Sul Romanzo 04/05/2021

Francesco Negri e l'«ultimo stadio» di una generazione perduta

La casa editrice Transeuropa ha chiuso il 2020 con un esordio di punta di cui si parla ancora a 2021 inoltrato: Ultimo stadio di Francesco Negri, anno 1994, nato e cresciuto a Milano. Un romanzo fuori collana e pubblicato in tiratura limitata “uncut” (non del tutto rifilata) con copertina personalizzata dall’autore per ogni copia. Ambientato in una Milano livida e contemporanea, Ultimo stadio si apre con un’immagine che definire “rivoltante” è riduttivo ma, almeno, ha l’onestà di far capire subito al lettore che non sta per leggere un romanzo adatto a tutti. Per dirla in linguaggio social (e restare in tema con il libro): TW violenza. Immagine, quella iniziale, che oltre a creare un muro di disgusto, mi ha richiamato alla mente la famosissima scena di Trainspotting in cui muore il neonato. Lì era stato uno shock ed era chiaro l’intento di Irvine Welsh di suscitare rabbia e rappresentare, attraverso una delle visioni più terrificanti in assoluto, i danni della droga. Qui, invece, se da una parte lo shock è stato anche maggiore, dall’altra non ho trovato una motivazione, un senso altro che mi spiegasse la necessità di una scena così cruda e violenta. Insomma, Francesco Negri inizia il suo romanzo d’esordio con un pugno sui denti del lettore e così prosegue per tutte le successive duecentottanta pagine.I protagonisti sono Tommy, Icce e Ahmed, tre ventenni di periferia cresciuti insieme fra le strade della Zona 6, i licei del centro e le gradinate della Curva del Milan che si ritrovano a tirare a campare tra spaccio di droga, furti negli appartamenti, lavoretti su commissione e altre attività illegali. Seguendo la voce caotica e rabbiosa di Tommy scopriamo l’adolescenza e poi l’età adulta di questi tre ragazzi che vivono ai margini della società civile, convinti che la violenza sia l’unica risposta a qualsiasi domanda. Dopo una carriera scolastica altalenante ma ancora decente, le feste della Milano Bene e i primi approcci alle droghe, i tre amici entrano in contatto con il mondo degli Ultras e, una volta associati alla Curva, niente sarà più come prima. Inizia qui, infatti, la spirale di violenza che non troverà mai fine e, anzi, si alimenterà di modi nuovi e sempre insensati di causare danni, a se stessi e agli altri, con attentati privi di logica, omicidi, sequestri e minacce. Il ritratto crudo di una generazione di ventenni arrabbiati e senza speranza, sembra essere questo il motivo di Ultimo stadio ma, se devo essere sincera, mi auguro che non sia così perché per tutta la durata della lettura mi sono chiesta che cosa volesse dirmi Negri, quale fosse la sua morale, e davvero non sono riuscita a capirlo, soprattutto non dopo un finale in cui il successo è la ricompensa per una vita fatta di cattiveria gratuita: è a questo che aspirate? Essere assolti da tutti i vostri peccati e anche premiati per aver fatto schifo? Magari non c’è una morale, direte voi, ma come può non esserci in un romanzo del genere? Come si può scrivere di degrado, autodistruzione, ferocia e annientamento per quasi trecento pagine senza voler dire anche altro? Non fraintendetemi, non sono una lettrice delicata, ho adorato Trainspotting e molti altri libri di Irvine Welsh, inoltre leggerei anche la lista della spesa di Chuck Palahniuk, per citare solo due degli autori più dissacranti e molesti del panorama letterario contemporaneo ma qui, in Ultimo stadio di Francesco Negri non sono riuscita ad andare oltre il muro di violenza che circonda ogni azione, ogni personaggio, ogni parola del libro. Forse non è lui, sono io o, forse, dovremmo pretendere di più dai nostri scrittori.C’è da dire, però, che Negri ha una bella penna e il suo stile confusionario, a flusso ininterrotto di coscienza, il suo saltare avanti e indietro nel tempo rendono la lettura per certi versi affascinante, come se stessi cercando di raggiungere qualcosa che all’ultimo momento si sposta di pochi centimetri. Altra particolarità stilistica è la scelta di applicare alla letteratura la tecnica del sampling musicale che consiste nell’utilizzo di una parte (o sample) di una registrazione all’interno di un brano differente; vi capiterà quindi di trovare citazioni più o meno camuffate, influenze più o meno lampanti.   
di Melissa MinÚ

