bassanonet.it 08/06/10

Per una grammatica della paura
Al Piccolo Festival della Letteratura il 20 giugno un incontro dialogato sul tema del male

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Affariitaliani.it 09/12/09

Il mio nome è Legione (Transeuropa). Il Male visto da Demetrio Paolin
È di Demetrio Paolin uno dei romanzi più potenti e inquietanti del 2009
Potete trovare qui il link alla pagina web originale.

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AgoraVox 02/07/09

Intervista all'autore - prima parte
approfondimento di Barbara Gozzi
Tratto dalla pagina web:http://www.agoravox.it/In-tra-per-culturando-analisi.html Parte 1- conoscenza dell’autore, chiarimenti sul personaggio. Recita la breve biografia pubblicata da Transeuropa: "Demetrio Paolin, classe 1974, vive a Torino dove svolge l’attività di ufficio stampa. Ha pubblicato i libri Il pasto grigio (Untitled Editori), Una tragedia negata (Vibrisselibri/Il Maestrale). Alcuni suoi racconti e saggi sono apparsi in riviste («Nuova Prosa», «Nuovi Argomenti») e in antologie (Vite rovinate dal pallone, Giulio Perrone Editore) o su blog letterari come Nazione Indiana e La poesia e lo spirito.   Ha curato, per le Edizioni Dell’Orso, le memorie di Giuseppe Calore raccolte ne Il partigiano disarmato. Il suo saggio “La memoria e l’oltraggio. Primo Levi interprete di Dante”, è stato pubblicato dalla rivista universitaria «Levia Gravia» (Edizioni Dell’Orso). Questo è il suo primo romanzo". Mi rimbalzano così alcune parole, chiavi forse, ma anche no.   Torino. Ufficio stampa. Racconti. Saggi. Demetrio. Romanzo. Provo a virare, riprendo in mano il libro (riprendo perché non è la prima lettura, questa, alcuni appunti ‘di pancia’ qui), la quarta di copertina recita:   ‘Questo romanzo racconta la storia di Demetrio, giornalista trentenne, e del suo rapporto con determinate figure della memoria, pubblica e privata, che da sempre lo ossessionano e lo influenzano’. Eppure c’è di più, molto di più in quello che abitualmente viene definito riassunto della trama, trama che è struttura a incastro, fusione di frammenti e sviluppi uniti da piani differenti, diversi perfino nell’incedere (il più delle volte). Pezzetti di materia dove – si – qualcosa succede, ma i legami non sono visibili dallo strato superficiale, i tempi e gli spazi si spezzano, i respiri interrompono consequenzialismi ridefinendo una ragnatela fine, ma – come già accennato – è necessario infilare la testa sott’acqua, dalla superficie poco pare ‘sensato’ o quanto meno ‘legato’ al resto.  Eppure. Il protagonista, è un giornalista trentenne ma non lo sarà alla fine della narrazione. Finirà in uno sgabuzzino, sulla porta una targhetta che recita ‘ufficio stampa’. Ma il protagonista è anche osservatore attento, curioso, complesso nel suo immagazzinare volti, sentimenti, sensi sotterranei, nell’analizzare gesti, azioni, motivazioni. Scrive dunque, avvalendosi di varie modalità, mail che sono lettere virtuali, articoli dove l’elemento narrativo si impone, un apologo, e molti appunti misti, incontri di pensieri, miscelazioni.  Poi. Il protagonista va a vivere a Torino che "è" la sua città, la sente sua pur non essendoci nato.   Infine. Si chiama Demetrio, arrivando fino alla definizione di ‘Demetrio P.’ a pag.43. Una delle abitudini di lettura più criticate, lo si sente ripetere spesso, è quella di dare per scontato che l’autore abbia scritto di sé, che magari il protagonista sia proprio lui, che i gesti, le parole, o gli accadimenti li conosca per averli vissuti piuttosto che ‘costruiti, impastati’. Il più delle volte, infatti, non è così, non del tutto, non necessariamente insomma. Stavolta però qualcosa vistosamente stride. E non sono i fatti in sé, i nomi. Piuttosto quei sensi sotterranei capaci di delineare i tratti di un protagonista complesso, contradditorio. Difficile da avvicinare leggendo pagine bidimensionali che racchiudono simboli, codici, ragnatele visibili solo sott’acqua. Lo chiedo direttamente all’autore: mi parli del Demetrio ‘di carta’ e di quello ‘di carne’? Puoi raccontarmeli, come vuoi, nelle vicinanze quanto nelle differenze? Prima di tutto la scelta di arrivare a chiamare il personaggio del romanzo Demetrio è stata lunga e per nulla scontata. Anche la scelta di usare la terza persona invece della prima è stata per me un motivo di ripensamenti e di riscritture. Per il lettore la coincidenza tra il Demetrio personaggio e Demetrio l’autore è totale. Mi sono chiesto più volte: se il protagonista di Legione si fosse chiamato in un altro modo, il lettore avrebbe comunque pensato che l’autore e il protagonista fossero coincidenti? La risposta che mi sono dato è che sì, per il lettore la coincidenza narratore e protagonista