- Non piangere lacrime di vento immagina un Salento del futuro prossimo: quando è nata l’idea di spostare questo territorio in una dimensione quasi distopica?
L’idea di ambientare il romanzo in un Salento cento anni nel futuro è sempre stata un aspetto centrale della storia. Mi piacciono molto le narrative in stile Kazuo Ishiguro, che accadono in un mondo come il nostro, ma non proprio. Creare una realtà leggermente spostata di qualche parametro, ma per la maggior parte indistinguibile dalla nostra, aiuta molto il lettore a identificarsi con le vicende, guardando però ai problemi con occhi più lucidi. Ho cercato di immaginare un futuro che mostri l’imprescindibile connessione tra sviluppo economico e tecnologico. Guardando alle vite dei miei personaggi, non ci sono smartphone, social network, AI, eccetera… e questo perché la povertà che ha invaso quel mondo ha messo in chiaro ancora una volta quali sono le priorità del genere umano: mangiare, sopravvivere e non morire nel frattempo. La chiave ambientalista della storia, poi, è in un certo senso il vero fulcro distopico. Quando il tempo meteorologico cambia parametri così profondamente, ci ricordiamo che siamo esseri dentro un sistema, che non siamo mai fuori dalla biosfera come a volte crediamo di essere, e che qualsiasi altro aspetto legato allo sviluppo economico-sociale può andare a farsi benedire quando fa troppo caldo per uscire di casa, o quando la vita quotidiana si è ridotta ai minimi termini perché in giro non si può stare. Mi rendo conto solo ora che forse tutto questo discorso era un occhiolino inconscio e involontario ai periodi di lockdown offerti dalla pandemia, però insomma stiamo parlando di due facce della stessa moneta.
- Il romanzo mette al centro il confronto tra Raffaele e Gaspàr: che tipo di tensione volevi costruire tra chi resta e chi torna?
Volevo prima di tutto che questo romanzo si leggesse come una tragedia, e non nel senso moderno del termine, ma in quello dell’antica Grecia. Tragedia nel senso di confronto tra due fazioni di uguale ragione. Né Raffaele né Gaspàr hanno necessariamente torto. In un certo senso, entrambi rappresentano lati differenti del mio carattere, che possono convivere in una sola persona. Veniamo istruiti a narrative del bene e del male, del giusto e dello sbagliato, ma spesso la vita ci insegna che storie contraddittorie possono risiedere nello stesso spirito. Perché tutto dipende dalle prospettive e dalle tempistiche delle decisioni: quando avevo 19 anni non vedevo l’ora di andarmene dal sud d’Italia e, dodici anni e una vita a Londra dopo, ho ben capito il tesoro che avevo a disposizione e di cui volevo all’epoca liberarmi. Sia Raffaele sia Gaspàr hanno sia ragione sia torto, ed ero curioso di vedere cosa sarebbe accaduto a una contesa messa in mezzo a due personaggi del genere.
- La villa di famiglia è uno spazio simbolico molto forte: cosa rappresenta davvero nella storia?
Mi verrebbe da dire l’attaccamento al passato in contrasto con la maturità di sapersi evolvere verso uno stadio successivo della propria vita e del tempo. Specialmente per noi ragazzi che siamo cresciuti in Salento, è molto presente quel sentimento di infanzia idilliaca che non ritorna, e che, una volta costretti a crescere, dobbiamo abbandonare insieme all’idea che le cose non saranno mai più come sono state. Raffaele, che è stato costretto a crescere di fretta, questa cosa l’ha capita fin troppo bene. Gaspàr invece, che si è sforzato di ritardare il passaggio all’età adulta nonostante le circostanze della sua vita glielo abbiano imposto, forse non l’ha ancora capita; anzi, sentendosi tradito dalla vita e dalla sua famiglia, la reclama.
- Il paesaggio è segnato dalla crisi climatica: quanto questo elemento è narrativo e quanto invece è una presa di posizione sul presente?
È assolutamente una presa di posizione sul presente. Già nell’arco della mia “giovane” vita, trenta rivoluzioni intorno al Sole, quindi briciole di briciole in tempi geologici, ho visto la mia terra venire divorata dal mare. Spiagge chilometriche ridotte a pochi metri, coste friabili crollate, business locali costretti a chiudere. Ho foto di quando mia madre era piccola che raccontano paesaggi stravolti: pinete scomparse, dune di sabbia dissipate dal vento e dalle mareggiate. A volte si pensa che le cose impieghino molto più tempo ad attuarsi, ma la verità è che stiamo vedendo gli effetti in pochi anni e le amministrazioni locali fanno orecchio da mercante.
