1. La verità è una condanna ruota intorno al tema della memoria rimossa. Da dove nasce l’idea del romanzo e quale scintilla iniziale ti ha spinto a raccontare la storia di Patrick Perrin?
Il tema del rimosso mi affascina da sempre. Non ho condotto studi psicologici ma la psicologia è da molti anni uno dei miei interessi, tanto che molto tempo fa ho studiato i rudimenti di questa disciplina su alcuni manuali specialistici.
Il rimosso, grazie anche ad alcune letture di opere di Freud, è un tema che mi intriga moltissimo, così come il tema, sempre descritto da Freud in un suo breve saggio che cito in esergo, del “perturbante”, ossia qualcosa che ci è familiare ma che genera in noi turbamento (si pensi al racconto “L’uomo della sabbia” di Hoffmann, citato dallo stesso Freud). Lo stesso tema del “perturbante”, come si può intuire, è connesso alla rimozione e alla sensazione di déjà vu, ed è attorno a questo nucleo psicologico che si muove la storia che ho scritto.
Ecco, direi che è da questi concetti – rimozione, perturbante, déjà vu – che è nata l’idea del romanzo. Da tempo mi ripromettevo di scrivere una storia che mi permettesse di indagare tra le pieghe della psiche umana e l’idea, la cosiddetta scintilla, è arrivata in un momento inaspettato.
Un paio di anni fa stavo infatti terminando il mio primo romanzo e durante un volo per Madrid ho avuto una piccola intuizione inattesa mi ha suggerito quello che è poi il cuore di questo secondo romanzo.
Durante il volo ho appuntato tutto di fretta su un taccuino e alcuni mesi dopo, una volta terminato il primo libro, ho iniziato a sviluppare l’idea del secondo per poi cimentarmi nella prima stesura, che ha richiesto solo un paio di mesi dal momento che nella mia testa la storia era ormai perfettamente delineata.
Poi, naturalmente, mi sono serviti diversi mesi per le tante revisioni e per affinare la storia, che come sempre mi accade si è evoluta quasi autonomamente e ampliata nel corso della fase di prima stesura.
2. Il protagonista vive un’apparente stabilità che si sgretola lentamente. Quanto di questa tensione interiore viene dalla tua esperienza di giornalista, abituato a osservare la realtà dietro le sue maschere?
Tutta la narrazione parte da un punto di apparente stabilità del protagonista, che tuttavia da decenni vive un tormento interiore al quale non sa dare risposta. La narrazione, innescata da un evento inatteso, procede passo passo facendo sì che l’iniziale condizione di “stabilità-tormentata” (per usare un ossimoro) del protagonista si sgretoli poco alla volta portando in luce ciò che lo tormenta da quando era bambino. È il rimosso che viene a galla.
L’intera vicenda è frutto di immaginazione ma non escludo affatto che la mia attività di giornalista possa avere in qualche modo influito sulla narrazione, o meglio, nella volontà di raccontare questo tipo di vicenda.
Da giornalista sono abituato a cercare la verità, quantomeno a rappresentare i fatti con la massima precisione possibile, sebbene filtrati, come è inevitabile, dal mio io, dalle mie idee, dal mio vissuto. In questo senso la scrittura creativa è per me una via di fuga dalla realtà con la quale sono chiamato a misurarmi ogni giorno per lavoro. In altre parole, vedo nella scrittura creativa una via di fuga dal mondo reale, un modo per potermi liberare da qualsiasi dovere connesso all’attività giornalistica (e non solo) e creare una mia personale realtà. Indubbiamente, in questo attingo anche alla mia esperienza di giornalista, ai rapporti che coltivo con le persone di cui scrivo, alle quali spesso mi ispiro.
In un certo senso, La verità è una condanna è uno specchio deformato della mia attività giornalistica: nel romanzo la ricerca della verità è il tema centrale, ma per arrivare a quella verità ho fatto cadere molte maschere che io stesso ho costruito, a partire da quella del protagonista. Una cosa che nell’attività giornalistica non potrei mai fare, dovendo attenermi nel modo più cogente possibile a ciò che ho appurato attraverso testimonianze, documenti, confidenze.
Credo che per me la scrittura creativa rappresenti l’altro lato della medaglia: nel giornalismo è la ricerca della verità a dettare l’atto della scrittura, mentre nell’opera creativa la verità si piega all’idea, al messaggio recondito che voglio trasmettere al lettore.