Grado Zero 06/04/2021

Go West. Sistemi e anti-sistemi in “Ultimo stadio” di Francesco Negri

Ultimo stadio di Francesco Negri (Transeuropa, 2020) è un romanzo-tritolo. Primo, perché fa esplodere il testo in una centrifuga di linguaggi, visioni, sovrapposizioni. Secondo, perché fa esplodere l’extra-testo (il mondo) svelandone le contraddizioni e convertendole in profezie distopiche. Attraverso una prosa abrasiva e l’uso del sampling – che mescola pezzi eterogenei (giornali, post di Facebook, chat, canzoni) e che, soprattutto, «ambisce a un mondo scomposto, caratterizzato dall’aporia» – Negri pone già al suo esordio le basi per una letteratura nuova e al contempo antica, originaria: che attraversa, decostruisce, interroga con fame la realtà. Sistema sociale e sistema linguistico La dialettica alla base degli episodi di Ultimo stadio è costruita dunque su un’opposizione tra sistemi costituiti e anti-sistemi che puntano a smontarli. Come mostrerò più avanti, proprio dal filo sbrogliato della realtà sarà possibile costruire la visione distopica che caratterizza soprattutto la seconda parte de romanzo. Per comprendere il modo in cui il “tritolo” ha effetto, occorre perciò delineare prima i luoghi (sistemici) in cui viene posizionato. Questi sono di due tipi: tematico (i personaggi che agiscono in un dato sistema sociale) e stilistico (l’autore che agisce in un dato sistema linguistico e letterario).Ultimo stadio – quanto al primo sistema – è infatti un romanzo, potremmo dire, iperrealistico. Periferia di Milano, vagabondaggio dell’adolescenza: attraverso la voce di Tommaso Scotti, Negri ci racconta un mondo complesso e strabordante. Il protagonista e gli amici Icce e Ahmed (portavoce della generazione maggiorenne negli anni ’10) affrontano una alla volta le delicate (pseudo-)strutture di quel mondo, necessarie per mantenere la quiete (nevrotica) degli uomini che lo vivono. Sono le (pseudo-)strutture della carriera scolastica, dell’affermazione professionale, del mercato come do ut des al rialzo, della famiglia, della comunicazione, dell’abitare e della gestione del corpo. A sua volta, l’autore è chiamato a fare i conti con strutture egualmente ossidate, che prese in maniera obliqua svelano però la loro fragilità e costruzione illusionistica. Negri deve cioè venire alle mani in primis con la lingua italiana, quindi con il genere letterario (il romanzo di formazione e quello generazionale, che fanno facilmente pensare a Brizzi, Salinger e Welsh, come i recensori hanno giustamente sottolineato). Infine, con le tecniche di scrittura. Tutti strumenti che gli vengono consegnati già confezionati – e perciò inaccettabili. Anti-sistema sociale e anti-sistema linguistico Osservato trasversalmente, Ultimo stadio si svela dunque una titanomachia tra autore e tradizione e, contemporaneamente, tra personaggi e scena. Anzi, il pretesto (solo pretesto: vedremo poi) del romanzo di formazione, in quanto resoconto di un divenire radicale, è perfetto per compiere una fondazione che coinvolga – cioè stravolga – tanto l’apparato attanziale-tematico quanto quello stilistico e meta-testuale. Un grande merito del romanzo è infatti il suo essere al contempo estremamente realistico e sottilmente meta-letterario, un connubio che consente di oltrepassare i rischi di entrambe le configurazioni, cioè la mimesi banale, da una parte, e l’astrazione insipida, dall’altra.Riprendendo il dualismo accennato sopra, possiamo quindi osservare personaggi alle prese con il sabotaggio regolare delle strutture cui vengono incontro. Scotti e soci tradiscono il loro talento scolastico, rifiutano la chimera del lavoro stabile, rapinano farmacie, si smarcano dalla protezione dei genitori, snaturano il linguaggio in un frullatore di canzoni, meme, bestemmie e slogan politicamente scorretti, sono nomadi della città, portano il corpo al limite della resistenza alle droghe e allo sbandamento. Di questa vita fuori sesto (e perciò sentita al massimo della sua ruvidità) sono simbolo l’esperienza dello stadio (sparsi tra gli ultras del Milan i tre toccano l’esistenza nello scontro paradigmatico tra polizia