Intervista a Denis Pantanali su Tienila sempre carica

Transeuropa Edizioni Recensione Intervista a Denis Pantanali su Tienila sempre carica

Com’è nata l’idea di Tienila sempre carica? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che volevi raccontare la storia di Jonny?

Questo romanzo credo di averlo sempre avuto dentro di me. In forma embrionale mi ha accompagnato per anni. Ricordo in particolare  che quando lavoravo in fabbrica mi portavo sempre qualche libro da leggere durante la pausa pranzo, ma anche un block notes dove prendere appunti per quella che avrebbe dovuto essere la storia di un adolescente di provincia.  Ma non sono mai andato oltre la forma del racconto. 

A quel punto pensavo di aver esaurito la “collaborazione” con questo adolescente immaginario, ma poi, molti anni dopo, Jonny si è riaffacciato nei miei pensieri, e mi sono accorto che era furibondo. Mi rinfacciava di essermi dimenticato di lui. 

Aveva una tale necessità di “aggiustare” le cose, come sosteneva, che mi sono messo a riscrivere completamente la sua storia ascoltando ciò che aveva da confidare. 

Il romanzo restituisce con grande forza la lingua e i gesti dell’adolescenza. Quanto c’è di autobiografico e quanto di osservazione o invenzione narrativa?

Di autobiografico c’è sicuramente l’ambientazione e il periodo storico: essere adolescenti negli anni ’90 in provincia. Ma non è la mia storia, a Jonny succedono cose che a me non sono mai successe. Jonny dice e fa cose che io non ho mai detto né fatto. Anche se, sì, ho inserito degli elementi biografici. Diciamo che la storia di Jonny mi è servita per andare oltre la mia biografia e in qualche modo deformarla. 

Per quanto riguarda l’osservazione degli altri direi che è fondamentale per chiunque voglia scrivere.  Nei comportamenti degli altri, poi, ritroviamo sempre qualcosa dei nostri.

Il titolo ha un ritmo quasi imperativo, fisico, come un mantra o un consiglio di sopravvivenza. Da dove nasce e cosa significa per te?

Il titolo l’ho ricavato da Glorified Gun, dei Pearl Jam. Ero in macchina, e alla radio stavano passando  questa canzone che conosco molto bene. In realtà non ero focalizzato sulla musica, ma quando è iniziato il ritornello è scattato qualcosa; in quelle parole “Tienila sempre carica” ho riconosciuto il mantra che Jonny aveva in testa. Quel verso è stato epifanico, e ho capito che  doveva essere il titolo del romanzo. 

Tienila sempre carica è una sorta di monito che Jonny si autoimpone: essere sempre pronti, essere sempre presenti mentalmente, perché sente la vita sfuggirgli di mano, sente che non riesce a tenere testa  alla viscida concatenazione degli eventi che lo portano lontano da dove vorrebbe essere. 

L’ambientazione – la provincia friulana, la scuola, i parchetti – è molto concreta e riconoscibile. Che ruolo gioca il territorio nel romanzo?

Nel romanzo ho cercato di ricreare una mappa storiografica dei luoghi di aggregazione giovanile di Udine che il tempo ha sepolto, ce ne sono alcuni degli anni ’90, altri degli anni ’60. Ma c’è anche la vita in provincia, segnata da ritmi diversi, più lenti e pastorali. Gli adolescenti di cui narro, però, hanno già alle spalle i rituali della vita nei campi: la  musica e la televisione, senza che se ne siano resi conto,  li ha già proiettati oltreoceano.

Jonny è un personaggio fragile ma anche pieno di vitalità e ironia. Come hai costruito la sua voce interiore e il suo modo di parlare al mondo?

Il disagio di Jonny è che si percepisce dissonante rispetto ai coetanei, a volte prova diffidenza anche verso gli amici della sua stessa schiera. 

Ho costruito la sua voce partendo dall’idea di un ragazzo che sente senza pelle, destabilizzato dalle sue stesse emozioni. Però motivato, inconsciamente, a imitare il padre: un guascone che proferisce in modo torrenziale, che a volte parla al figlio come se fosse un suo amico. 

Il risultato è che Jonny si presenta al mondo cercando di sembrare molto più corrazzato di quanto lo sia veramente; lo fa attraverso il sarcasmo, attraverso la battuta pronta. Attraverso citazioni mirate che restituiscono i suoi gusti musicali, i film che ha visto,  ma anche il contesto cattolico in cui è cresciuto.

