una bambina cyborg non è un essere vivente, eppure lo è. Ha visto cose che voi umani…, ma sente le cose come tutti. È diversa, ma non lo è. È un’altra, e insieme è se stessa. Tornare a navigare nel grande vuoto, lanciando calci senza riceverne, in un liquido amniotico che torna più volte in queste poesie. E tornano tante parole, a breve distanza, ossessive, e a lunga distanza, diversamente ossessive. E ritornano i suoni: assonanze, allitterazioni, paronomasie, bisticci. Una goccia stilla da una stella, di postille di pupille, tutto nel mondo si scinde, tutto nel mondo si sente, tutto è monco nel mondo. Del resto, io sono nata più volte. / inseguo nel niente una ripetizione costante. C’è un andamento musicale, quasi danzante, in queste poesie di Lella De Marchi, anche se la danza non ci libera; è come una possessione, un ritmo da violino del diavolo a cui non si può resistere e che ci porta con sé. C’è anche un andamento narrativo, in queste poesie, ed è lì dentro che la possessione ci getta, a cavallo tra tenerezza, tenerezza e angoscia. La bambina esiste davvero, è nata, gioca, viene presa per mano. Contemporaneamente, la bambina è la proiezione dell’infanzia di chi scrive. Il diverso è l’identico. L’identico è il diverso. La bambina è artificiale come l’amore che vive / e prolifera su questa terra. È unica e multipla. È lei stessa ed è tutte le cose e tutti gli animali che ci parlano, che naturalmente intervengono nel dialogo/monologo, nel ritratto/autoritratto. Del resto siamo la doppia immagine che può vedersi da sola. Non si tratta però di un mondo di illusioni. In questa mise en abîme, di specchi che riflettono altri specchi, il sentimento traluce. Rischia di diventare falso solo quando se ne parla. Necessariamente c’è e si trasmette, perché tra l’io e l’altro c’è continuità, ci sono le cose che tornano, le parole che tornano, i suoni che si ripetono: sostanze, materia, carne. Viceversa, l’amore non si cura della forma l’amore sa che la forma / non è che un antidoto alla paura. Poco importa mostrare di amare. Amare è ritrovarsi nel vortice di una differenza che insieme non lo è, eppure lo è, ma ancora lo nega. Ritornare ossessivamente, appassionatamente, musicalmente, sull’assenza di una distanza che c’è ma non c’è. E che in questa oscillazione ugualmente, paradossalmente, scorre.
di Daniele Barbieri

