Intervista a Daniele Zanghi su L’urlo nella pietra

Transeuropa Edizioni Recensione Intervista a Daniele Zanghi su L’urlo nella pietra

  1. Come nasce L’urlo nella pietra e quale esperienza – personale o teorica – ha reso necessario questo libro?

L’urlo nella pietra fa seguito alla precedente silloge intitolata Ombre, in cui il tema a me caro della disindividuazione e di una speculare ricomposizione si era già affacciato. Il passaggio da Ombre a L’urlo nella pietra è un passaggio che risulta da una lotta contro la tendenza alla sparizione propria di Ombre, dove i paesaggi e i personaggi fantasmatici descritti si esprimevano con una voce ridotta al minimo e in qualche modo pacificata nel suo voler tenersi al livello più basso della rappresentazione. L’urlo nella pietra, che è una raccolta per certi versi più “disperata” e “inquieta”, vuole invece dare corpo e maggiore spessore alla crisi dell’identità attraverso immagini critiche che, invece di auto-dissolversi, spingono l’immaginario a presentarsi più visibilmente, anche se ciò significa assumersi il rischio di una parola che lacera, smembra e spezza l’unitarietà della visione.

  1. La raccolta è divisa in due sezioni speculari: L’urlo nella pietra e Ciò che vive nella catastrofe. Come si costruisce questo passaggio dalla crisi alla possibilità di una forma?

Credo che la parola della crisi non sia mai tautologica, e che una volta sviscerata e attraversata permette di far emergere delle figure che crescono dall’interno di quella stessa parola e che, se debitamente raccolte, portano alla luce una sensibilità che riesce a trasformare la repressione in un accenno, seppur debole, a forme di libertà che si levano non per negare in assoluto la realtà della crisi, bensì in quanto sviluppo di un lavoro intimo e sotterraneo che altro non è che la volontà di vita, l’attaccamento e la resistenza che non è mai possibile annientare del tutto e che anzi crescono con l’evolversi della crisi, fino a emergere come parola più pura e, se non “liberata”, perlomeno fedele a quel sentire più sereno che la catastrofe linguistico-simbolico-identitaria sembra decisa a escludere, forse per un eccessivo attaccamento alla furia cieca del dolore del momento, che lì per lì sembra costituire un assoluto.

  1. Nei testi la parola sembra spesso arrivare al limite del dicibile, come se il linguaggio stesso fosse messo alla prova: che rapporto ha cercato tra poesia e indicibile?

In poesie come “Linguaggio” e “Scrittura” ho tradotto l’esperienza della paralisi e dell’ossessività di certi disturbi del pensiero che si presentano come un blocco del rapporto tra linguaggio e mondo. Si tratta di una parola che si auto-sopprime: l’incapacità di uscire da una condizione di stasi e di ripetizione porta il linguaggio a negare la stessa esperienza del dolore, facendo collassare la scrittura. L’espressione stessa dell’urlo nella pietra descrive questa condizione paradossale per cui la parola vorrebbe farsi sentire e a aprirsi, eppure rimane imprigionata in una forma di blocco delle possibilità espressive, il che conduce all’altra condizione terribile e vana di voler esprimere qualcosa che non sa nemmeno più riconoscersi come parola, e intendo una parola espansiva, in progressione, fatta di riferimenti che costituiscono la ricchezza abituale della poesia.

  1. Nella prima parte emergono immagini di dissoluzione, derealizzazione e perdita dell’identità; nella seconda affiorano figure di trasformazione e rinnovamento: è una traiettoria consapevole o qualcosa che si è imposto scrivendo?

È una traiettoria consapevole: il male è facile, viene sempre prima, è tirannico e vuole stare al primo posto. Il rinnovamento deve invece essere conquistato, ma può esserlo se non si attraversa il dolore, se ci si rifiuta di negarlo e si accetta l’assenza quasi totale di protezione e la necessità di trovare delle risorse per tornare alla vita dall’interno della stessa condizione patologica.

  1. Se dovesse presentare il libro a un lettore in poche righe, cosa direbbe?

È un libro che segue il classico schema di catabasi e anabasi, con la specifica che l’anabasi non si risolve in una trasformazione positiva totalizzante. Consiglierei il libro a dei lettori che non cercano facili rassicurazioni e che soprattutto non credono nella poesia come “sistema chiuso”. L’urlo nella pietra è un libro che si mantiene dentro l’instabilità, l’incertezza, e il modo migliore di leggerlo è capire che il dolore non va negato, né superato dialetticamente in modo artificioso, bensì vissuto, attraversato e integrato.

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