Satisfiction 19/01/2021

Recensione

"Se tifo Milan – quindi – è colpa del nonno. Materno. Fu lui il primo a portarmi allo stadio. Fuori da San Siro pronunciava venti parole al giorno, e per me era definito da quel che beveva. Durante i pasti solo vino. «L’acqua arrugginisce.» Per colazione: caffè allungato dal rubinetto, come alle sei di mattina dei suoi vent’anni, prima di saltare in bicicletta e attraversare la città fino alle officine dell’Alfa Romeo, ché ad aspettare si raffreddasse la tazza faceva tardi in fabbrica. Nel ’45, da staffetta partigiana: la sua stessa piscia, per non crepare di sete quando lo misero in galera. Era tra le poche storie che raccontava, e mia nonna si arrabbiava sempre se lo faceva a tavola. Ma lui se ne fregava. «E com’è la piscia?» posavo la forchetta. La nonna si arrabbiava ancora di più. «Mangia,» indicava il piatto lui. «Salata.»"   Secondo la teoria junghiana, la maggior parte degli eventi sincronici che avvengono nelle nostre vite figurano un segnale per indicarci la strada giusta da percorrere – o quella da evitare, aggiungerei. E non è un caso che Francesco Negri (Milano, 1994) abbia esordito con Ultimo Stadio (Transeuropa, 286 pagine) proprio sul finire del 2020, l’anno che verrà ricordato nei volumi di storia come quello del lockdown nazionale, della Zona Rossa, delle mascherine anti-Covid e del metro e mezzo di distanza di sicurezza. Un romanzo in movimento come un organismo pluricellulare, ricco di spore che si riproducono sotto lo sguardo ossessionato del lettore, per generare nuove intuizioni, nuove decomposizioni chimiche attraverso le quali il terreno della narrazione si spacca senza tregua in ulteriori e inedite voragini esistenziali, per poi riprendere a scorrere sotto forma di sangue sorrisi lacrime flashback e muffe commestibili come quelle che compongono il roquefort – anzi, meglio il gorgonzola, per rimanere in ambito milanese.  La millennial/net generation di Tommaso Scotti, protagonista insieme a Icce e Ahmed, qui trova il suo contrassegno letterario, il marchio della contromarca Y tatuato dietro la nuca della passata X: quaquaraquà che puzzava ancora di Novecento. Secolo scavalcato dall’autore con una pirouette a regola d’arte mentre tiene una paglia tra i denti e una compressa di Citalopram nella mano stretta a pugno. Nulla sarà come prima. Prima del 2020, per quanto riguarda la demonizzazione che hanno subìto atti naturali come abbracciare e baciare, e di Ultimo Stadio, per quanto riguarda il ruolo dello scrittore contemporaneo e la salvaguardia della civiltà del libro in Italia. Qui parliamo di uno spartiacque bello e buono; il passaggio del mar Rosso, anziché biblico, letterario. Perché tra le ambizioni dell’autore c’è quella di far centro nel cuore stesso della letteratura; la linea di tiro è il suo utilizzo a dir poco ingegnoso del sampling.  In meno di trecento pagine, Francesco Negri – anche nel cognome si cela il germe del politically incorrect – è riuscito ad annientare ogni brandello semivivo di sovranità ontologica (ahimè tuttora in voga) del narratore onnisciente, immolandosi nelle arterie del proprio rendiconto cronachistico fino a pervenire al nucleo pulsante della veridicità/drammaticità dei rapporti interpersonali nell’epoca che stiamo vivendo – tutti, giovani e vecchi. I dialoghi, contaminati col gergale e con un nichilismo a tratti pessimistico che non cerca alcuna consolazione, sono un modello compiuto della sua attualità, certe volte spiazzante, altre ancora capace di far deviare di sana pianta l’attenzione dal fulcro della storia – nella stessa misura in cui i bombardamenti quotidiani dei social media riescono a farci perdere la dimensione di ciò che pensiamo di essere e di quel che vorremmo dalla nostra vita.  