- Hai una formazione tra giornalismo, cinema e fotografia: in che modo questi linguaggi influenzano la tua scrittura?
Chi mi ha già letto tende a dire che il mio stile ha un non so che di visuale, che le situazioni e i paesaggi compaiono davanti agli occhi; e questa è un po’ l’idea che, intenzionalmente (ma anche naturalmente, perché è così che scrivo senza impegnarmi troppo), volevo concretizzare: un punto di incontro tra una prosa più romanzesca e la struttura di una sceneggiatura cinematografica, dove io sono il regista e guido il lettore come se si potesse volare attraverso le ambientazioni con una cinepresa.
- Il tuo stile è insieme lirico e asciutto: come lavori sul ritmo e sull’immagine nella costruzione della frase?
Purtroppo tendo naturalmente al lirismo, perché mi piacciono le parole e mi piace costruire frasi che suonano in un certo modo. Poi, in fase di editing, mi ricordo di ciò che ho imparato nella mia vita da giornalista e faccio un lavoro di snellimento e di ritmo narrativo. Quando le frasi sono troppo lunghe, c’è la tendenza a perdersi. Negli anni ho dovuto imparare a mettere molti più punti.
- Il romanzo parla di memoria che si erode: cosa significa oggi perdere le proprie radici?
Trovo interessante come da bambino, all’idea della globalizzazione, dell’Unione Europea, rispondessi con l’entusiasmo di chi vuole che tutti vadano d’accordo e che si possa formare un solo popolo del mondo. Ricordo quando sentii dire per la prima volta l’espressione “essere un cittadino del mondo”, e mi rispecchiai subito, volendo assorbire quante più culture diverse. Ora mi rendo invece conto che quella visione era purtroppo un po’ naïve, non potendo immaginare il mondo diviso che mi aspettava. Oggi do più valore alle “radici ca tieni”, perché se ti ricordi da dove vieni, chi sei, puoi rispettare chiunque e ovunque tu vada.
- Il conflitto familiare diventa anche politico: quanto ti interessava tenere insieme queste due dimensioni?
La famiglia è in un certo senso un tentativo di proto-sistema politico, dove si mettono in atto in piccolo certe tendenze collaborative, esecutive e giudiziarie che vivono su larga scala nelle nazioni e nelle strutture globali. È impossibile tenere queste due dimensioni separate, soprattutto in situazioni locali dove sono gli abitanti a soffrire le decisioni amministrative.
- Possiamo leggere il libro come una parabola sulla possibilità di redenzione, oppure prevale una visione più disillusa?
Ho sicuramente iniziato il romanzo con una visione più disillusa e non mi aspettavo che, alla fine, sarei uscito dall’altro lato. La verità è che anche questa trasformazione ha la sua verità nel mezzo. Bisogna essere sia disillusi sia speranzosi perché qualche cambiamento avvenga, e l’energia per farlo è la rabbia di Raffaele. Se non ti convinci che ci sono poteri forti che ci stanno letteralmente rubando il futuro per profitto, quella rabbia canalizzata non la svilupperai mai e passeremo i secoli a lamentarci senza fare niente.
- Essendo un esordio, senti che questo romanzo apre un percorso già definito oppure rappresenta una prima esplorazione destinata a trasformarsi nei prossimi lavori?
Per me, è interessante che questo romanzo non sia esattamente il genere di narrativa che mi immaginavo di fare. Il filo conduttore potrebbe però essere lo stesso, ossia ciò che dicevo nella prima domanda: distopie non nel senso tradizionale orwelliano, ma storie di realtà vicine alla nostra, ma non proprio. Sto scrivendo un romanzo che parla di amici e del significato di avere trent’anni, ma ho anche in mente una storia con al centro psiconauti che si ricoverano volontariamente in centri dove possono esplorare i propri sogni per mezzo di dosi di DMT. Ho la trama già tracciata per un romanzo dove la classe più ricca del mondo ha fondato un culto basato sul bere il sangue dei neonati per rimanere giovane in eterno, e un’altra in cui il protagonista fa lo psicologo delle piante, in quanto può capire il loro linguaggio. Per cui, come potete vedere, sono agnostico per quanto riguarda il genere e la storia: voglio scrivere di ciò che mi fa divertire e, nel mezzo, magari fare un po’ di indagine della realtà, di ciò che siamo e di ciò che facciamo.
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