Intervista a Elisa Giobbi su Tutto quel che luccica

Transeuropa Edizioni Recensione Intervista a Elisa Giobbi su Tutto quel che luccica

  1. Nei tuoi romanzi spesso il viaggio è al centro della narrazione. In questo libro, però, il viaggio di Pietro è più interiore che geografico. Come nasce questa scelta e cosa rappresenta per te?
  2. È vero: il viaggio è al centro di un altro mio romanzo, La sposa occidentale, che parla del viaggio in Siria di due ragazze italiane innamorate di due foreign fighters, ma anche in un certo senso di Italian Girl – il diario di Saman, in cui racconto la fine tragica della giovane pakistana dopo essersi stabilita in Italia con la famiglia. È una scelta curiosa dal momento che io non sono una grande viaggiatrice, però potrei essere definita una “viaggiatrice immobile” che ama addentrarsi con la fantasia o con la ricerca in territori meno battuti. Un romanzo di formazione come Tutto quel che luccica è per forza di cose un viaggio interiore: in questo caso Pietro viene trascinato dagli eventi e dalle nuove conoscenze dalla casa di Cortona al lusso del Grand Hotel, dall’ingenuità alla disillusione, fino ad approdare a una dimensione meno travagliata, più serena.
  3. La cucina è l’ambiente simbolico in cui si muove il protagonista, ma è anche un campo di battaglia tra sogni e sfruttamento. Come hai costruito questa ambientazione così realistica e insieme metaforica?
  4. L’idea è nata – come spesso accade – da una circostanza reale: un mio cugino che lavora da molti anni nella cucina di uno dei migliori hotel di Firenze. I suoi racconti su quel che avviene dentro e fuori dalla cucina mi hanno sempre colpito, a tratti indignato. Si tratta di un lavoro spesso molto duro, faticoso, pieno di sacrifici, non sempre ben pagato. In particolare la stridente contraddizione tra quel che si vede fuori e quello che spesso si patisce dentro, mi ha fornito l’ispirazione per l’ambiente di lavoro del mio protagonista, Pietro.
  5. Pietro è un giovane idealista che si trova presto travolto da un mondo competitivo, spietato e digitale. Ti sei ispirata a esperienze reali o a storie che hai raccolto nel tuo percorso di operatrice culturale?
  6. Sì, come ho appena anticipato mi sono ispirata in parte a un mio cugino, ingenuo orfano di madre che si è trovato travolto dal mondo spietato della ristorazione, ma anche ad altri: in particolare, per il personaggio di Leone, a un carissimo amico che è venuto a mancare qualche anno fa, un simpatico barman e noto frequentatore della nightlife fiorentina, ma anche ad altri amici cortonesi.
  7. Il romanzo racconta un’educazione sentimentale e morale nel tempo dei social network. Quanto pensi che la rete e i suoi miraggi abbiano trasformato la nostra capacità di desiderare e di fidarci?
  8. La rete mi interessa moltissimo come autrice, al punto che il mio romanzo d’esordio porta proprio questo titolo, in senso reale e metaforico. Del resto è un non-luogo in cui trascorriamo moltissimo tempo ogni giorno e in cui spesso si fanno incontri importanti. La rete – con i social e le app – ha trasformato moltissimo il nostro modo di relazionarci con gli altri e non tutti sono capaci di riconoscere rischi e pericoli nei vari “amici” e utenti, a volte veri e propri truffatori. E Pietro, purtroppo, non ne è capace…
  9. Tra le figure che accompagnano Pietro, c’è una galleria di personaggi sospesi tra autenticità e maschera. Quale di loro ti è rimasto più dentro, e perché?
  10. Come detto, il personaggio di Leone è ispirato a un mio amico reale che purtroppo se n’è andato pochi anni fa, lasciando dietro di sé una lunga scia di commozione. Nel romanzo ho decisamente accentuato la sua aura ambigua. Anche il padre di Pietro è una figura che mi suscita grande simpatia, anche lui ispirato a una persona in carne e ossa – il padre di mio cugino – che ci ha lasciati anni fa; il classico fiorentino burlone e un po’ rude, col sigaro in bocca e il cuore buono.
    Il linguaggio del romanzo è nitido, sensoriale, spesso musicale. C’è una forte attenzione alla sonorità della frase e alla costruzione ritmica. Pensi che la tua lunga esperienza nella scrittura musicale abbia influenzato il tuo stile narrativo?
    Non saprei, però posso dirti che i miei libri sono disseminati da titoli o versi di canzoni che amo (La succitata Sposa Occidentale anche nel titolo) e che anche i miei libri di musica sono scritti con taglio narrativo.
  11. Nel libro c’è anche un richiamo costante alle radici, all’origine, alla possibilità di “tornare a sé stessi”. È un tema molto attuale: cosa significa per te oggi ritrovare le proprie radici?
  12. Per me le radici sono fondamentali, il legame con la famiglia, con il territorio, l’origine sono il presupposto per un equilibrio esistenziale, naturalmente a condizione che non siano “tossici” o castranti. La penso un po’ come James Baldwin: “Il luogo in cui mi adatterò non esisterà finché non lo creerò”. E in questo senso il buen retiro finale di Pietro e Dalia corrisponde al luogo in cui adattarsi, perché adatto a loro, ai loro ritmi, alle loro esigenze. La denuncia al mondo del lavoro coi suoi ritmi e la sua gerarchia militaresca mi sembra che parli da sé nel romanzo.
  13. Le figure femminili che ruotano intorno a Pietro sembrano incarnare vari volti del desiderio e della perdita. Come hai lavorato su questo equilibrio tra attrazione, idealizzazione e pericolo?