era totale. Non voglio stare qui a tirare fuori gli strumenti d’analisi di Contini e del suo saggio su "Dante come personaggio della Commedia e sulle sue riflessioni su acutor e agens". Di certo la mia scrittura possiede una indubbia ambiguità che non permette di capire dove finisce il Demetrio di carne e inizi quello di carta. Nel mio modo di scrivere io mischio il privato e il pubblico (potrei citarti il mio saggio sul terrorismo, dove le mie esperienze personali, le mie vicissitudini sono entrate dentro un ragionamento letterario). Ne Il mio nome è Legione ho voluto fare di questa ambiguità la cifra stilistica del racconto. E ho voluto sancire questo chiamando il personaggio con il mio nome. Ovviamente molte delle esperienze che Demetrio vive sono le mie, alcune vissute direttamente altre vissute indirettamente. Credo che il nodo stia e nella scelta di quale delle esperienze vissute raccontare e quale no e nel tipo di linguaggio che ho deciso di usare. Io ho sempre pensato che la scrittura sia una sorta di reazione chimica, in cui tu dosi parti diverse e ne ottieni qualcos’altro che pur avendo ingredienti e materiali comuni è tutt’altro da quei materiali e ingredienti. In una parola la scrittura e il risultato della stessa è un precipitato, è un resto, una rimanenza differente di tutto ciò che hai vissuto. La scrittura obbedisce a delle regole sintattiche, retoriche e d’invenzione che la vita non è tenuta a rispettare. Lo scrittore vuole comunicare qualcosa e per farlo deve distillare una parte di quello che è il suo vissuto e nel distillarlo lo rende differente, lo rende altro rispetto a quello ha realmente esperito nella sua vita privata. Se dovessi usare una parola per descrivere questo modus operandi parlerei di allegoria. Io ho fatto di tutto perché Demetrio, le sue avventure e gli altri personaggi che incontrava fossero allegorici: i personaggi sono umani e reali (l’esempio in grande è quello della Commedia: quando leggiamo Francesca o Farinata noi sentiamo la loro vera e profonda umanità), ma che nello stesso tempo suggerissero un oltre, un altro significato più nascosto. Il Demetrio di Legione è quindi parte di me, è forse la descrizione di una parte intima e nascosta, ma non mi rappresenta in tutto. E’il Demetrio che va in fondo al male, che prova a guardarlo. La scrittura del libro, che son poi 150 pagine, ha occupato un lasso di tempo lungo: cinque anni di scrittura e due di riscrittura. Sette anni per venire a capo di alcuni miei fantasmi. Mi ricordo che arrivato agli sgoccioli della prima stesura avevo gli incubi. Eppure sentivo che stavo scrivendo qualcosa di bello e importante, sapevo che avrei consegnato alle stampe un romanzo difficile, complesso, ambiguo, discutibile ma nello stesso tempo ne ero soddisfatto. Avevo fatto i conti con le mie fantasie, le mie ossessioni. Le avevo scritte. Non so se il Demetrio di carta abbia esaurito le mie inquietudini, dubito fortemente, ma ha dato loro una forma riconoscibile, ha dato loro una lingua, pensieri e parole. E credo che questo risulti consolante. Ma anche: scrivendo di un Demetrio ‘di carta’ hai guardato in faccia il tuo male dentro?  Credo di avere in parte risposto alla tua domanda, ma cerco di chiarire alcune questioni. Non so se esista un male dentro e un male fuori. Io credo d’essere una persona normale. Quando finisco di lavorare me ne torno a casa e gioco con mia figlia, le faccio fare i passetti, andiamo al parco, ci mettiamo per terra e costruiamo alte torri con i cubi di carta. Sono lontano quindi dal prototipo dello scrittore maledetto e tormentato, che passa la vita  a vergare pagine e pagine per descrivere il proprio male. Io sono una persona che vive nel mondo e che fa i conti con quello che sente e prova. Che nel mondo ci sia il male, la sofferenza dell’innocente, il sopruso e la violenza, è chiarissimo. Che anche noi di volta in volta facciamo del male non solo lo subiamo è altrettanto chiaro. Io ho voluto con il mio romanzo parlare di questo scandalo: del fatto che il male esista e sia presente e ognuno lo viva con estrema indifferenza. Mi ha sempre colpito un episodio che Dostoevskij racconta ne I fratelli Karamazov: ovvero del Diavolo che ha fatto di tutto per diventare un buon borghese che si mette la grisaglia e va a messa e accende una candela votiva. Legione prova a dare ragione a questa possibile permeabilità del male nelle nostre vite: noi mettiamo in atto, consapevolmente o meno azioni di male alcune volte così perché ci è connaturato. Il Demetrio del mio romanzo è solo molto attento nel registrare tali atteggiamenti e nel portarli alla luce. Demetrio è come un sismografo che registra il male. E lo registra nell’unico modo che conosce: scrivendolo.