3. Il romanzo si muove tra Cremona e la Valle d’Aosta, due luoghi molto diversi. Come hai lavorato sull’ambientazione per farne una sorta di specchio dell’anima del protagonista?
Qui mi tocca rivelare un aneddoto simpatico. La prima stesura di questo romanzo era ambientata in America, ma in cittadine di fantasia. A suggerirmi di spostare l’intera vicenda in Italia e in luoghi reali è stato Davide Bregola, che ha curato l’editing del romanzo.
Davide ha subito apprezzato la storia e la caratterizzazione dei personaggi ma mi ha proposto di ambientare la vicenda in Italia per renderla ancora più credibile e realistica. Inizialmente ho avuto qualche ritrosia ma appena ho cominciato a studiare i luoghi ho capito che la narrazione ne avrebbe beneficiato e io stesso mi sono reso conto del fatto che, man mano che riscrivevo i capitoli, tutto era molto più “vicino”, realistico e credibile.
Per quanto riguarda Cremona, ho scelto di ambientare qui il protagonista per il semplice fatto che è la mia città e sebbene io abbia un rapporto conflittuale con Cremona, la conoscenza di questo luogo mi ha permesso di aggiungere alcune “pennellate” che rendono più viva la narrazione.
Quanto alla Valle d’Aosta, che è il vero cuore del romanzo… la scelta è stata naturale e di fatto adottata in contemporanea da me e Davide: avevo bisogno di un luogo di montagna e la Valle d’Aosta, oltre ad assolvere a questo compito, aggiunge quel tocco di mistero e quella sensazione “appartata”, di comunità non dico chiusa ma fortemente identitaria a una storia che affonda le sue radici nel passato.
La Valle d’Aosta, insomma, ci è sembrato lo scrigno ideale per custodire un segreto che affonda le sue radici nel tempo e al tempo stesso rappresenta il luogo perfetto per collocare il protagonista di fronte a una sorta di specchio del tempo e dell’anima. Lo stesso protagonista è molto distante dalla Valle d’Aosta e questo contribuisce ad alimentare in lui la volontà di confrontarsi con il suo passato, un passato che non conosce nemmeno dal punto di vista dell’ambiente.
4. La scrittura alterna momenti di introspezione a passaggi quasi da thriller psicologico. È una scelta di costruzione consapevole o un modo istintivo di dare ritmo alla narrazione?
È una scelta consapevole e fa parte di una mia personale ricerca. Mi piace il genere thriller, così come mi piacciono moltissimi altri generi, ma trovo che i thriller dei nostri giorni, per la gran parte, siano eccessivamente “leggeri”, nel senso che si riducono a una trama (spesso volutamente molto contorta) e a scene forti, cruente.
Nella narrativa cerco sempre qualcosa in più, un messaggio, qualcosa che mi faccia riflettere sulla condizione umana. Al tempo stesso cerco anche uno stile narrativo curato, personale e non piatto.
In definitiva, credo che anche la narrativa di genere possa incontrare l’autorialità e non limitarsi all’intrattenimento, senza con questo nulla togliere ai cosiddetti “libri da ombrellone”. Semplicemente, è il mio punto di vista: un libro dovrebbe lasciare un segno e non limitarsi a raccontare una buona storia.
Nei miei romanzi, che veleggiano attorno al genere noir, cerco di sviluppare una tematica usando la storia e l’intreccio come pretesto per affrontare quella tematica. Nel caso di La verità è una condanna, il tema è molteplice: la ricerca identitaria, la ricerca della verità, la colpa, l’analisi sociale del nucleo famigliare, il tempo e i suoi effetti sull’uomo.
Raccontando questa storia e cercando di affrontare queste tematiche ho voluto lavorare anche sul versante stilistico, adottando una prosa asciutta, quasi affilata. Inoltre ho voluto sperimentare una soluzione poco utilizzata: per i capitoli in flashback ho usato l’indicativo presente, mentre per quelli che narrano la storia, che si svolge ai giorni nostri, ho scelto il passato remoto.