Nazione Indiana 31/01/2021

Scelta di testi a cura di Renata Morresi

VERGINE MARIA la tua attesa, Maria, non è dolce è un giorno che non esiste che precede ogni tua possibile vitale inguinale scossa molto prima che gli arti in simbiotica tensione si flettano e distendano nell’arco sonoro dell’umana appartenenza. la tua attesa, Maria, è un feto che non nasce. si ciba del tuo buio e buca il mondo con lo sguardo che non c’era si attorciglia tutto intorno ad un qualcosa senza mai trovarsi tutto. tutto dentro a quel qualcosa. la tua attesa, Maria, è l’attesa. un respiro sconosciuto il vuoto che ti porti dentro che non sarà colmato. con il colore bianco hai dipinto nudo tutto il tuo corpo. hai dato al mondo la forma in forma di ipotesi spinta di ricerca inesausta di preghiera inaudita. oltre la norma.   DRAG QUEEN viviamo di sacro di profano di presenza di assenza di luce di buio. è nella congiunzione degli opposti la bellezza che cerchiamo. vorremmo darle un nome e una voce liberarla da ogni impostura donarle la sua vera natura. ciò che si nega si afferma ripetutamente mentre si supera si ripiega desidera abbandonarsi. quel che mi sposta in qualche luogo mi calamita. ogni mondo è perfetto uno specchio l’immagine stessa di dio ma ha vergogna di se stesso. preferisce pensarsi invivibile sposarsi a una formula. il mondo è una dolce drag queen che si trucca ogni giorno dietro a un sipario e canta ogni giorno da dietro il sipario una strana canzone d’amore.   *   (IPOTESI PER UN) AUTORITRATTO   I c’è sempre quest’ape che ronza beata che batte in testa e sulla tastiera. più si avvicina più mi avvicina ad ogni innata deviata divinità ad ogni innata deviata felicità. non guardarmi. nello specchio c’è il nome che porto. è così bello pensarsi nude fare come i lombrichi diventare dei fuchi. sull’erba verde cantare canzoni sovrapporci senza illazioni essere i mostri che amiamo. inventarci per come siamo. credimi, bambina mia. una chiave ci attende oltre ai confini. sopra innumerevoli piani ogni giorno piove qualcosa. dal cielo piove ogni giorno. piove l’acqua per i miei fagiolini.   II le nostre apprensioni educano i nostri timori suggeriscono. ma le nostre ossessioni s’incarnano. non so dove sei. ti scrivo una lettera che forse non leggerai. l’amore è una cura che non si cura è un corpo mai detto soltanto due righe in più. oltre la battitura. qualcosa si aggiunge a ciò che è dato in partenza e la sete divampa anche dopo avere bevuto. le nostre ossessioni s’incarnano nelle parole sono parole sante e miracolose. ma sono come le uova dobbiamo maneggiarle con cura. ti scrivo una lettera che forse non leggerai l’ho scritta da un posto che non conosco. forse l’ho scritta per me. non guardarmi. nello specchio c’è il nome che porto.   III capita sempre all’improvviso inaspettatamente. forse una sola volta nella vita. mentre ci parliamo capiamo che non ci parliamo. tu parli il tuo linguaggio il tuo sistema di segni ricevuti e da ritrasmettere. lo percorri ogni volta dall’inizio alla fine. ed io parlo e percorro il mio. tu senti le tue cicatrici ed io sento le mie. tu cerchi la tua favola ed io cerco la mia. eppure restiamo vicine come affiancate respiriamo due arie diverse ma uguali non ci importa quali. siamo la doppia immagine che può vedersi da sola. l’amore non si cura della forma l’amore sa che la forma non è che un antidoto alla paura.   IV camminavo lungo il fiume e parlavo alle stelle. un pesce da dentro l’acqua mi guardò e mi disse: l’amore resta e resterà. l’amore non si cura della forma l’amore sa che la forma non è che un antidoto alla paura.   ***   Questi testi di Lella de Marchi sono tratti da Ipotesi per una bambina cyborg, Transeuropa 2020. Poeta, autrice e performer, laureata in Lettere Moderne a Bologna, diplomata al CET di Mogol come autrice di testi per canzoni, Lella de Marchi ha pubblicato tre libri di poesia, “La spugna” (Raffaelli, 2010), “Stati d’amnesia” (Lietocolle, 2013), “Paesaggio con ossa” (Arcipelago Itaca, 2017), e un libro di racconti brevi “Tutte le cose sono uno” (Prospettiva, 2015).
di Renata Morresi