Tommaso, Icce e Ahmed sono personaggi inafferrabili, troppo ambigui per poter essere catalogati in stereotipi bonariamente precostituiti. Le loro azioni, i pensieri, i fattori stimolanti che li spingono ad agire in un verso anziché in un altro, strabordano di sfaccettature antropiche. Si muovono in maglie narrative di nitrocellulosa, procedono al fulmicotone nella violenza irruente del loro habitat cementato. Sono entità selvagge che usano le reti di alimentazione elettrica come liane per balzare da un grattacielo all’altro. Sono quello che vedono attraverso i filamenti polimerici della fibra ottica. Non sono mai nati, si sono connessi. Le loro sinapsi, collegamenti informatici sia a livello locale che planetario. I loro bisogni corporei hanno tasti bianchi e neri come una console PS5. I rapporti sessuali vengono consumati in partite di Cash Game.  "Il Re allarga le braccia. Ieri sera abbiamo deciso di non ucciderlo. Il piano originale era quello: se non ci avesse denunciato per dieci giorni saremmo stati noi a farlo fuori. Forse a lui nemmeno sarebbe dispiaciuto. Ma abbiamo lasciato scegliere al caso – a una partita di scopone scientifico – e lui e Ahmed hanno vinto ventiquattro a diciassette. Così abbiamo rubato una gallina dal casolare più vicino e le ho sparato al centro del nostro cortile. Nonostante un proiettile in corpo ha continuato a strisciare nella polvere per venti secondi buoni, ruotando come un compasso attorno al centro sanguinante della gola. Poi le ho appoggiato la canna dietro la nuca e ho fatto fuoco. Tutto ciò che avesse mai visto o sognato è esploso in una nube di goccioline rossastre."   Francesco Negri riesce a riprodurre il melting pot dell’area metropolitana di Milano con una trasparenza senza eguali: una bolla sociale che sta gonfiandosi fino a convertirsi in una reazione esplosiva ineluttabile. L’onda dei temi affrontati, che si combinano con occorrenza a terminologie tecniche, politiche, sportive, militari, musicali, pubblicitarie – e abbreviature atte a rendere Ultimo Stadio non solo un romanzo, ma un mini dizionario del linguaggio parlato nel XXI secolo –, trova sostegno su basi metriche a volte freestyle e ritmi sincopati da drum machine. La vita di strada, il disagio giovanile, la criminalità e la droga – insomma, tutte le tematiche che stanno a cuore ai fruitori di rap, hip hop e sottogeneri – convergono in un’unica necessità, a mio avviso lampante: dare voce a coloro che sono stati messi a tacere dalla “società della forma”, che prima ha provato a plasmarli a sua immagine e somiglianza, poi li ha risputati negli angoli di penombra illuminati da uno schermo huawei, dall’altro capo dello smartphone e dei suoi sensori di prossimità.  L’autore non ha un profilo Facebook, non vuole spiegarci le sue motivazioni, tantomeno ubbidire alle aspettative del mercato librario odierno; in questa zona il mainstream è solo un grigio ricordo. Il giovane Negri dà libertà assoluta al lettore di eseguire una perlustrazione nella swamp generazionale in cui affoga il testo. Pare chiederci un’unica cosa: di lasciarci ingannare dallo spostamento degli accenti ritmici nella sua sincope, o dal piano prospettico di un ragazzo che sa quel che dice perché lo vive sulla propria pelle ogni giorno. Nient’altro.  Ultimo stadio è una legittima unione tra cronaca sociale e fantasia visionaria. Si nutre di conflitti rigurgitando una dualità simbolica di eccezionale violenza: il centro e la periferia della città, due luoghi di estraniamento che sembrano raffigurare anima e corpo dello stesso individuo – che a sua volta cede il passo a un “noi narrativo” riformulato in chiave corrente; mai al servizio di un programma politico, bensì della sopravvivenza di un mondo in salita, edificato su una crosta di subdola correttezza (post)apocalittica. L’editore lo ha definito “il nuovo Salinger”. Secondo me è più bravo, sono serio. Anzi, più cattivo. Il suo corpo è floscio e biancastro e io ricordo quando m’accorsi la prima volta che non era più bella: vicino alle madri dei miei compagni durante una riunione di classe. Da quel momento smisi di considerarla una rivale a cui nascondere me stesso e mi fece soltanto pena. Ma ora non ha più importanza.
