- Fabio, nel testo di apertura parli della “sfida di tornare a scrivere dopo vent’anni”. Cosa significa per te questo ritorno alla poesia, e cosa è cambiato nel modo in cui oggi affronti la scrittura rispetto alla tua prima raccolta del 2005?
- È un ritorno entusiasmante nelle diverse fasi: scrivere, assemblare e diffondere. Sono cambiato io, nei contenuti e nella consapevolezza. Meno ermetico e più fruibile. Oggi percepisco più Poesia nell’aria, più momenti per confrontarsi, leggere, ascoltare.
- L’ispirazione di Mi manca il fiato nasce, come racconti, da Punta Tresino, in Cilento. In che modo questo luogo — con la sua luce, la sua fisicità, la sua natura — ha influito sulla tua scrittura e sulla dimensione respiratoria del libro?
- Il Cilento è uno dei miei luoghi dell’anima; ha segnato la mia esistenza e mi ha guidato nel cercare di trasmettere l’emozione sulla pagina. A Punta Tresino l’episodio che ha riacceso la scintilla da cui nasce questa raccolta di poesia; è un luogo infinito, senza tempo, vigneti, tramonti e stelle. È un’isola in cui rifugiarsi e dedicarsi a se stesso.
- Il titolo, Mi manca il fiato, sembra condensare insieme tensione e urgenza. È un’immagine di soffocamento o di rinascita?
- È l’esplosione delle mie emozioni celate, più che soffocate, che gridano alla rinascita del guardare oltre la superficie. Un graffio nel substrato emozionale, alla corazza costruita con cautela da ogni adulto senziente. Mi manca il fiato è rinascita dell’istinto, per troppo tempo soffocato, di esprimere la mia commozione, nuda e cruda.
- Le tue poesie alternano sguardi molto intimi e riflessioni sociali, dal corpo alla città, dalla malinconia alla denuncia. Come riesci a tenere insieme questi registri apparentemente opposti?
- Mettendo a fuoco le mie timidezze spontanee. Un ossimoro controllato. La linea comune è sempre il turbamento viscerale, l’osservazione consapevole del quotidiano, nel parallelo della lotta per non annegare. Scrivere per sopravvivere. “Il riflesso incondizionato di respirare”. Ingredienti genuini, incontaminati, si intrecciano nella mia forma di Poesia.
- In molti testi affiora una fisicità intensa, quasi nervosa: il corpo diventa misura dell’emozione, ma anche del disagio. Che rapporto c’è per te tra poesia e corpo?
- Intensissimo, una sinergia universale. Un fascio di nervi, rossore paonazzo, mani che sudano e voce tremante. È il ribollire intenso tra mente e corpo. L’intima condivisione, necessaria, di donarsi. Il foglio è custode di quello che il corpo non può trattenere.
- C’è una forte componente musicale nei tuoi versi, un ritmo che alterna respiro e apnea. È un effetto cercato, costruito, o nasce spontaneamente nel flusso di scrittura?
- La musicalità contraddistingue il mio ritmo poetico. Nasce spontanea dalle esperienze giovanili dei primi Reading e Slam Poetry. Caratterizza e afferma l’esigenza di esternare le mie palpitazioni, maschera il contrapasso dell’essere Stonato. Sono molto appagato dalla presenza della musicalità nella mia poetica.
- In Mi manca il fiato compaiono spesso immagini del quotidiano — il telefono, il lavoro, la città — accostate a una lingua emotiva, a tratti visionaria. Come lavori sulla contaminazione tra realtà e sogno, cronaca e desiderio?
- Lascio prendere il sopravvento alla passionalità più acerba e profonda e poi lascio decantare. Cerco di non sporcare il flusso con la ricerca del verbo assoluto. Guido tra le rappresentazioni che si susseguono nella costruzione emozionale, senza paura. Trasferisco l’immagine del mio pensare senza condimenti, senza effetti scenici. Mi lascio contaminare dalla visione multicanale.
- Hai frequentato i corsi di poesia contemporanea alla Scuola Holden. In che modo questa esperienza formativa ha influenzato la tua scrittura o la tua consapevolezza poetica?
- Confronto, tempo dedicato a me stesso, nuovi linguaggi di codifica, sperimentazione fuori dalla zona di comfort. Effetto spugna senza presunzione. Influenza consapevole a supporto del bisogno innato di esprimersi, di comunicare. Ha arricchito il mio bagaglio culturale senza intralciare il mio percorso.
- Nella tua nota dici di non voler cambiare il tuo modo di scrivere, ma di “condirlo con altri odori e sapori”. Quali sono oggi gli “odori e sapori” che riconosci come nuovi nella tua poesia?
- L’odore della libertà, di non dover mostrare i muscoli, della cultura letteraria, nel lessico esistenziale, del numero di libri letti o autori studiati. Sapori semplici, essenziali, a cui si torna dopo un lungo viaggio culinario. ”Pietanze umide condite del tempo che fu”.
- Se dovessi riassumere in un’immagine la tua poetica, o la condizione da cui nasce la tua scrittura, quale sceglieresti — e perché proprio quella?
- Sicuramente un’immagine notturna, alimentata da un soffio di luce, con sfondo di città che dorme. Il Natale del mio percorso creativo, di salvaguardia interiore. La fiducia nel lasciare andare l’impulso poetico. La notte in cui, estremamente solo, tracciavo segni sul foglio per il mio perdono. Non posso che scegliere questa rappresentazione visiva per la sacralità della mia suggestione.
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