e tifosi, Stato e anarchia), ma soprattutto le esplosioni: ecco la detonazione che si innesta (anche allegoricamente) nella trama della storia, con i protagonisti che iniziano a fare saltare in aria edifici e sgozzare vigilanti della metropolitana, senza che ci venga spiegato chiaramente il motivo. La spinta anti-sistemica diverrebbe tuttavia semplice alternativa (destinata cioè a cristallizzarsi a sua volta) se il “tradimento” si fermasse qui. E infatti i personaggi ruotano il sabotaggio universale anche verso se stessi, verso la figura/funzione che il lettore tenta di cucirgli addosso. Sono personaggi cioè incoerenti, agiscono contro l’aspettativa del lettore e contro ogni tipizzazione statica del loro comportamento: la piega che a un certo punto prende il romanzo – con le azioni folli dei protagonisti interpretate come gigantesca performance artistica – non è solo il pungolo necessario a una riflessione profonda su cosa significa fare arte oggi (farla cioè in un mondo ipermediale e ultra-verbalizzato), ma anche un equivoco – l’Equivoco – che permette ai protagonisti di tradirsi ancora una volta, sopravvivere nell’indefinito mentre la società (e l’Equivoco, che è biunivoco, ne è il tentativo massimo) cerca di incasellarli in un ruolo, in una comprensibilità. Questa forza detonante, questo nichilismo, si amplifica ulteriormente per l’azione che l’autore compie in senso perpendicolare rispetto all’attività dei personaggi, e cioè quando manipola e sabota il linguaggio stesso in cui il loro nomadismo esistenziale, già di per sé decostruttivo, si manifesta. Il sampling, dichiarato nell’Avvertenza, è la tecnica di quest’azione, e si concretizza in un mescolamento di linguaggi e scritture – che vengono soprattutto dal mondo già multiplanare del web – a volte camuffato nel dettato, a volte evidente nell’alterazione tipografica. Ne deriva una tensione del cursus narrativo fatta di ellissi, flashback, citazioni, solo in parte sanato e amalgamato dall’effetto di realtà. È il segno di un mondo plastificato e, insieme, sull’orlo dello sgretolamento. La fondazione distopica Per questa strada Negri raggiunge allora anche una decostruzione ultima – quanto all’agonismo tra autore e tradizione – ovvero quella rivolta al romanzo generazionale. Come scrive Luca Fassi, «il conservatorismo della generazione precedente ha trasmesso a quella futura la rabbia e l’energia della frizione e del cambiamento. Ma nella generazione raccontata da Negri qualcosa s’è inceppato: il presente è una macchia […]. Tutto è stato provato, resta solo l’estremo, anarchia e violenza»[1]. L’operazione di Negri dunque non si limita ad affresco sociale e/o a costruzione estetica dell’appartenenza a un gruppo (anagrafico-culturale); poiché proprio quel gruppo si mostra impossibile da amalgamare, storicamente disgregato, il romanzo generazionale risulta impossibile, schierato contro se stesso. L’esplosione distopica e immaginifica che caratterizza il romanzo nel momento in cui il racconto scavalca l’anno d’uscita del libro, si fonda proprio sulle macerie del romanzo generazionale e sulle contraddizioni del presente, svelate dalla decostruzione dei sistemi e diventate “poesia”, ovvero strumenti di immaginazione – in questo caso del futuro, e di un futuro distopico. Iper-tecnologizzata, iper-occidentalizzata, iper-anestetizzata, la società a venire immaginata da Negri ha presupposti evidenti nel nostro presente; Scotti ci sguazza ormai arricchito dall’Equivoco, e l’inaugurazione, in cui è coinvolto, dell’Amazon stadium (parallela alla demolizione di San Siro) segna ufficialmente il trapasso in una nuova era. «Go West». Ultimo stadio di Francesco Negri è un acceleratore di particelle; indaga nel più crudo realismo e con consapevolezza di vissuto lo status di una generazione, ne mostra il parossismo e l’«aporia» comunicativa e identitaria tramite il sampling e il linguaggio-betoniera del web, la converte in strumento profetico di immaginazione del futuro. Un futuro scollato dal tempo e dalla materia come un jet ultrasonico sparato verso Occidente – per sempre.   
di Antonio Francesco Perozzi