di Roberto Addeo

imperdonabili.org 11/01/2021

È nato il manifesto identitario della parte marcia dei ventenni

Per quanto a volte li si confonda, il romanzo generazionale è per molti versi l’opposto di quello di formazione: un protagonista generazionale ha gli anticorpi per resistere a quel conformismo che lo lascia deragliare e poi lo riporta con indulgenza in carreggiata. Per lui, la carreggiata non esiste, e non è che la rifiuta, non la vede proprio. Persino Trainspotting, nel finale, indulge nel messaggio formativo: non serve la redenzione del personaggio, basta il riconoscimento dei paradigmi (o “paradogmi“) prevalenti. I protagonisti di Ultimo Stadio, opera prima di Francesco Negri, da questo punto di vista sono a tutti gli effetti autistici, impermeabili. Figli della generazione social, l’accesso istantaneo e dopaminico all’informazione li ha dotati di una cultura aneddotica pressoché infinita, subiscono la fascinazione di storia e ideologia, ma sono privi di bussola morale: tutto è assorbito e reinterpretato in una narrazione delirante, dissacrante e nichilista, una versione ancora più No Future del No Future stesso, perché non strizza l’occhio ad alcuna affiliazione politica. I clash generazionali hanno sempre portato creatività e rivolta – oltre che tanta repressa infelicità, c’est la vie –, è così che il conservatorismo della generazione precedente ha trasmesso a quella futura la rabbia e l’energia della frizione e del cambiamento. Ma nella generazione raccontata da Negri qualcosa s’è inceppato: il presente è una macchia, le regole tanto contraddittorie ed evanescenti che creare una resistenza basata su principi positivi è impossibile. Tutto è stato provato, resta solo l’estremo, anarchia e violenza, la rinuncia alla luce pur di affermare la propria esistenza. Sono grato a Francesco Negri, perché mi ha aperto una finestra delirante sulla parte marcia della sua generazione, sulla Trap che fa schifo perché vuole far schifo, rifiuta le rime, ha il mito della marca e ci sputa sopra, e urla una disperazione che Joe Strummer non sarebbe nemmeno riuscito a intuire. I protagonisti non vogliono essere capiti, perché l’imperscrutabilità è la loro unica arma di difesa, la stessa con la quale la loro epoca li ha colpiti a tradimento. E quando il loro terrorismo viene alla luce, la macchina capitalista ci mette un istante a spogliarlo della componente pericolosa e costruirci attorno un piano marketing. Gli artisti vengono incasellati, coperti di gloria e chiusi in una gabbia dorata, e a quel punto a loro non resta che la sconfitta, e abbracciano definitivamente l’abisso. Chi scrive è stufo delle vicende private di tanti autori contemporanei che provano a guadagnarsi rilevanza letteraria tramite pornografia emotiva; le biografie e i diari sono fatti per personaggi rilevanti, per gli altri c’è il salotto della d’Urso. Per superare – in modo inconsapevole, come fa chi è guidato da talento naturale –, questa barriera, Negri immerge la propria biografia (e presumibilmente quella dei suoi amici, ai quali il romanzo è dedicato) in un plot ben più complesso del proprio diario, e usa con naturalezza sconcertante realtà aumentata e polisemia. La credibilità dei personaggi è legittimata da dialoghi perfetti: battute, bestemmie, nomignoli, sembra tutta roba proveniente dai brusii indistinti che vengono dal fondo del tram nelle ore alticce del weekend. Questi momenti sono intervallati in modo apparentemente randomico da passaggi quasi lirici, che ci prendono costantemente in contropiede e mi hanno più di una volta forzato a tornare indietro di due paragrafi per assicurarmi di aver goduto appieno del passaggio, come si fa nei momenti chiave dei film che ci prendono di più.  Ultimo stadio è il primo romanzo che tratta con cognizione di causa la parte marcia della nuova leva, al punto da diventarne manifesto identitario: Negri ha la forza di aprirci di fronte un abisso e mostrarcelo passo dopo passo, fino al punto in cui non possiamo far altro che empatizzare con i suoi disperati, ed esserne terrorizzati al tempo stesso. Ventisei anni fa Brizzi con Jack Frusciante ci ha raccontato una generazione cieca e inoffensiva, dal tenero wishful thinking, a suo modo rassicurante e sotto controllo: era la cosa giusta da fare, perché esisteva e meritava un cantore (e la riprova è che nel suo seguito, Bastogne, si sono visti i limiti della mancanza di autenticità di chi parla di ciò che non conosce). Negri ha a che fare con interpreti infinitamente più pericolosi, più simili semmai alla «fauna scatenata» di Altri libertini, il romanzo d’esordio che apre gli anni ottanta di Tondelli, e dargli voce è di per sé un atto di imperdonabile terrorismo. Dopo la lettura di Ultimo Stadio, è difficile guardare i ventenni allo stesso modo. O per meglio dire: è come vederli per la prima volta.