La compagnia del libro, trasmissione di SAT200 (canale 801 di Sky) 01/07/09

Demetrio Paolin: «Io sono Legione»
di Saverio Simonelli
Tratto dalla pagina:http://www.lacompagniadellibro.sat2000.it/articolo.php?id=370 Il titolo viene dal Vangelo e fa riferimento all’episodio in cui Gesù affronta l’indemoniato di Gerasa. “Legione” è il modo in cui il Diavolo si fa chiamare in quel caso, alludendo alla sua natura: “perché siamo in molti” riporta Marco. Una molteplicità che è caratteristica dell’inafferrabilità e irriducibilità del male che non si presenta con un profilo riconoscibile ma come un agglomerato di pulsioni, stimoli, direi uno sciame di cose più reali quanto più camuffate in un’oscurità inestirpabile dal volto del mondo. L’episodio c’entra anche se non molto con il romanzo di Demetrio Paolin, già noto al pubblico per l’eccellente “Una tragedia negata” riflessione acuminata e senza sconti sul rapporto tra letteratura e anni di piombo. C’entra proprio perché, come fosse una tattica del demonio, svia l’attenzione del lettore frettoloso o del recensore interessato da quello che è il vero nocciolo del libro che non è semplicemente il confronto col male. La storia è quella di Demetrio, giornalista, che si muove tra persone reali e della memoria, persone segnate dallo stigma del male e circondate da un’aspettativa di vita e di positività che agli occhi del narratore sembra costantemente falsa ridondante, quasi aggressiva nei confronti dell’essenza della vita che è invece condanna al male. C’è malattia, c’è ambiguità, c’è l’handicap, c’è la morte. E c’è da quest’altra parte il soggetto e una sequela sinuosa di incombenze quotidiane esperite in una dolorosa meccanicità. Non succede molto altro. Questo non è un libro dove le cose accadono. Questo è un libro che è un continuo tentativo di comunicazione con qualcosa di non letterario, di non verbale, oseremmo dire quasi non umano. “C’erano giorni che qualcosa lo divorava dentro, una spina nella sua carne conficcata così profondamente che non riusciva neppure a individuarne l’origine”. La studiata sciatteria sintattica in una prosa di grumi di senso sempre caldissimi quasi ostentati, sbattutti in faccia alla forma, dice quello Demetrio vorrebbe dire alla vita con il suo scrivere. "Il mio nome è Legione" è un testo che recalcitra, un testo che non va letto immediatamente come letteratura e non va recensito in questo senso. Chi sa qualcosa di linguistica ricorda la definizione di Roman Jakobson a proposito della “funzione fatica”. Succede quando siamo al telefono e la linea è disturbata per cui ci sforziamo con formule varie di ribadire all’interlocutore la nostra presenza al di qua del filo “Mi senti? Ci sei? Pronto?” Il libro di Demetrio è una funzione fatica della scrittura di fronte allo scandalo del male. Non è storia, né romanzo, è un cantiere di lavori in corso contro quell’epifania che si vorrebbe scacciare dalla vita ma la letteratura, come ogni altra forma di conoscenza umana, anche la più alta, non può portare a termine. Ecco perché il libro abbonda di attese, di continue mosse avviate, rimandate, ripetute, conati, tentativi, fino al timore dello stallo. Ma la trincea di fronte al male è scavata. Non eretta, perché non può avere vanti, ma una spina nel fianco dello scandalo, questo è la sua scrittura. Splendidi al riguardo alcuni versi che Demetrio rivolge al padre che peraltro morirà verso la fine della vicenda (Attenzione, come in una tragedia greca le morti non accadono nel testo, vengono riportate e anche qui c’è la traccia evidente che il confronto col male è sempre trasportato altrove, studiato, mimato, quasi) Ora padre respira Che a me manca Il coraggio di dire L’amore che tende i muscoli Ecco allora l’altro baluardo sul quale si installa la scrittura di Paolin, il confronto tra le parole e le cose alla ricerca di quella unità di espressione che proprio il male scoraggia. E allora si invoca il respiro, l’atto più animale e inconsapevole che attesta l’essere, il respiro, ruach dice l’Ecclesiaste, il respiro che può essere vita ma anche fumo, vuoto. Il rerspiro che c’è anche quando manca il coraggio, l’umano che c’è anche quando può solo reclamare la propria impotenza. “Il mio nome è Legione” appartiene allora alla grande e nobilissima fila di testi che innalzano una sfida al mondo, che dicono quanto la letteratura da sola non potrebbe dire perché non lo fanno letterariamente ma in nome di una tensione etica che prorompe dal testo come il demone scacciato che cerca rifugio tra i porci, ed è questo molto più del “magnete di sangue” di cui parla Genna in quarta di copertina. Per questo siamo grati a Demetrio Paolin. Perché tra tanti testi che accumulano prove per garantirsi una propria esistenza letteraria: stile trame episodi lingua, questo è un libro che viene a scuoterci come un fantasma notturno. Non spalanca mondi, né seduce con fantasia o realismo, ci dice semplicemente che c’è uno scandalo, una lotta che non finirà mai e con la quale bisogna risolversi a fare i conti prima di ogni altra cosa, anche prima della scrittura. Saverio Simonelli 2009