Rainews Bolg 26/02/2021

Nota di lettura

Bildungsroman sfigurato, avventura tragico-picaresca in chiave ultrapop, pastiche espressionista con un occhio al sampling (dichiarato) e uno al cut-up (non dichiarato), Ultimo stadio, romanzo d’esordio di Francesco Negri, è un viaggio al termine della notte sparato in un acceleratore di particelle, prima ridotto in pezzi e poi riassemblato. Non solo in virtù del procedimento di sampling preso in prestito dall’hip-hop, ma per la distorsione e la frantumazione spaziotemporale con cui viene imbastita la trama, con continui salti tra gli anni immediatamente precedenti e quelli immediatamente successivi al “crovid-19”, in una Milano sterminante e sterminata, tutta periferie e pattume, disperazione e sorveglianza assoluta. L’attualità la fa da padrona, ma l’epoca è assunta con lucidità implacabile, a tratti con vera furia, in un moto di odio e di rivolta che, tuttavia, più che al sovvertimento punta al rilancio della posta in gioco, spingendo all’estremo le contraddizioni del nostro tempo e portandole fino al parossismo, all’intollerabile. La vicenda ci immette nel cuore delle vite di tre giovanissimi amici, cresciuti a fame vera e fame chimica tra le panchine e i casermoni della Barona, periferia sud della metropoli, che di eccesso in eccesso passano dal tifo ultrà alla fama artistica internazionale, transitando per il carcere, i boschetti di Rogoredo e i salotti mondani della società bene. Negri compie una scelta coerente con le proprie premesse (il mondo è dato per frammenti impazziti, vediamo cosa succede frammentandoli ancora di più e scaraventandoli tutt’intorno a velocità supersonica), e aziona una macchina narrativa al cui interno storie, riflessioni, personaggi, sentimenti ed esperienze vengono sempre bruciati sul nascere, come se non ci fosse tempo per dilungarsi troppo perché ogni cosa è già distrutta nel momento stesso in cui è intravista, toccata, e molto più spesso comprata. Consumata prima di consumarla, cosicché tutto ciò che ancora si può fare non è che reiterarne la sparizione, con il fantasma del (auto)sacrificio, infatti, sempre sullo sfondo. Sparizione che però non è mai assoluta (ed è questa la sua, la nostra dannazione) perché tutto è infinitamente permutabile, perfettamente reversibile, in un mondo basato unicamente sul loop della propria autoconsunzione, che come tale non termina mai.Emerge così un ritratto fedele della velocità (e voracità) anfetaminica con cui si è obbligati a esistere e estinguersi nell’epoca dell’ipercapitalismo planetario, ridotti a materiali di scarto prima ancora di essere entrati nel ciclo produttivo, e condannati comunque e da sempre a una vita larvale. D’altro canto, la decisione preliminare di accostarsi mimeticamente all’oggetto del proprio furore, nel tentativo di destrutturarlo dall’interno, accentuandone al massimo le linee di faglia e esasperandone le tensioni oppositive, trova riscontro in una lingua e in una sintassi più travolte che stravolte, in un cozzare e deflagrare dei segni che lascia inviolato il codice che li governa, nel tentativo (impossibile?) di batterlo sul suo stesso terreno, svelandone tutta l’ipocrisia e il nichilismo di fondo. Non poco, perché nel panorama (non solamente nostrano) di sempre più soffocante omologazione letteraria, culturale, esistenziale, il gesto di sfida e la vitalità tachicardica del romanzo di Negri rappresentano una vera boccata di ossigeno per chi non si accontenta della paccottiglia concertata a tavolino che, sempre più disinvoltamente e impunemente, viene spacciata per letteratura. Con dada e situazionismo sullo sfondo quali matrici spirituali di riferimento, attraversato e anzi trapassato da un risentimento adamantino e privo di ogni rimorso, romanzo generazionale sulla dipendenza da tutto e la liberazione da tutti, atto di fede nell’amicizia maschile e nell’invivibilità dell’unico amore, istantanea plumbea di un mondo svuotato di esseri viventi e dominato da automi solidali all’apparato che li opprime e gratifica, incursione nella desolazione più greve dell’esistenza e nel ricatto perenne del patto sociale, breviario di autodistruzione e apologia del terrore come unica arma di offesa al terrore permanente delle tecnoplutocrazie mondiali, cronistoria di una passione divorante per il Milan e del lento sfacelo dello sport e del mondo ultrà, Ultimo stadio è abitato da quell’inconfondibile pathos che contraddistingue gli esordi felici. 
di Alessandro Bellasio

