Il Ciriaco 07/12/2020

Intervista

E’ appena uscito il secondo libro dell’avellinese Livio Borriello, si tratta di “Esercizi per accorgersi del mondo” ed è edito da Transeuropa nella collana Margini a fuoco (pp. 198, 14.90 €). Livio Borriello, avellinese, classe 1961, ha numerose collaborazione con riviste e siti di scrittura e critica letteraria, nel 2008 ha esordito con “Mica me”, edizioni OXP, che ha riscosso un notevole riscontro da parte della critica. Chi lo conosce ne apprezza la profonda ricerca interiore, lo sforzo di osservare il mondo sempre da una prospettiva “altra”, capace di creare cortocircuiti di significato che scardinano la visione consueta delle cose e seminano, in egual misura, sorpresa e dinamite nella considerazione che abbiamo del mondo che ci circonda. Se è vero, come afferma qualcuno che “la mappa non è il territorio”, seguire le rotte dei pensieri di Livio Borriello conduce il lettore lungo sentieri, a volte impervi, ma sempre interessanti per la possibilità di ricavarne uno scorcio inedito, uno sguardo nuovo, una possibilità di trasformazione. Livio come nasce questo tuo secondo libro? Ci sono circostanze particolari da cui è scaturita l’esigenza di scriverlo? “Per quanto mi riguarda ci sono urgenze di scrittura… Non credo alla letteratura, alla gara di destrezza nell’eseguire il modulo romanzo o poesia… credo che bisogna dire se si ha qualcosa da dire, credo alla scrittura, che è un concetto più ampio”. In questo momento di confusione e crisi, che valore ha per te la scrittura e che vuoi dare al lettore attraverso le tue pagine? “Voglio appunto indurre a riflettere, pensare, sentire, ma sforzandosi di superare il gregarismo dominante… l’elettrificazione del segno, tv web social, ha accentuato il nostro carattere gregario…ma è una deriva pericolosa… L’uomo non è l’ape o il pesce dei banchi… la specie umana ha una strategia di sopravvivenza diversa, fondata sul logos, sulla decostruzione delle apparenze, sull’autoriconoscimento dell’individuo … insomma su quello che una volta si chiamava l’anima e oggi possiamo dire psiche, o pneuma… L’uomo per come l’intendiamo nasce con la scrittura, come ci spiegano Sini, Derrida o tutta l’ermeneutica e la linguistica contemporanea… Senza fissare la parola su un supporto duraturo e oggettivabile non ci sarebbe nulla, né leggi, né etica, né scienza, né smartphone, e naturalmente né letteratura e religione… Saremmo polli tecnologicamente attrezzati e col portafoglio pieno… perciò bisogna ricominciare a leggere, soprattutto in momenti come questo… ma leggere in rete non serve a nulla, è un supporto altrettanto labile, fugace e istantaneo dell’aria in cui imprimiamo il discorso orale… con ciò, certo, anch’io uso molto la rete, ma complementarmente…”. Ci fai una sorta di “mappa” del libro?  Il tuo modo di scrivere è particolare e forse avere una bussola può aiutare il lettore a entrare in profondità nelle tue pagine… “Il libro  svolge un coerente discorso sulla percezione, quale processo decisivo e preliminare di ogni atto psicologico, culturale, sociale, politico –  articolato a vari livelli. Ci sono i veri e propri “esercizi percettivi”, in cui esploro nuove possibili condizioni del corpo e percezioni del reale, e che solo superficialmente si possono confondere con tradizionali sperimentalismi linguistici, ci sono poi momenti di definizione e teorizzazione del processo, e infine applicazioni e esemplificazioni, ovvero analisi che hanno per oggetto la nostra realtà politico-sociale – lo strapotere della finanza,  la degenerazione della politica, i media e l’accelerazione mediatica del segno, l’immigrazione, il covid, gli influencer ecc. Non mancano poi capitoli in cui torno alle forme aforistiche e frammentarie del libro precedente, Mica me. Ne deriva un’analisi del reale contemporaneo che, in quanto meglio fondata in una percezione intensa, vertiginosa, originale (nel senso di fondata all’origine e non di bizzarra), e dunque meglio garantita dal corpo dell’autore, dovrebbe configurare una proposta culturale, sociale e politica nuova”. Quali sono le tue ispirazioni? In questo momento che stai leggendo? “Ora leggo soprattutto filosofia contemporanea… Nancy, Agamben… raramente romanzi, ho scoperto ad es da poco Mario Tobino, bell’autore, psichiatra e romanziere… poi  amici come Magrelli e Franco Arminio… e rileggo i miei autori formativi, Baudelaire e Wittgenstein, Proust e Handke… ecc. ecc.”. Ci sono anche delle foto nel libro, un’altra delle tue passioni, sono scatti particolari, che non puntano alla bellezza estetica o alla perfezione dell’immagine ma proprio a stimolare nuovi punti di vista attraverso inquadrature sghembe o particolari in evidenza… “Sì, più che sghembe sono straniate… cerco di mostrare le cose in quanto cose… mi interessa il livello ontologico, meno quello psicologico… ad es. c’è il mio orecchio con didascalia: orecchio dell’autore a Bologna. un orecchio vale l’altro, un posto vale l’altro, alla fine siamo questo, pezzi di materia organica gettata nel mondo…”. Che differenze ci sono rispetto al tuo primo libro “Mica me”? “Mica me era più intimistico…vi circolava uno struggente desiderio… era un libro giovanile anche se scritto a 40 anni… questo vorrebbe agire di più sul reale. Parto sempre da un’analisi soggettivamente intensa e profonda del reale, ma poi cerco di tradurla in analisi, idee e proposte politiche e sociali”. Senza rivelare troppo per non togliere il piacere della lettura, qual è secondo te il significato o il messaggio principale contenuto nel tuo libro? “Il vero evento del mondo, quello che dovrebbe sbalordirci ogni giorno, – come ho scritto nella quarta di copertina – è forse il fatto che esista e accada. E’ la sua ovvietà, che è straordinaria. Comprendere ciò, significa comprenderlo più profondamente, e ci offre una chiave possibile per trasformarlo.  C’è bisogno forse di un nuovo approccio alla politica e all’analisi sociale, un approccio più radicale, fondato  su un diverso rapporto fra il sentire  profondo dell’uomo  e la realtà”.
di Antonella Russoniello