Intervista a Arben Dedja su Varianti di vita

Transeuropa Edizioni Recensione Intervista a Arben Dedja su Varianti di vita

1. I racconti nascono in albanese e vengono poi “distillati” in italiano. Come cambia un testo quando attraversa due lingue e due sensibilità?

Cambia per il meglio. Non traduco semplicemente dall’albanese in italiano: il testo albanese lo uso come canovaccio, ci riscrivo sopra. E lo faccio sotto una lente di ingrandimento, con calma. In sé il testo italiano è più prosciugato: tolgo il superfluo. Ogni tanto ci aggiungo una frase, qualcosa, quasi mai una scena intera.

2. Nelle tue storie convivono razionalità scientifica e immaginazione. Come dialogano, per te, questi due mondi?

Ma, in teoria sono due cose opposte. La razionalità è analitica; l’immaginazione sintetica. Essendo opposte vanno, diciamo, d’amore e d’accordo. Se vogliamo poi indagare nel subconscio posso raccontare che sono nato in una società con poche, pochissime libertà. Siccome il percorso scientifico era il meno accidentato (perché poteva tranquillamente essere anche apolitico) io fui “programmato” in famiglia per diventare uno scienziato (diciamo un medico: ci avevo un po’ di medici a casa). Cosa che ho disatteso appena mi è stata offerta l’occasione. Ora, probabilmente c’è un senso di colpa che io porto dentro. Perciò, cerco sempre di far apparire – a bella posta – questo mio background scientifico nella mia prosa (ma, fidatevi, cosa più difficile: anche in poesia).

3. Vivere in più sistemi sociali ed economici offre più punti di osservazione. Quale senti più vicino?

Sono una persona curiosa, ma abbastanza pigra. Cioè, io non vado in giro a conoscere il mondo; nessun mondo. Ho fatto un viaggio senza ritorno una volta: Tirana-Padova. È sono piombato in una realtà molto, ma molto diversa. Allora, come me sono stati in molti. Però a differenza di tanti di loro, credo, io abbia mantenuto un’equidistanza che me l’ha fornita, ancora credo, uno sguardo ironico verso tutto e una profonda disillusione.

4. L’equilibrio tra quotidiano e assurdo è una cifra del libro. Come lavori sul tono dei racconti?

Il tono è la cosa più difficile. Non è che ci penso tanto. Ma, come persona, sono di umore molto cangiante. Questo non è fondamentale, ma, probabilmente è più importante il fatto che io mi annoi presto. Perciò sento la necessità di variare. Forse è questa la ragione perché non scrivo un romanzo. Troppo lungo.

5. Materiali narrativi molto diversi: cosa tiene insieme questa pluralità di storie?

Proprio la loro diversità, credo. A volte, in testi vicini, forse la loro contrarietà. E spero, il lettore, dopo aver letto il nuovo titolo del racconto che segue quello appena finito, si chieda: “Cosa ci sparerà adesso?”

6. Come sei riuscito a trattare un tema tragico come il femminicidio con tanta lucidità, evitando la retorica?

Ho vissuto fino ai ventisette anni in una dittatura. E la dittatura è superlativa in una cosa: nella retorica. Odio la retorica.

7. La traduzione della “Vita Nuova” ha influito sul tuo modo di concepire la lingua narrativa?

Certo. Anche se l’ho pubblicata nel 2021, per i settecento anni della morte di Dante, ci lavoravo da trent’anni, cioè da molto prima che scrivessi qualsiasi prosa. La prosa di Dante ha una sintassi complicata, piena di proposizioni subordinate. Sei sempre come appeso nell’aria in attesa di capire il paragrafo. Tant’è vero che la prosa di Vita Nuova lo traducevo inizialmente dall’inglese, dalla classica traduzione di Mark Musa. Il quale non aveva remore di mettere punti fermi in mezzo alla frase, se vedeva che il significato cominciava a essere opaco. Poi, però, io riprendevo la lettura dell’originale e cominciavo a complicare tutto nella traduzione albanese. Si vedono ogni tanto le frasi lunghe con il senso che entra in una spirale senza fine anche nella mia prosa originale. Nel mio libro precedente questa tendenza era ancora più marcata. Tenendo presente che l’albanese, con le sue desinenze è, dal punto di vista sintattico, più flessibile dell’italiano (e dell’inglese), lascio immaginare cosa succede in una lunga frase in albanese. Nel mio miserevole (o glorioso?) caso: tutto da rendere anche in italiano, per la gioia dei grammatici.

8. L’imprevedibilità dei personaggi è elemento ricorrente: nasce da esperienza personale o scelta estetica?

Non ho mai studiato letteratura. Ho solo letto molto, su un certo argomento, se mi interessava. Per esempio, quando per quattro-cinque anni ho tradotto Guido Cavalcanti (non è tanta roba eh, cinquantadue poesie, ma ci ho messo anche delle tenzoni tra lui e altri poeti e così il numero delle poesie è un po’ cresciuto) ero, ormai non più, credo, parlo di vent’anni fa, uno dei maggior esperti del “dolce stil nuovo”. Dopo, mi buttavo su tutt’altro argomento per qualche tempo, forse un anno o due. Senza parlare degli studi e delle ricerche nel campo medico-chirurgico, all’Università. In tutto questo marasma e a ordine sparso nascevano i racconti…

9. Da dove nasce la tua vena ironica, corrosiva ma anche compassionevole?

Non lo so. Mi dicono che nella vita sono molto autoironico (una disperazione per i familiari). Ma l’ironia è un tropo, come la metafora. Mentre la metafora è un paragone senza la congiunzione “come” (scusate, ma le mie conoscenze sono quelle del liceo), l’ironia cerca di fare lo stesso, ma, in realtà, dissimula. Così la mia idea di letteratura è un po’ quella di un salto mortale, per raccontare tutt’altra cosa.

10. Qual è la scintilla che accomuna vent’anni di racconti scritti in epoche e luoghi diversi?

In realtà le epoche e i luoghi non sono tanto diversi. A parte la prima prosa in assoluto, che lo descrivo nell’ultimo racconto di questo libro come e dove l’ho scritta, tutto il resto è stato scritto sul divano del mio appartamento a Padova (un divano l’abbiamo buttato, perché troppo consunto, adesso ce n’è un secondo). Questo perché, a parte i temi scolastici, ho iniziato a scrivere prosa a quarant’anni, qui in Italia. Fino ad allora scrivevo solo poesia (e traducevo solo poesia – in quantità due o tre volte maggiore rispetto ai miei versi).

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