Rivista Blam 13/02/2021

Ultimo stadio: il romanzo d’esordio di Francesco Negri, tra contestazione, sampling e periferie. Recensione

Ultimo stadio è il romanzo d’esordio del milanese Francesco Negri, edito da Transeuropa nella collana gestita da Giulio Milani e in libreria dall’8 dicembre scorso. Una storia violenta di periferie, tossicodipendenze, che si fa ritratto generazionale di questi anni. Ultimo stadio: la trama del libro di Francesco Negri La polisemia di questo romanzo rende complesso, e pertanto avvincente, riuscire a inquadrare le diverse vicende. Fin dall’inizio il lettore si trova immerso in un mondo sfaccettato, persino nel tempo. Il cardine attorno al quale ruota tutto, e che rappresenta anche l’io narrante, è Tommaso Scotti, un giovane senza futuro, senza ideali, cresciuto nella periferia milanese. In un tempo che va dal poco prima fino al poco dopo la comparsa del Coronavirus, che qui Negri chiama “Crocevirus” e altre volte “Crovid-19”. I punti di riferimento del ragazzo sono davvero pochi, fra questi ci sono i due amici Icce e Ahmed. E se prima e durante il virus per loro era ancora possibile lavorare in maniera dignitosa come magazziniere o rider, è nel dopo che la tragedia vera si consuma, quando per sbarcare in qualche modo il lunario non restano che le rapine alle farmacie o ai minimarket h24, fino alla prostituzione, allo spaccio, per finire all’omicidio. Benché senza fede, è la fede, tuttavia nel calcio e nel suo Milan, ad aprire a Tommaso le porte del carcere, ed è lì che in fondo il passaggio finale fra il prima, con una vita vissuta ai limiti, e il dopo si consuma. Nell’incertezza assoluta persino per il presente – giacché il futuro nemmeno esiste più –, l’unica cosa certa è l’amicizia che lega i tre ragazzi: «La nostra amicizia – come i tossici del Parco Sud – non aveva bisogno di parole né risposte: era una partita allo stadio, un busto del Duce, una birra coi colleghi in fondo a dieci ore di magazzino» (p. 151). Il nichilismo e la violenza «Ho l’impressione che anche la mia vita si riduca a una sigaretta in fiamme, un incendio senza fine né principio, senza un centro preciso al di fuori di sé» (p. 60). È questa la vita per Tommaso: un luogo in fiamme senza un centro preciso. La distruzione ricopre tutto. Nella periferia di una Milano nemica, maligna, che distingue fra chi vive in città e chi viene dalla periferia, offrendo ai primi quantomeno la parvenza di un futuro e negando ai secondi persino il presente, la violenza diviene l’unico vero scopo da perseguire. Succede così che il mondo durante la pandemia diviene l’habitat naturale in cui vivere. È il caos più assoluto a governare le loro esistenze e non per estetica, ma perché Tommaso e quelli come lui non conoscono altro che l’ingovernabilità, sono incapaci di vivere nella normalità, poiché non la conoscono. Non sono i soldi, non è il potere, “distruggere per distruggere”, è il motto. Lo è persino l’amore, concepito come qualcosa di distruttivo, che fa solo male, perché nel quartiere da dove proviene Tommaso gli uomini che venivano lasciati si comportavano così: «[…] ci si stordiva di fatica al lavoro. Poi si distruggeva il fine settimana in un buco nero d’alcool, narici incrostate e nocche sanguinanti […] E persino il femminicidio era più onorevole di un pianto» (pp.61-62). Pertanto, in Ultimo stadio di Francesco Negri le voci dei personaggi si fondono in un Noi narrativo in grado di tracciare il ritratto di una certa generazione, cresciuta nei primi anni Venti del terzo millennio, che fa del nichilismo e della violenza fine a se stessa la propria unica bandiera. Il sampling musicale Molto interessante è l’utilizzo del sampling, in genere presente in ambito musicale e consistente nel riutilizzo di una parte (campione o sample, per l’appunto) di una registrazione in un brano diverso. Qui l’autore applica questa tecnica alla prosa, servendosi di frasi, parole, cadenze o interi capoversi di altri. A volte si tratta di frammenti di opere letterarie o filosofiche oppure giornalistiche, altre volte sono presenti campionamenti di film, brani musicali, stati di Facebook, blog, messaggi di WhatsApp o tweet.
di Valeria Zangaro

