1. Come nasce Jack Pannella e cosa l’ha spinta a raccontare questa storia?
La storia della nascita di questo romanzo potrebbe essere un romanzo in sé.
Tutto parte da Marco, il figlio del protagonista, oggi quarantasettenne. Dopo la morte del padre – trovato senza vita nella casa dei genitori a San Benedetto del Tronto – Marco si trova davanti a un nodo irrisolto, fatto di distanza e rancore, tanto da non riuscire nemmeno a partecipare al funerale.
È proprio da lì che nasce l’esigenza di capire. Marco inizia a ricostruire la figura del padre, anche attraverso i necrologi e i ricordi pubblicati su giornali e siti, dove viene definito “una leggenda di paese”. E decide di iniziare lui stesso a scrivere questa storia: un po’ come tributo, un po’ per cercare risposte.
All’inizio lavora al progetto con l’aiuto di un amico, ma per impegni lavorativi il tentativo si interrompe presto, lasciando il romanzo appena accennato. Da quel momento parte la ricerca di una “penna” che possa portare avanti il racconto. Si arriva così a Tommaso, un mio cugino che ha già scritto diversi romanzi, ma che non se la sente di assumersi questo compito. Ed è a quel punto che la proposta arriva a me. Io accetto la sfida e tra me e Marco nasce subito un’intesa forte, fatta di scambi continui, di memoria e di emozioni. Ed è così che prende forma Jack Pannella.
2. Il romanzo attraversa due decenni molto intensi: che rapporto ha con quel periodo storico e quanto c’è di autobiografico?
Gli anni Settanta e Ottanta sono stati un periodo complesso e pieno di contraddizioni, che mi hanno sempre affascinato e che del resto ho vissuto, essendo quasi coetaneo di Jack. Non sono solo uno sfondo, ma una parte viva del racconto: un’epoca in cui convivevano libertà, tensioni sociali, violenza e grandi cambiamenti culturali.
Nel romanzo ho cercato di restituire proprio questa atmosfera, intrecciando la vicenda personale con eventi e personaggi reali, senza però fare un libro storico.
Per quanto riguarda l’autobiografia, non è un romanzo autobiografico in senso stretto, ma è evidente che ci sia un forte coinvolgimento personale. Più che fatti vissuti direttamente, direi che ci sono emozioni, suggestioni e una sensibilità che mi appartiene.
3. Parigi è uno spazio centrale del libro: che ruolo ha nella formazione del protagonista?
Parigi è molto più di un’ambientazione: è quasi un personaggio.
È la città in cui Jack può reinventarsi, lasciare il passato alle spalle e costruire una nuova identità. Nella Parigi degli anni Settanta, ancora attraversata dall’energia del ’68, tutto sembra possibile: la libertà, il rischio, persino l’illusione di poter vivere senza conseguenze.
Allo stesso tempo, però, è anche il luogo dove emergono le fragilità del protagonista. Parigi gli offre occasioni, ma non lo salva da sé stesso. È una città che amplifica tutto: sogni e contraddizioni.
4. Jack è un personaggio in fuga ma anche in cerca: cosa rappresenta, per lei, oggi?
Jack è una figura ambigua, difficile da incasellare. È certamente in fuga – dalle responsabilità, dalle scelte, da sé stesso – ma allo stesso tempo è anche in ricerca, anche se spesso in modo inconsapevole.
Per me rappresenta una parte molto umana: il desiderio di libertà assoluta, che però si scontra inevitabilmente con le conseguenze delle proprie azioni.
Oggi credo che Jack parli ancora molto al presente, perché incarna un conflitto che è sempre attuale: quello tra il bisogno di essere liberi e la difficoltà di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità.
5. Se dovesse descrivere il libro a un lettore in poche righe, cosa direbbe?
Direi che è una storia di identità e di distanza, tra un padre e un figlio che non si sono mai davvero conosciuti.
È un viaggio tra le Marche e la Parigi degli anni Settanta, dentro una vita irregolare e affascinante, ma anche piena di ombre.
E, soprattutto, è il tentativo di capire chi siamo attraverso le storie che ereditiamo e quelle che scegliamo di raccontare.
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