Notiziario on line di Bagheria 21/06/09

Buio caravaggesco e un'imperfezione per amare
Il nuovo libro di Demetrio Paolin è un romanzo sul male che ci accompagnadi Tonino Pintacuda
Tratto dalla pagina web:http://www.90011.it/articolo.asp?idnotizia=5887&tags=demetrio%20paolin-il%20mio%20nome%20%C3%A8%20legione%20%3Chttp://www.90011.it/articolo.asp?idnotizia=5887&tags=demetrio%20paolin-il%20mio%20nome%20%C3%A8%20legioneSi passeggiava lungo via Dante tra piramidi di munnizza, in compagnia del buon Nino e mentre le pale meccaniche tentavano di riportare la situazione alla normalità, si parlava di letteratura. Che i libri se hanno un´utilità è proprio questa: servono quando il mondo s´accartoccia inevitabilmente su se stesso, sino a schiacciarci. A consigliar classici per rimpolpar la faretra delle citazioni siamo tutti bravi. La faccenda si complica parecchio quando ti chiedono giovani autori, abitanti a te coevi della Repubblica delle Lettere.Ho dovuto meditare non poco, tra il miasma della decomposizione delle vestigia della nostra epoca. E poi ho tirato le somme. Da evitare il celebratissimo "capolavoro" di Giorgio Vasta, che scriverà pure bene e insegnerà anche agli altri come si mettono in fila parole ma è solo una bella confezione, con copertina pluripremiata ma vuoto a rendere. L´attenzione agli anni Settanta da parte di tutti sti letterati sarà pure cosa buona e giusta ma lascia immobili e non indaga su questi anni, non offre appigli e ci regala le fantasime d´un´epoca che fu e che tanto danno fece. Non offre che vani riflessi d´auto in fiamme e gatti morti di cimurro. Tematiche analoghe ma diverso modo d´approciarle in uno dei primi testi che posso suggerire e/o imporre senza temer colpi di copertine sulla zucca: "Il mio nome è legione" . Smilzo e densissimo ultimo lavoro di Paolin, pubblicato dalla Transeuropa dopo l´appello di Genna del 2007, un perentorio "pubblicate Paolin!".Lo scrittore Giuseppe Genna è bravissimo e insuperabile a trovar roboanti e desueti aggettivi e avverbi per rivestir la nudità nostra e delle nostre parole, è sotto gli occhi di tutti. Stavolta però ci azzecca consegnandoci un testo che incide le carni, sin dentro l´origine del male che ci accompagna. Con scene montate ad arte, come in un riuscito flash-back. Immagini potenti che restano e lievitano: maestosa l´immagine dei figli che, alla morte del padre, danno finalmente l´antiruggine al cancello, lasciando riccioli di ferro in pasto al tempo. Perché "ci vuole un´imperfezione che ci permetta d´amare [...], lascio un´imperfezione e so che così potrò prendermene cura un´altra volta, in un altro momento".Tutto il sottotesto, la riflessione sulle Br e sul silenzio di quegli anni è interrotto soltanto dal pianto urlato della madre del protagonista alla notizia dell´assassinio di Moro. Ritratto delineato con un linguaggio ch´è magma e latte nero da succhiar come Cimmone che, condannato alla morte per fame in carcere fu nutrito dal seno della figlia Pero al di là della grata. E tutto il romanzo è questo vedo/non vedo, come se fosse scritto in una grata di parole, con occhi tagliati dal sovrapporsi di sbarre arrugginite.È un romanzo in cui non c´è spazio per anime che s´amano al di là delle nuvole. C´è spazio solo per corporeità declinate con pura e chirurgica attenzione: due down che si baciano incrociando, come tutti, le lingue; due cani che si buttano nel vuoto; la tragedia di Novi Ligure e la morte del padre e di un ragazzo biondo dell´oratorio. Quest´ultimo sceglie di morire in una cascina, vicino alla terra, bevendo fertilizzanti. Scelta non casuale e anticipata dal macabro intento di soffocare una colonia di formiche turando l´entrata del loro formicaio. Tutto in una scrittura tersa che trapunta d´un buio caravaggesco questi anni che "cadono irrimediabilmente". Tonino Pintacuda