Satisfiction 19/01/2021

Recensione

"Se tifo Milan – quindi – è colpa del nonno. Materno. Fu lui il primo a portarmi allo stadio. Fuori da San Siro pronunciava venti parole al giorno, e per me era definito da quel che beveva. Durante i pasti solo vino. «L’acqua arrugginisce.» Per colazione: caffè allungato dal rubinetto, come alle sei di mattina dei suoi vent’anni, prima di saltare in bicicletta e attraversare la città fino alle officine dell’Alfa Romeo, ché ad aspettare si raffreddasse la tazza faceva tardi in fabbrica. Nel ’45, da staffetta partigiana: la sua stessa piscia, per non crepare di sete quando lo misero in galera. Era tra le poche storie che raccontava, e mia nonna si arrabbiava sempre se lo faceva a tavola. Ma lui se ne fregava. «E com’è la piscia?» posavo la forchetta. La nonna si arrabbiava ancora di più. «Mangia,» indicava il piatto lui. «Salata.»"   Secondo la teoria junghiana, la maggior parte degli eventi sincronici che avvengono nelle nostre vite figurano un segnale per indicarci la strada giusta da percorrere – o quella da evitare, aggiungerei. E non è un caso che Francesco Negri (Milano, 1994) abbia esordito con Ultimo Stadio (Transeuropa, 286 pagine) proprio sul finire del 2020, l’anno che verrà ricordato nei volumi di storia come quello del lockdown nazionale, della Zona Rossa, delle mascherine anti-Covid e del metro e mezzo di distanza di sicurezza. Un romanzo in movimento come un organismo pluricellulare, ricco di spore che si riproducono sotto lo sguardo ossessionato del lettore, per generare nuove intuizioni, nuove decomposizioni chimiche attraverso le quali il terreno della narrazione si spacca senza tregua in ulteriori e inedite voragini esistenziali, per poi riprendere a scorrere sotto forma di sangue sorrisi lacrime flashback e muffe commestibili come quelle che compongono il roquefort – anzi, meglio il gorgonzola, per rimanere in ambito milanese.  La millennial/net generation di Tommaso Scotti, protagonista insieme a Icce e Ahmed, qui trova il suo contrassegno letterario, il marchio della contromarca Y tatuato dietro la nuca della passata X: quaquaraquà che puzzava ancora di Novecento. Secolo scavalcato dall’autore con una pirouette a regola d’arte mentre tiene una paglia tra i denti e una compressa di Citalopram nella mano stretta a pugno. Nulla sarà come prima. Prima del 2020, per quanto riguarda la demonizzazione che hanno subìto atti naturali come abbracciare e baciare, e di Ultimo Stadio, per quanto riguarda il ruolo dello scrittore contemporaneo e la salvaguardia della civiltà del libro in Italia. Qui parliamo di uno spartiacque bello e buono; il passaggio del mar Rosso, anziché biblico, letterario. Perché tra le ambizioni dell’autore c’è quella di far centro nel cuore stesso della letteratura; la linea di tiro è il suo utilizzo a dir poco ingegnoso del sampling.  In meno di trecento pagine, Francesco Negri – anche nel cognome si cela il germe del politically incorrect – è riuscito ad annientare ogni brandello semivivo di sovranità ontologica (ahimè tuttora in voga) del narratore onnisciente, immolandosi nelle arterie del proprio rendiconto cronachistico fino a pervenire al nucleo pulsante della veridicità/drammaticità dei rapporti interpersonali nell’epoca che stiamo vivendo – tutti, giovani e vecchi. I dialoghi, contaminati col gergale e con un nichilismo a tratti pessimistico che non cerca alcuna consolazione, sono un modello compiuto della sua attualità, certe volte spiazzante, altre ancora capace di far deviare di sana pianta l’attenzione dal fulcro della storia – nella stessa misura in cui i bombardamenti quotidiani dei social media riescono a farci perdere la dimensione di ciò che pensiamo di essere e di quel che vorremmo dalla nostra vita.  Tommaso, Icce e Ahmed sono personaggi inafferrabili, troppo ambigui per poter essere catalogati in stereotipi bonariamente precostituiti. Le loro azioni, i pensieri, i fattori stimolanti che li spingono ad agire in un verso anziché in un altro, strabordano di sfaccettature antropiche. Si muovono in maglie narrative di nitrocellulosa, procedono al fulmicotone nella violenza irruente del loro habitat cementato. Sono entità selvagge che usano le reti di alimentazione elettrica come liane per balzare da un grattacielo all’altro. Sono quello che vedono attraverso i filamenti polimerici della fibra ottica. Non sono mai nati, si sono connessi. Le loro sinapsi, collegamenti informatici sia a livello locale che planetario. I loro bisogni corporei hanno tasti bianchi e neri come una console PS5. I rapporti sessuali vengono consumati in partite di Cash Game.  "Il Re allarga le braccia. Ieri sera abbiamo deciso di non ucciderlo. Il piano originale era quello: se non ci avesse denunciato per dieci giorni saremmo stati noi a farlo fuori. Forse a lui nemmeno sarebbe dispiaciuto. Ma abbiamo lasciato scegliere al caso – a una partita di scopone scientifico – e lui e Ahmed hanno vinto ventiquattro a diciassette. Così abbiamo rubato una gallina dal casolare più vicino e le ho sparato al centro del nostro cortile. Nonostante un proiettile in corpo ha continuato a strisciare nella polvere per venti secondi buoni, ruotando come un compasso attorno al centro sanguinante della gola. Poi le ho appoggiato la canna dietro la nuca e ho fatto fuoco. Tutto ciò che avesse mai visto o sognato è esploso in una nube di goccioline rossastre."   Francesco Negri riesce a riprodurre il melting pot dell’area metropolitana di Milano con una trasparenza senza eguali: una bolla sociale che sta gonfiandosi fino a convertirsi in una reazione esplosiva ineluttabile. L’onda dei temi affrontati, che si combinano con occorrenza a terminologie tecniche, politiche, sportive, militari, musicali, pubblicitarie – e abbreviature atte a rendere Ultimo Stadio non solo un romanzo, ma un mini dizionario del linguaggio parlato nel XXI secolo –, trova sostegno su basi metriche a volte freestyle e ritmi sincopati da drum machine. La vita di strada, il disagio giovanile, la criminalità e la droga – insomma, tutte le tematiche che stanno a cuore ai fruitori di rap, hip hop e sottogeneri – convergono in un’unica necessità, a mio avviso lampante: dare voce a coloro che sono stati messi a tacere dalla “società della forma”, che prima ha provato a plasmarli a sua immagine e somiglianza, poi li ha risputati negli angoli di penombra illuminati da uno schermo huawei, dall’altro capo dello smartphone e dei suoi sensori di prossimità.  L’autore non ha un profilo Facebook, non vuole spiegarci le sue motivazioni, tantomeno ubbidire alle aspettative del mercato librario odierno; in questa zona il mainstream è solo un grigio ricordo. Il giovane Negri dà libertà assoluta al lettore di eseguire una perlustrazione nella swamp generazionale in cui affoga il testo. Pare chiederci un’unica cosa: di lasciarci ingannare dallo spostamento degli accenti ritmici nella sua sincope, o dal piano prospettico di un ragazzo che sa quel che dice perché lo vive sulla propria pelle ogni giorno. Nient’altro.  Ultimo stadio è una legittima unione tra cronaca sociale e fantasia visionaria. Si nutre di conflitti rigurgitando una dualità simbolica di eccezionale violenza: il centro e la periferia della città, due luoghi di estraniamento che sembrano raffigurare anima e corpo dello stesso individuo – che a sua volta cede il passo a un “noi narrativo” riformulato in chiave corrente; mai al servizio di un programma politico, bensì della sopravvivenza di un mondo in salita, edificato su una crosta di subdola correttezza (post)apocalittica. L’editore lo ha definito “il nuovo Salinger”. Secondo me è più bravo, sono serio. Anzi, più cattivo. Il suo corpo è floscio e biancastro e io ricordo quando m’accorsi la prima volta che non era più bella: vicino alle madri dei miei compagni durante una riunione di classe. Da quel momento smisi di considerarla una rivale a cui nascondere me stesso e mi fece soltanto pena. Ma ora non ha più importanza.
di Roberto Addeo

