- Come nasce L’urlo nella pietra e quale esperienza – personale o teorica – ha reso necessario questo libro?
L’urlo nella pietra fa seguito alla precedente silloge intitolata Ombre, in cui il tema a me caro della disindividuazione e di una speculare ricomposizione si era già affacciato. Il passaggio da Ombre a L’urlo nella pietra è un passaggio che risulta da una lotta contro la tendenza alla sparizione propria di Ombre, dove i paesaggi e i personaggi fantasmatici descritti si esprimevano con una voce ridotta al minimo e in qualche modo pacificata nel suo voler tenersi al livello più basso della rappresentazione. L’urlo nella pietra, che è una raccolta per certi versi più “disperata” e “inquieta”, vuole invece dare corpo e maggiore spessore alla crisi dell’identità attraverso immagini critiche che, invece di auto-dissolversi, spingono l’immaginario a presentarsi più visibilmente, anche se ciò significa assumersi il rischio di una parola che lacera, smembra e spezza l’unitarietà della visione.
- La raccolta è divisa in due sezioni speculari: L’urlo nella pietra e Ciò che vive nella catastrofe. Come si costruisce questo passaggio dalla crisi alla possibilità di una forma?
Credo che la parola della crisi non sia mai tautologica, e che una volta sviscerata e attraversata permette di far emergere delle figure che crescono dall’interno di quella stessa parola e che, se debitamente raccolte, portano alla luce una sensibilità che riesce a trasformare la repressione in un accenno, seppur debole, a forme di libertà che si levano non per negare in assoluto la realtà della crisi, bensì in quanto sviluppo di un lavoro intimo e sotterraneo che altro non è che la volontà di vita, l’attaccamento e la resistenza che non è mai possibile annientare del tutto e che anzi crescono con l’evolversi della crisi, fino a emergere come parola più pura e, se non “liberata”, perlomeno fedele a quel sentire più sereno che la catastrofe linguistico-simbolico-identitaria sembra decisa a escludere, forse per un eccessivo attaccamento alla furia cieca del dolore del momento, che lì per lì sembra costituire un assoluto.
- Nei testi la parola sembra spesso arrivare al limite del dicibile, come se il linguaggio stesso fosse messo alla prova: che rapporto ha cercato tra poesia e indicibile?
In poesie come “Linguaggio” e “Scrittura” ho tradotto l’esperienza della paralisi e dell’ossessività di certi disturbi del pensiero che si presentano come un blocco del rapporto tra linguaggio e mondo. Si tratta di una parola che si auto-sopprime: l’incapacità di uscire da una condizione di stasi e di ripetizione porta il linguaggio a negare la stessa esperienza del dolore, facendo collassare la scrittura. L’espressione stessa dell’urlo nella pietra descrive questa condizione paradossale per cui la parola vorrebbe farsi sentire e a aprirsi, eppure rimane imprigionata in una forma di blocco delle possibilità espressive, il che conduce all’altra condizione terribile e vana di voler esprimere qualcosa che non sa nemmeno più riconoscersi come parola, e intendo una parola espansiva, in progressione, fatta di riferimenti che costituiscono la ricchezza abituale della poesia.
- Nella prima parte emergono immagini di dissoluzione, derealizzazione e perdita dell’identità; nella seconda affiorano figure di trasformazione e rinnovamento: è una traiettoria consapevole o qualcosa che si è imposto scrivendo?
È una traiettoria consapevole: il male è facile, viene sempre prima, è tirannico e vuole stare al primo posto. Il rinnovamento deve invece essere conquistato, ma può esserlo se non si attraversa il dolore, se ci si rifiuta di negarlo e si accetta l’assenza quasi totale di protezione e la necessità di trovare delle risorse per tornare alla vita dall’interno della stessa condizione patologica.
- Se dovesse presentare il libro a un lettore in poche righe, cosa direbbe?
È un libro che segue il classico schema di catabasi e anabasi, con la specifica che l’anabasi non si risolve in una trasformazione positiva totalizzante. Consiglierei il libro a dei lettori che non cercano facili rassicurazioni e che soprattutto non credono nella poesia come “sistema chiuso”. L’urlo nella pietra è un libro che si mantiene dentro l’instabilità, l’incertezza, e il modo migliore di leggerlo è capire che il dolore non va negato, né superato dialetticamente in modo artificioso, bensì vissuto, attraversato e integrato.
Iscriviti alla nostra newsletter per restare sempre aggiornato sulle ultime pubblicazioni e sulle promozioni!