Nel libro si percepisce una colonna sonora di quegli anni: Nirvana, la rabbia e la malinconia degli anni novanta. Quanto la musica ha influenzato la tua scrittura?

Moltissimo. All’inizio degli anni novanta il mercato musicale è stato travolto e si è passati da un rock macho con le classiche rockstar animali da palco, a ragazzi introversi che mettevano in scena il dolore e la fatica di stare al mondo.  Quando Jonny sente le canzoni dei Nirvana, dei Pearl Jam o dei Soundgarden capisce che c’è qualcuno che sta parlando per lui. E vive di quella musica, scrive i versi delle canzoni nel diario, sulle porte dei bagni della scuola. È un luogo, quella musica, che lo aiuta a sublimare le sue ferite. In questa colonna sonora mi sento di citare anche due band italiane che a partire dagli anni ’90 hanno acceso le loro fiaccole e le hanno portate in giro: i Marlene kuntz e i Tre allegri ragazzi morti.

Confesso, di aver scritto parti del mio romanzo dopo aver assistito a concerti di queste  band di Cuneo e Pordenone.

Da libraio e grande lettore, quali autori ti hanno formato o accompagnato nella scrittura di questo primo romanzo?

Probabilmente ci sono diversi autori che in modo inconscio hanno ispirato la mia scrittura: sicuramente Tondelli, che credo abbia lasciato una coda lunga a cui si sono ispirati in molti. Kerouac, per la sua urgenza. Per non parlare delle avventure tragicomiche di John Fante e Paolo Nori. Mi sento di citare anche Fitzgerald, la cui opera sento risuonare in modo potente dentro di me. Anche se il mio romanzo non c’azzecca niente con il suo stile.

Però, ecco,  mentre scrivevo ho pensato spesso ai dialoghi del teatro greco, dialoghi in cui i personaggi non se le mandano a dire, dialoghi furiosi e allo stesso tempo di una lucidità che mi ha impressionato. E da lì ho capito che i miei personaggi dovevano comunicare fra loro pericolosamente; volevo che non ci fossero tutti quei paletti che si mette nella vita reale per evitare il conflitto, il conflitto doveva essere al centro della scena.  Volevo far emergere tutta la difficoltà umana a capirsi e aiutarsi. 

Il tema del disagio adolescenziale è spesso trattato con cliché. Tu riesci a renderlo autentico, senza sconti. Cosa significa per te scrivere dal margine?

Scrivere dal margine, per me, ha diverse connotazioni. Una è sicuramente quella geografica: la provincia friulana che è di per sé zona di confine. Un microcosmo con riti, per certi versi, ancestrali e con il suo sound linguistico.

In questo senso anche il modo di scrivere è dai margini: ho cercato di restituire una lingua che rispecchiasse il parlato, anche tipicamente locale, facendo girare, in alcuni casi, le frasi come se fossero in friulano. In altri, invece, con il sound influenzato dalla musica, dal cinema, dalla televisione che già in queste generazioni di adolescenti aveva creato una specie di separazione invisibile dal mondo pastorale da cui provenivano.

Il margine è anche il desiderio crudo, ma quasi rassegnato,  con cui Jonny si approccia al quotidiano, come se la sconfitta fosse inevitabile. 

Per citare i Nirvana: “it’s fun to lose and to pretend”.

Ci sono pagine in cui la lingua sembra “scattare”, quasi respirare con Jonny. Come lavori sul ritmo e sulla voce del testo.

Lavoro soprattutto sulla lingua e sul ritmo. La struttura romanzesca, paradossalmente, arriva poi. Mi focalizzo sui singoli capitoli lavorandoli come se fossero storie a sé stanti. Questo mi permette di lavorare sulla densità delle parole, sul dettaglio specifico. Cerco di immedesimarmi in quelli che sono i sentimenti profondi dei personaggi per riuscire a far emergere la loro rabbia, la loro frustrazione, la loro ansia, ma anche, perché no, un improvviso entusiasmo, un’improvvisa voglia di ridere  e di sentirsi vivi e gridarlo al cielo.

Che progetti hai dopo Tienila sempre carica? Stai già pensando a un nuovo romanzo o vuoi prenderti tempo per ascoltare le reazioni dei lettori?

Ho già un progetto e ho già degli appunti. Sarà un lavoro diverso, che mi porterà ad esplorare altri aspetti irrisolti della vita. 

Però al momento mi sto concentrando sulla promozione di Tienila sempre carica. Se mi è stata data l’opportunità di pubblicare bisogna che  spinga  questo romanzo verso il mondo.

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