di Luca Fassi

Sololibri.net 05/12/2020

Recensione

Ultimo stadio è un esordio letterario appena pubblicato da Transeuropa Edizioni, con cui il milanese Francesco Negri (classe 1994) si affaccia con sorprendente maturità alla narrativa contemporanea. Un esperimento romanzesco fuori dagli schemi, il suo, che applica il sampling musicale alla scrittura, servendosi quindi di "Parole, cadenze, frammenti, frasi o interi capoversi campionati da scritture altrui. Si tratterà di brani letterari, filosofici e giornalistici. Ma anche di pezzi musicali, film, programmi televisivi, articoli online, blog, stati Facebook, tweet e messaggi WhatsApp. Alcune interpolazioni saranno vistose, altre nascoste all’interno del materiale originale". La vicenda è complessa da identificare fin da subito, ma proprio per questo attraente e sfaccettata. Il protagonista è Tommaso, un adolescente che traduce versioni dal greco al liceo classico e poi mangia un kebab e va in Curva Est a San Siro per a gridare furente durante il derby di Zapata, in una contaminazione di generi e di aspettative che non può che essere la figlia legittima dei nostri tempi. Nella periferia ambrosiana, tra un volo pindarico e l’altro, si muovono insieme a lui Ahmed e Icce: il loro è un mondo fatto di coltelli e di soprannomi quasi cabalistici, grazie a cui sopravvivere mentre ci si sposta in metropolitana o si arriva fino a Genova. Una voce fuori campo sempre conturbante, che non mostra né compiacenza né segnali di gentrificazione, la banalità dell’esperienza si accosta e precede gli episodi più sublimi, in una danse macabre di opposti che si cercano e si schivano: l’evoluzione delle loro scelte, infatti, non sempre va di pari passo con il progresso tecnologico e con le tendenze collettive, anche se prende comunque un sentiero asfaltato e tristemente replicabile. È così che, tra un iPhone in tasca e i discorsi di Papa Woytiła riascoltati su YouTube, si piazzano farmaci e serate violente, che sembrano sempre esporre la vista di chi legge alla vertigine della solitudine. Senza dubbio è faticoso risultare credibile in un simile labirinto di episodi, eppure Negri non smette di esserlo nelle 286 che compongono il volume. Se ci riesce, probabilmente, è perché spiegare o convincere non è nelle sue intenzioni: sa di raccontare con autenticità, e la sua convinzione è contagiosa. Per di più, i riferimenti di cui si serve sono precisi, inappuntabili: non sembrano costruire il profilo di un romanzo, quanto piuttosto quello di un incontro fra amici, in cui sarebbe impossibile mettere in dubbio perfino la più allucinante delle situazioni. Nel suo modo di procedere non c’è spazio per le opinioni, la lettura è un flusso di episodi che si specchiano a vicenda su piani temporali diversi e sovrapposti, mentre si intravede un’ombra nostalgia sullo fondo e, in primo piano, qualcosa a metà fra la rabbia e la ribellione. La denuncia sociale che ne viene fuori si fa dunque schietta e incisiva perché anche lei è sotterranea, quasi casuale, collaterale: man mano che ci si interroga sull’una o sull’altra tematica, ricombinando certi pattern per mescolarne in maniera nuova gli elementi costitutivi, la voce narrante è infatti già saltata in avanti a bucherellare un altro velo di Maya. Più si procede e più si capisce, di conseguenza, che l’intera operazione consiste nel prendere uno