Vibrisse Bollettino 18/06/09

Impressioni di lettura 
di Giorgio Vasta
Tratto da: http://vibrisse.wordpress.com/2009/06/18/il-mio-nome-e-legione-4/#more-2801 Ho letto Il mio nome è Legione di Demetrio Paolin durante un viaggio in treno da Torino a Roma. Quando leggo in treno, mentre il treno procede in avanti è come se il tempo si muovesse all’indietro; si contrae e forma una bolla disponibile alla concentrazione. In questo modo, leggendo, ho la possibilità di leggere la storia, quando la storia c’è (e non è indispensabile che ci sia sempre), ma soprattutto di leggere la lingua: che cosa è stato fatto con il lessico e con la sintassi, come si è pensato di costruire le frasi, con quale passo si è scelto di farle procedere, se chi ha scritto ha voluto mettere la linea della lingua in torsione o se invece l’ha modellata come un’antenna rigida o se ancora l’ha lasciata svolgersi morbida come la coda di un gatto quando se ne sta seduto. La lettura in treno – incapsulata, fetale – mi permette di fare attenzione a questi elementi più di quanto accada quando leggo in casa o per strada. Per fortuna in treno passo molto tempo.   Quello che mi sono detto leggendo il libro di Demetrio Paolin – mentre il corridoio dell’Intercity si riempiva a ogni stazione e il carrello degli snack scorreva ostinato attraverso i corpi – è che stavo leggendo un romanzo nel quale la lingua si comportava come un sismografo che registra e rende visibili i diversi stati di coscienza di chi scrive. Dunque, partendo da una stessa esistenza che in quanto tale non può che essere la sintesi di più esistenze diverse, la lingua era a volte una matassa (ma una matassa logica, persino geometrica), a volte un coltello, altre volte fiocchi di cotone in nevicata. Sempre, però, c’era una sostanza, un denominatore comune trasversale, che forzando la suggestione del titolo mi viene da chiamare “legione”. Nel senso che in ogni frase del libro di Demetrio Paolin c’è la consistenza della testuggine romana, vale a dire di quella formazione bellica che tramite l’opposizione degli scudi verso l’esterno occultava il numero dei soldati coinvolti permettendo loro di contare sull’effetto sorpresa. La testuggine romana procedeva lenta e sicura, inevitabile, i fanti nascosti sotto il carapace composto, una straordinaria capacità di resistenza e di sfondamento. La testuggine era massa, era un ordigno mobile, e i soldati che le davano forma si chiamavano legionari. Nel momento in cui mi sono reso conto che le frasi di Il mio nome è legione arrivavano e restavano nella mia percezione nella forma della testuggine romana, ho cominciato a pensare al libro di Paolin come a un libro che poteva essere intitolato Le mie parole sono legione. E le parole di un romanzo dovrebbero essere sempre, o almeno dovrebbero sempre voler essere, legione. In Toscana, poi, all’altezza di Massa, ho pensato che il romanzo di Paolin è un romanzo di ricapitolazione, ovvero una di quelle scritture che si generano quando i fantasmi delle cose accadute in concreto o immaginate (e dunque accadute in un altro modo ugualmente