NiedernGasse 15/01/2021

Dieci romanzi del 2020

Negri Francesco, Ultimo Stadio, Transeuropa. Il ventiseienne milanese, all’esordio con la casa editrice del romanziere Giulio Milani, propone una visione apocalittica della propria città, servendosi, come tecnica letteraria, delle culture giovanili che popolano l’attuale immaginario: sampling e slang gli consentono un’originalità che turba e al tempo stesso affascina.
di Guido Michelone

imperdonabili.org 11/01/2021

È nato il manifesto identitario della parte marcia dei ventenni

Per quanto a volte li si confonda, il romanzo generazionale è per molti versi l’opposto di quello di formazione: un protagonista generazionale ha gli anticorpi per resistere a quel conformismo che lo lascia deragliare e poi lo riporta con indulgenza in carreggiata. Per lui, la carreggiata non esiste, e non è che la rifiuta, non la vede proprio. Persino Trainspotting, nel finale, indulge nel messaggio formativo: non serve la redenzione del personaggio, basta il riconoscimento dei paradigmi (o “paradogmi“) prevalenti. I protagonisti di Ultimo Stadio, opera prima di Francesco Negri, da questo punto di vista sono a tutti gli effetti autistici, impermeabili. Figli della generazione social, l’accesso istantaneo e dopaminico all’informazione li ha dotati di una cultura aneddotica pressoché infinita, subiscono la fascinazione di storia e ideologia, ma sono privi di bussola morale: tutto è assorbito e reinterpretato in una narrazione delirante, dissacrante e nichilista, una versione ancora più No Future del No Future stesso, perché non strizza l’occhio ad alcuna affiliazione politica. I clash generazionali hanno sempre portato creatività e rivolta – oltre che tanta repressa infelicità, c’est la vie –, è così che il conservatorismo della generazione precedente ha trasmesso a quella futura la rabbia e l’energia della frizione e del cambiamento. Ma nella generazione raccontata da Negri qualcosa s’è inceppato: il presente è una macchia, le regole tanto contraddittorie ed evanescenti che creare una resistenza basata su principi positivi è impossibile. Tutto è stato provato, resta solo l’estremo, anarchia e violenza, la rinuncia alla luce pur di affermare la propria esistenza. Sono grato a Francesco Negri, perché mi ha aperto una finestra delirante sulla parte marcia della sua generazione, sulla Trap che fa schifo perché vuole far schifo, rifiuta le rime, ha il mito della marca e ci sputa sopra, e urla una disperazione che Joe Strummer non sarebbe nemmeno riuscito a intuire. I protagonisti non vogliono essere capiti, perché l’imperscrutabilità è la loro unica arma di difesa, la stessa con la quale la loro epoca li ha colpiti a tradimento. E quando il loro terrorismo viene alla luce, la macchina capitalista ci mette un istante a spogliarlo della componente pericolosa e costruirci attorno un piano marketing. Gli artisti vengono incasellati, coperti di gloria e chiusi in una gabbia dorata, e a quel punto a loro non resta che la sconfitta, e abbracciano definitivamente l’abisso. Chi scrive è stufo delle vicende private di tanti autori contemporanei che provano a guadagnarsi rilevanza letteraria tramite pornografia emotiva; le biografie e i diari sono fatti per personaggi rilevanti, per gli altri c’è il salotto della d’Urso. Per superare – in modo inconsapevole, come fa chi è guidato da talento naturale –, questa barriera, Negri immerge la propria biografia (e presumibilmente quella dei suoi amici, ai quali il romanzo è dedicato) in un plot ben più complesso del proprio diario, e usa con naturalezza sconcertante realtà aumentata e polisemia. La credibilità dei personaggi è legittimata da dialoghi perfetti: battute, bestemmie, nomignoli, sembra tutta roba proveniente dai brusii indistinti che vengono dal fondo del tram nelle ore alticce del weekend. Questi momenti sono intervallati in modo apparentemente randomico da passaggi quasi lirici, che ci prendono costantemente in contropiede e mi hanno più di una volta forzato a tornare indietro di due paragrafi per assicurarmi di aver goduto appieno del passaggio, come si fa nei momenti chiave dei film che ci prendono di più.  Ultimo stadio è il primo romanzo che tratta con cognizione di causa la parte marcia della nuova leva, al punto da diventarne manifesto identitario: Negri ha la forza di aprirci di fronte un abisso e mostrarcelo passo dopo passo, fino al punto in cui non possiamo far altro che empatizzare con i suoi disperati, ed esserne terrorizzati al tempo stesso. Ventisei anni fa Brizzi con Jack Frusciante ci ha raccontato una generazione cieca e inoffensiva, dal tenero wishful thinking, a suo modo rassicurante e sotto controllo: era la cosa giusta da fare, perché esisteva e meritava un cantore (e la riprova è che nel suo seguito, Bastogne, si sono visti i limiti della mancanza di autenticità di chi parla di ciò che non conosce). Negri ha a che fare con interpreti infinitamente più pericolosi, più simili semmai alla «fauna scatenata» di Altri libertini, il romanzo d’esordio che apre gli anni ottanta di Tondelli, e dargli voce è di per sé un atto di imperdonabile terrorismo. Dopo la lettura di Ultimo Stadio, è difficile guardare i ventenni allo stesso modo. O per meglio dire: è come vederli per la prima volta.
di Luca Fassi