spaccato di società e vedere come marcisce man mano che ci si avvicina al suo cuore e che il tempo passa. Non per niente, nonostante la vicinanza degli eventi trattati e la loro tangibilità, la storia è spesso descritta al passato remoto o addirittura al condizionale passato, il che pone una distanza quasi fiabesca tra il momento presente e quello del romanzo, ovattandone in parte la ferocia. Il controllo della materia trattata, in altre parole, è estremo e stupefacente – in questo caso non per via degli oppiacei – e la giovane età del protagonista è l’ennesimo elemento di credibilità e coinvolgimento istantaneo. Quest’ultimo ha una conoscenza profonda di argomenti che a volte nomina soltanto en passant: cita leggi puntuali, suggerisce analisi sociopolitiche, sembra capire più di quello che sostiene, e conosce le mode e i loro talloni d’Achille come se avesse il doppio dei suoi anni. In alcuni passaggi ricorda certi testi di Vasco Brondi, in altri la sfrontatezza di Irvine Welsh o di Anthony Burgess. Quanto al ritmo, già scandito di per sé con la precisione di un metronomo, si popola effettivamente di stralci di opere terze, che affiorano qua e là come fiori selvatici: colonne sonore o letterarie di altre vite che non serve nemmeno interpretare o citare, ma che accompagnano i pensieri e i discorsi dei personaggi come leitmotiv. Di tanto in tanto appaiono anche haiku o riferimenti a Salinger, e poi pugni sul naso e un altro sulla pancia quando si scende dal treno, che non hanno alcuna attinenza tra di loro e che proprio per questo sortiscono un effetto straordinario – come a dire: si può volere bene alla letteratura e alla violenza in modi molto simili. Perfino la prosa in sé, al di là della trama, sembra scontrosa, sfuggente: un continuum con addensamenti, in cui le macchie di colore principali non sempre coincidono con i momenti più illuminanti dell’esistenza di Tommaso, Icce e Ahmed. Fra l’altro, così come non è presente lo straccio di un’etichetta, in Ultimo stadio non esiste neppure una netiquette: bestemmie e baci diventano inquilini dello stesso carcere, mentre la vicenda scivola verso il finale con la stessa tagliente rapidità di una biglia su un piano inclinato. Da leggere tutta d’un fiato, con la consapevolezza che lungo la strada non sempre si troverà un buon motivo per sorridere dall’alto della propria moralità. “Amo le armi da fuoco. Mettono ordine al caos, trasformano il linguaggio in sangue. Basta entrare in un supermarket col passamontagna calato e puntare la pistola sulla cassiera. «Questa è una rapina.» Ed ecco: quella è una rapina. Il tempo gocciola viscoso, il volume dell’universo si azzera. Fare l’amore con Bianca era simile. Lo sciogliersi d’un aspirina C. Iniziavo a sfaldarmi ai bordi, lentamente; poi a ritmo maggiore, in bolle effervescenti di coscienza che si addensavano sulla superficie vitrea della realtà. Infine il suono frizzante delle ultime particelle subacquee, agitate dal vento in una tempesta sottomarina. E il nulla: ogni confine col mondo scomparso, il corpo come il riverbero vaporwave di una canzone, White Ferrari di Frank Ocean rallentata a 0.6 Hz dal Ritalin. Soltanto dentro di lei ho raggiunto lo stesso vuoto in cui mi immergo ora, mentre faccio girare Mitra con le mani sul collo e gli sbatto la testa contro le porte d’acciaio dell’ascensore. (p. 18)”
di Eva Mascolino