concreto) ci stringono d’assedio e sentiamo il bisogno di dare loro una forma, una forma e un luogo, scritture che hanno origine dal sentimento che ci fa comprendere che è necessario fabbricare – adesso – una struttura di parole in grado di produrre condivisione. Se questa struttura non la fabbrichiamo rischiamo la dispersione, la dilapidazione e l’ammutolimento; soprattutto, se non fabbrichiamo questa struttura, perdiamo la possibilità di condividere con gli altri un’esperienza fondamentale: quella di sentire com’è fatto il legame che collega i nostri nuclei con i nuclei delle altre persone. Nel momento in cui quello che si scrive non muove prima di tutto da una volontà narrativa forte, ovvero da quell’impulso al racconto che prevede come conseguenza naturale la trasformazione dell’impulso originario in trama, in una drammaturgia nella quale organizzare logicamente una serie di fatti, a governare la scrittura sarà una legge diversa, un motore anomalo e radicalmente umano, quello che ci spinge a fare delle nostre parole un luogo in grado di ospitare, appunto, nuclei. Il mio nome è Legione è infatti, per me, non tanto un mezzo di trasporto che si sposta in una specifica direzione quanto un luogo che “ospita” nuclei. Questi nuclei in galleggiamento nell’organismo ospitante della scrittura di Paolin sono nuclei che io riconosco. Li riconosco per ragioni generazionali, temperamentali, persino per ragioni biologiche. Leggendo sento e so che sono i nuclei che mi mettono quotidianamente sotto scacco – il legame con il male, la ricerca di una possibilità di coesistenza con il male, l’esperienza reale e mitica della paternità: dunque, temendoli, a volte anche detestandoli, questi nuclei li accolgo perché parlano di me. Poco prima di Roma Termini, infine, ho pensato che Il mio nome è Legione è un libro che ha il coraggio della perentorietà. Non si preoccupa, non calcola, non perde tempo a valutare cosa andrebbe fatto. Molto più semplicemente, molto direttamente, fa. Questo per me è importante. Davanti a una certa quantità di libri “manierati”, “ammodo”, che chiedono il permesso, educati fino alla stucchevolezza, timorosi di non corrispondere, tecnicamente, alle aspettative di chi legge (più esattamente alle sue abitudini di lettura), Il mio nome è legione entra in chi lo accoglie con il passo deciso di chi deve fare qualcosa, scompaginando e non rispettando; non gioca a fare il ribelle ma prende la parola e dice. Subito, da subito, senza sprecare tempo, perché sprecare tempo è un errore e può essere imperdonabile. Arrivato a Roma, il libro chiuso nello zaino, ho pensato che sarebbe bello che Il mio nome è Legione venisse affrontato e letto con la stessa perentorietà con la quale la sua scrittura affronta il lettore. Senza presumere di dover capire in quale tassonomia critica ordinarlo, senza domandargli moderazione e correttezza: con la determinazione del proprio sguardo; con tutto ciò che in noi, mentre leggiamo, è legione.

Sito di Giuseppe Genna 04/06/09

Leggete assolutamente "Il mio nome è Legione" di Demetrio Paolin
di Giuseppe Genna