  14. Tutto quel che luccica è per me qualcosa di completamente diverso, nella mia attività di autrice. I miei romanzi hanno sempre avuto protagoniste delle donne con le loro storie quasi sempre drammatiche, gli uomini patriarchi o spesso nemici. In questo caso invece la storia è vista e raccontata con occhi maschili e se ne è uscito qualcosa di buono devo ringraziare la mia parte maschile, da sempre ben sviluppata. Con il genere maschile ho da sempre un rapporto di odio – amore, c’è una reciproca attrazione che però si esplica in modi e forme diverse. È però un mondo che ho la presunzione di conoscere bene, per questo ho provato a guardare le donne con occhi maschili. A partire dalla madre persa di Pietro, che rappresenta la purezza, l’idealizzazione, attraverso la sfida della bellissima Tania – un sogno per cui Pietro è disposto a tutto –, fino all’amore dapprima acerbo, poi maturo, della maestra Dalia. Credo che la potenza del desiderio di un uomo per una donna sia qualcosa di particolarmente forte anche come molla narrativa.
  15. Il romanzo si muove su un confine sottile tra sogno e disincanto, tra crescita e caduta. Qual è, secondo te, la lezione più dura ma anche più preziosa che Pietro (e forse ognuno di noi) deve imparare?

  16. Non so se si può parlare di lezione, credo che la felicità si trovi quanto meno ci allontaniamo da noi stessi, dalla nostra natura. Anche se per far questo facciamo dispiacere a qualcuno o ci allontaniamo dalla norma o dai canoni del tempo che ci troviamo a vivere.
  17. Stai già lavorando a nuovi progetti narrativi o musicali che proseguono questo dialogo tra formazione, identità e arte?
  18. È di prossima uscita un libro sul grande jazzista afroamericano Thelonious Monk e la sua amicizia speciale con la baronessa Rothschild, mecenate del jazz nell’America esplosiva tra gli anni ’50 e ’60 del Novecento.

Iscriviti alla nostra newsletter per restare sempre aggiornato sulle ultime pubblicazioni e sulle promozioni!

Transeuropa Edizioni
Panoramica privacy

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.

×