Sololibri.net 05/12/2020

Recensione

Ultimo stadio è un esordio letterario appena pubblicato da Transeuropa Edizioni, con cui il milanese Francesco Negri (classe 1994) si affaccia con sorprendente maturità alla narrativa contemporanea. Un esperimento romanzesco fuori dagli schemi, il suo, che applica il sampling musicale alla scrittura, servendosi quindi di "Parole, cadenze, frammenti, frasi o interi capoversi campionati da scritture altrui. Si tratterà di brani letterari, filosofici e giornalistici. Ma anche di pezzi musicali, film, programmi televisivi, articoli online, blog, stati Facebook, tweet e messaggi WhatsApp. Alcune interpolazioni saranno vistose, altre nascoste all’interno del materiale originale". La vicenda è complessa da identificare fin da subito, ma proprio per questo attraente e sfaccettata. Il protagonista è Tommaso, un adolescente che traduce versioni dal greco al liceo classico e poi mangia un kebab e va in Curva Est a San Siro per a gridare furente durante il derby di Zapata, in una contaminazione di generi e di aspettative che non può che essere la figlia legittima dei nostri tempi. Nella periferia ambrosiana, tra un volo pindarico e l’altro, si muovono insieme a lui Ahmed e Icce: il loro è un mondo fatto di coltelli e di soprannomi quasi cabalistici, grazie a cui sopravvivere mentre ci si sposta in metropolitana o si arriva fino a Genova. Una voce fuori campo sempre conturbante, che non mostra né compiacenza né segnali di gentrificazione, la banalità dell’esperienza si accosta e precede gli episodi più sublimi, in una danse macabre di opposti che si cercano e si schivano: l’evoluzione delle loro scelte, infatti, non sempre va di pari passo con il progresso tecnologico e con le tendenze collettive, anche se prende comunque un sentiero asfaltato e tristemente replicabile. È così che, tra un iPhone in tasca e i discorsi di Papa Woytiła riascoltati su YouTube, si piazzano farmaci e serate violente, che sembrano sempre esporre la vista di chi legge alla vertigine della solitudine. Senza dubbio è faticoso risultare credibile in un simile labirinto di episodi, eppure Negri non smette di esserlo nelle 286 che compongono il volume. Se ci riesce, probabilmente, è perché spiegare o convincere non è nelle sue intenzioni: sa di raccontare con autenticità, e la sua convinzione è contagiosa. Per di più, i riferimenti di cui si serve sono precisi, inappuntabili: non sembrano costruire il profilo di un romanzo, quanto piuttosto quello di un incontro fra amici, in cui sarebbe impossibile mettere in dubbio perfino la più allucinante delle situazioni. Nel suo modo di procedere non c’è spazio per le opinioni, la lettura è un flusso di episodi che si specchiano a vicenda su piani temporali diversi e sovrapposti, mentre si intravede un’ombra nostalgia sullo fondo e, in primo piano, qualcosa a metà fra la rabbia e la ribellione. La denuncia sociale che ne viene fuori si fa dunque schietta e incisiva perché anche lei è sotterranea, quasi casuale, collaterale: man mano che ci si interroga sull’una o sull’altra tematica, ricombinando certi pattern per mescolarne in maniera nuova gli elementi costitutivi, la voce narrante è infatti già saltata in avanti a bucherellare un altro velo di Maya. Più si procede e più si capisce, di conseguenza, che l’intera operazione consiste nel prendere uno spaccato di società e vedere come marcisce man mano che ci si avvicina al suo cuore e che il tempo passa. Non per niente, nonostante la vicinanza degli eventi trattati e la loro tangibilità, la storia è spesso descritta al passato remoto o addirittura al condizionale passato, il che pone una distanza quasi fiabesca tra il momento presente e quello del romanzo, ovattandone in parte la ferocia. Il controllo della materia trattata, in altre parole, è estremo e stupefacente – in questo caso non per via degli oppiacei – e la giovane età del protagonista è l’ennesimo elemento di credibilità e coinvolgimento istantaneo. Quest’ultimo ha una conoscenza profonda di argomenti che a volte nomina soltanto en passant: cita leggi puntuali, suggerisce analisi sociopolitiche, sembra capire più di quello che sostiene, e conosce le mode e i loro talloni d’Achille come se avesse il doppio dei suoi anni. In alcuni passaggi ricorda certi testi di Vasco Brondi, in altri la sfrontatezza di Irvine Welsh o di Anthony Burgess. Quanto al ritmo, già scandito di per sé con la precisione di un metronomo, si popola effettivamente di stralci di opere terze, che affiorano qua e là come fiori selvatici: colonne sonore o letterarie di altre vite che non serve nemmeno interpretare o citare, ma che accompagnano i pensieri e i discorsi dei personaggi come leitmotiv. Di tanto in tanto appaiono anche haiku o riferimenti a Salinger, e poi pugni sul naso e un altro sulla pancia quando si scende dal treno, che non hanno alcuna attinenza tra di loro e che proprio per questo sortiscono un effetto straordinario – come a dire: si può volere bene alla letteratura e alla violenza in modi molto simili. Perfino la prosa in sé, al di là della trama, sembra scontrosa, sfuggente: un continuum con addensamenti, in cui le macchie di colore principali non sempre coincidono con i momenti più illuminanti dell’esistenza di Tommaso, Icce e Ahmed. Fra l’altro, così come non è presente lo straccio di un’etichetta, in Ultimo stadio non esiste neppure una netiquette: bestemmie e baci diventano inquilini dello stesso carcere, mentre la vicenda scivola verso il finale con la stessa tagliente rapidità di una biglia su un piano inclinato. Da leggere tutta d’un fiato, con la consapevolezza che lungo la strada non sempre si troverà un buon motivo per sorridere dall’alto della propria moralità. “Amo le armi da fuoco. Mettono ordine al caos, trasformano il linguaggio in sangue. Basta entrare in un supermarket col passamontagna calato e puntare la pistola sulla cassiera. «Questa è una rapina.» Ed ecco: quella è una rapina. Il tempo gocciola viscoso, il volume dell’universo si azzera. Fare l’amore con Bianca era simile. Lo sciogliersi d’un aspirina C. Iniziavo a sfaldarmi ai bordi, lentamente; poi a ritmo maggiore, in bolle effervescenti di coscienza che si addensavano sulla superficie vitrea della realtà. Infine il suono frizzante delle ultime particelle subacquee, agitate dal vento in una tempesta sottomarina. E il nulla: ogni confine col mondo scomparso, il corpo come il riverbero vaporwave di una canzone, White Ferrari di Frank Ocean rallentata a 0.6 Hz dal Ritalin. Soltanto dentro di lei ho raggiunto lo stesso vuoto in cui mi immergo ora, mentre faccio girare Mitra con le mani sul collo e gli sbatto la testa contro le porte d’acciaio dell’ascensore. (p. 18)”
di Eva Mascolino