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Cool Club.it 01/06/09

Recensione
di stefania Ricchiuto
Testo integrale della recensione tratto da: http://www.coriandolinequilibrio.blogspot.com/ Opera soteriologica, questa prima di Demetrio Paolin, battuta in ogni riga da una ricerca certosina eppure furibonda: quella della comprensione, il più possibile affilata, del meccanismo della salvezza quotidiana. Un salvezza che rintraccia il suo Cristo terreno in un Demetrio trentenne, protagonista asimmetrico di queste pagine, analizzato in terza persona, testimoniato in prima, narrato attraverso una geografia temporale complessa - composta da scene attraversate dalle rimembranze più intime come dalle memorie più sociali.Aldo Moro, Renato Curcio, Vittorio Alfieri, Cesare Pavese, sono alcune delle figure appartenenti alla collettività, animatrici di un piano di percezione comune, e qui percorse da suggestioni privatissime. “Non so se sia vero o meno ma la prima volta che vidi mia madre piangere fu per l’uccisione di Aldo Moro. Non so se la mia sia una memoria collettiva camuffata per personale, oppure se sia la verità,ovvero che mia madre pianse quando vide il corpo dell’onorevole Aldo Moro nel bagagliaio della R4.Ma sono convinto di averla vista quella volta piangere e mai più.”.Altre impressioni, spesso segnate dall’insicurezza, si alternano agli sguardi fermi, decisi, ostinati, a restituire tutta la labilità dello stare nella storia e nelle storie: come un funambolo, sul filo della propria sensazione, aggrappato, con disprezzo, all’osservazione degli astanti. Così, secondo una bizzarra precarietà stabile, procede la composizione della mappatura psichica del protagonista, la cui esistenza è segnata da una trinità stravagante eppure sacra, realizzata da un padre morto, un fratello affetto da una disfunzione sessuale, una ( non solo una) donna contorta.La croce che li manifesta è definita dal Tempo e dallo Spazio, che in questo testo sono dimensioni tortuose, volutamente arzigogolate, mai dalla successione logica, ma che proprio grazie a questa cavillosità - labirintica e saltellante - procedono, dalle vicende singolari, a favore della “linearità” di un’indagine, diretta a Dio, all’Uomo, al Senso - non Senso della loro comunione imperfetta.Il rapporto tra salvatore e salvato svela l’inganno, il sotterfugio che lo sussume: il tutto è mediato dall’esistenza del male, che è un elemento necessario del divenire, e in quanto tale causa, effetto, ma soprattutto collante del rapporto creatore/creatura. Paolin, che qui è appunto creatore e creatura, narra in terza persona e inscena proprio l’identità coesistente di chi crea ed è insieme creato, perché solo osservare e praticare questa sinergia consente di cercare la misura delle cose, e di orientarsi verso la razionalità della scelta. Paolin, che qui è appunto creatore e creatura, narra anche in prima persona e fa parlare l’altra opzione possibile:la rottura di una simbiosi imposta, che richiede, perché il nodo sia sciolto, di lasciarsi andare all’abuso, alla smisuratezza dell’ego, all’espansione incontrollata della propria vera natura.Rompere il giocattolo dato, disinnescare il meccanismo subito, sovvertire il dispositivo accettato. Ciò che sembrava un itinerario “solo” sottile, appare così di una politicità non proprio evidente ma di fatto esistente, capace di aprire alla riflessione sul male della comunità e sulla comunità del male. L’atto della liberazione, inchiodato nelle pagine, è soprattutto una liberazione in atto, personale come diffusa, singolare come declinata in altre forme, e passa per quel laboratorio di umanità che è dato dall’incontro tra la coscienza individuale e il piano della massa, tra la percezione del singolo e la elaborazione della folla.Il mio nome è Legione, dunque, perché siamo in molti. Salvati, dannati, si vedrà. Si vedrà dall’albero e dai frutti colti, e dalla raccolta più o meno consapevole che sarà stata. Si vedrà dall’albero e dai frutti lasciati pendere, e dalla caduta provvidenziale – forse - che ne verrà. Ma soprattutto, si vedrà da quanto saremo riusciti, per dirla con Carmelo Bene, a non “precipitare nell’umano”, e a togliere " di scena il burattino, l'incubo di un pezzo di legno che ci si ostina a voler farcire con carne marcia". Per essere, di grazia e nessuno escluso, meno fantocci e più dèi.S.R.

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AgoraVox 21/05/09

Il mio nome è Legione: noi siamo il male
di Barbara Gozzi

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Megalibri_blog_radiodeejay 16/05/09

Sintesi della trasmissione
di Mario De Santis

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Nazione Indiana 15/05/09

Segnalazione
di Chiara Valerio

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Vibrisse Bollettino 14/05/09

Segnalazione
di Giulio Mozzi

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Carmilla 09/05/09

Segnalazione
di Giuseppe Genna

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