Poesia del nostro tempo 19/01/2021

Scelta di testi a cura di Silvia Rosa

Dalla postfazione di Maria Luisa Vezzali Ipotesi per una bambina cyborg è concepito come un trattato filosofico-scientifico. Preceduto da una bibliografia essenziale, composto di due parti e terminante in un corollario ci racconta la necessità di postulare una nuova infanzia del mondo, una cultura dell’inermità e del rispetto, un riconoscimento empatico dei molteplici altri da noi, «molti dei quali» per dirla ancora con Braidotti «nell’era dell’antropocene, semplicemente non sono antropomorfi». La poesia è rivoluzione e purezza, è la bambina cyborg per eccellenza. Sottolineano, infine, la dedica iniziale e la sezione intitolata alla poetessa statunitense Anne Sexton. da Ipotesi per una bambina cyborg (Transeuropa Edizioni 2020) non so ancora per quanto ma per adesso non fai differenza. tra legno e plastica tra te e l’altro da te. il diverso dimora nella tua stanza lo coltivi nel sogno. ti piace cantare senza sapere cantare giocare alla guerra con i soldatini. ti piace la bambola con un difetto il giradischi rosso che è rotto la trottola che non si ferma in un punto. la stagione che ritorna non è mai la stessa. ogni giorno infili le palline colorate ad una ad una nel pallottoliere. con perizia innocente e senza fare rumore ogni giorno componi il tuo mondo senza parole. di ogni cosa che ha un nome ogni giorno dimentichi il nome. vivi d’incanto vivi soltanto di quello che resta. * c’è come un’ansia nascosta nella mia mano che stringe la tua. mentre attraversiamo il giardino del parco ci sentiamo creature sperdute in un bosco. carne su carne pelle su pelle ecco lo straordinario umano sistema per addomesticare l’insidia. insegui con gli occhi la linea dell’orizzonte dici che bello andiamo laggiù andiamo oltre. la tua infanzia è l’infanzia del mondo. nel chiuso di una stanza blindata il mio cuore blindato è come il rintocco antico di una campana. perso nel verde tra monti case e declivi che non esistono più. tu sei molto più forte di me. io sono nata più volte. inseguo nel niente una ripetizione costante. Amazzone Aelia Agave Alcibia Alcippe Antandra. Antibrote Antioche Antiope Asteria. di ogni vita non sterile tu sei la prima lettera dell’alfabeto. c’è un modo del verbo che si coniuga nell’oscurità. succinta senza senno privata del seno destro per tendere al meglio il tuo arco privata del senso conduci. c’è un popolo di donne mai nate nel suono limpido e cristallino. un popolo che suona il sistro per ingraziarsi gli dei che non si caccia che nemici non ha. è molto di più che una forma l’identità. ti occulti sui prati per piccoli fiati senza infierire per imparare patisci senza patire infinite invenzioni. non hai sesso non hai terra non hai età. Androgino liberami dal principio della specie dal concetto di persona di razza di genere dall’atto che si genera ripetutamente dall’impasse della riproduzione. liberami dai traumi articolari dalle lussazioni dalle separazioni dai dualismi dalle superstizioni. liberami dalla gabbia di natura dall’uno e dai molti dalla rabbia dei diversi dai diversi dagli uguali dagli opposti. liberami dagli occhi dalle mani dalle gambe dalle dita. liberami dagli organi dai fianchi dalle anche dai gomiti. liberami dai ruoli del reale dal reale e i suoi espedienti. liberami dalla fatica di restarti accanto. dal principio di piacerti ad ogni costo. come Dio amami. come Dio creami. Ibrido il corpo che abitiamo è caduco si rintana in se stesso ha paura del lupo. vive la nascita come un inizio la morte come una fine ma poi sente anela respira s’innamora ogni volta oltre misura. è il segno tangibile di un’altra storia. che sta accadendo che è accaduta che accadrà. in un posto diverso da quello in cui si trova al momento. dovrei amare il mondo come fai tu, bambina mia, nella sua innata doppiezza senza filtri né precauzioni. amarlo per quello che è. un innesto un incrocio un incastro perfetto tra umano e divino. anche dio, così com’è, solo divino, si sente un po’ difettoso. un corpo caduco. si rintana in se stesso ha paura del lupo. * camminavo lungo il fiume e parlavo alle stelle. un pesce da dentro l’acqua mi guardò e mi disse: l’amore resta e resterà. l’amore non si cura della forma l’amore sa che la forma non è che un antidoto alla paura.   Lella De Marchi (Pesaro, 1970) è poeta, autrice e performer. Laureata in Lettere Moderne a Bologna ha poi seguito corsi di scrittura creativa e sceneggiatura (con Andrea Camilleri, Tonino Guerra, Ugo Pirro, Vincenzo Mollica), laboratori di lettura espressiva ad alta voce e teatro. È diplomata al CET di Mogol come autrice di testi per canzoni. Ha pubblicato tre libri di poesia: La spugna (Raffaelli 2010), Stati d’amnesia (Lietocolle 2013), Paesaggio con ossa (Arcipelago Itaca, 2017) ed un libro di racconti brevi Tutte le cose sono uno (Prospettiva, 2015). Ha ottenuto molteplici premi e riconoscimenti a concorsi, sia con l’edito che con l’inedito. Suoi testi sono compresi in blog, antologie e riviste di poesia contemporanea. Unisce alla scrittura un’intensa attività performativa, partecipando a reading, poetry slam, festival in tutto il territorio nazionale e realizzando azioni poetico-musicali in collaborazione con altri artisti.
di Silvia Rosa

Crackers Poesia 15/01/2021

Scelta di testi a cura di Alessandro Brusa

liberami dal principio della specie dal concetto di persona di razza di genere dall’atto che si genera ripetutamente dall’impasse della riproduzione. liberami dai traumi articolari dalle lussazioni dalle separazioni dai dualismi dalle superstizioni. liberami dalla gabbia di natura dall’uno e dai molti dalla rabbia dei diversi dai diversi dagli uguali dagli opposti. liberami dagli occhi dalle mani dalle gambe dalle dita. liberami dagli organi dai fianchi dalle anche dai gomiti. liberami dai ruoli del reale dal reale e i suoi espedienti. liberami dalla fatica di restarti accanto. dal principio di piacerti ad ogni costo. come Dio amami. come Dio creami. MARIA MADDALENA non ho puntelli per fissare come intelligenti indovinelli gli orpelli di critici impietosi o amorevoli talvolta. ma sempre pronti. all’erta. sul dirupo. perdutamente mi ritrovo tra le tue mani che moltiplicano i pesci che reggono le croci che amano i perdenti. nei postriboli di una città impossibile sono la Maddalena. sommersa ed affondata folle e innamorata. tra gente che non sa di non sapere che beve per amore che non trova disgustosa la più semplice erezione. ignara tra ignari satiri della vera perdizione io so guarire il senso con pertinenti farmaci antidolorifici. sono una Venere bambina, nuda, amata, che non sa d’essere nata tra i divieti. seduco flauti dimentichi degli spartiti. Lella De Marchi, Ipotesi per una bambina cyborg, Transeuropa, 2020Fonte: http://crackerspoesia.it/two-poems-lella-de-marchi/
di Alessandro Brusa