In sostanza, quando parlo del passato lo faccio usando il presente e quando parlo del presente lo faccio usando il passato. E’ una scelta poco convenzionale ma fortemente voluta, e a questo proposito sono molto contento che sia Davide Bregola che l’editore Giulio Milani ne abbiano subito compreso il significato: usare il presente per raccontare fatti avvenuti cinquanta anni fa significa valorizzare il passato. Significa suggerire che ciò che è accaduto nel passato è più importante di quanto accade oggi. E non a caso tutta la storia è imperniata su qualcosa avvenuto nel passato del protagonista.
5. La figura del padre e il tema del silenzio familiare attraversano tutta la storia. C’è un legame con la tua riflessione sul rapporto tra verità e potere che porti avanti anche nel giornalismo?
Credo di sì. Dico “credo” perché immagino sia una connessione inconscia e non ricercata. L’idea per la storia è nata, come ho detto, spontaneamente ma probabilmente riflette anche il mio vissuto professionale, dove il rapporto tra verità e potere rappresenta una costante. Ho sempre creduto fermamente nel ruolo del giornalismo come “cane da guardia del potere” e questo implica necessariamente la ricerca di una verità che spesso è celata dai fatti o da semplici dichiarazioni.
Per questo penso che, in questo senso, la natura del romanzo abbia una certa affinità con il lavoro giornalistico. In definitiva, ciò che il protagonista svolge lungo tutta la narrazione è la ricerca di una verità sepolta dal tempo. E per arrivare a quella verità compie una sorta di indagine dentro e fuori da se stesso, un po’ come farebbe un cronista d’indagine.
6. Il titolo La verità è una condanna suggerisce una visione ambigua della verità. Per te la verità è più un atto liberatorio o una forma di dolore necessario?
Può essere entrambe le cose. Tutto dipende da ciò che la precede, dal contesto da cui origina quella determinata verità. Nello specifico del romanzo, come suggerisce il titolo, la verità è entrambe le cose: è una condanna, perché conoscere quel che è stato condanna il protagonista a una realtà dura da accettare, ma al tempo stesso è una liberazione, perché consente al protagonista di arrivare ad una sorta di redenzione. Gli permette in sostanza di fare i conti con il suo passato dopo aver attraversato una necessaria fase di dolore che lo ha segnato prima e durante il suo cammino. E che lo segnerà per sempre, in definitiva.
7. Nel romanzo emerge una grande attenzione al corpo, ai sogni e alle immagini. Ti sei ispirato a letture psicologiche o letterarie particolari durante la stesura?
Mi sono ispirato anzitutto al mio vissuto personale. Mi riferisco alla mia condizione costante di “ansia esistenziale” legata ad una ricerca identitaria perennemente aperta. Mi sono ispirato anche a un periodo difficile della mia vita, durante il quale, per ragioni professionali, ho dovuto fermarmi, reinventarmi, ripartire grazie anche all’aiuto di una brava terapeuta, dal cui lavoro ho ricavato i passaggi… definiamoli tecnici che riporto nel romanzo, con tutto quello che ne consegue in termini di sofferenza e di identità negata.
Ho naturalmente letto il saggio sul Perturbante di Freud per approfondire il concetto che nella mia mente ha dato avvio alla narrazione.
Dal punto di vista più letterario, mi sono ispirato alle tematiche e allo stile di uno dei miei autori americani preferiti, Cormac McCarthy, che nelle sue opere affronta spesso temi come il bene e il male, la ricerca identitaria e il cammino dell’uomo lungo la sua esistenza terrena.
Inoltre, su suggerimento di Davide, durante le varie riscritture ho letto molto la Bibbia, poiché in più punti del romanzo ho toccato temi non tanto religiosi ma propriamente biblici, in particolare il concetto di redenzione, di colpa; quello relativo al cammino dell’uomo e allo scopo della sua stessa esistenza, poi la ricerca della verità e il tema del rapporto tra un dio severo con il quale l’uomo timorato deve confrontarsi.
8. Sei anche un appassionato coltivatore di cactus: c’è qualcosa del mondo naturale, del tempo lento della cura, che entra nella tua scrittura narrativa?
Sì, decisamente: dalla mia passione per le piante, che viene tuttavia dopo quella per la musica, ho tratto un grande insegnamento in circa trent’anni. Ho imparato il valore del tempo e ho imparato che la Natura rispetta il tempo, a differenza dell’uomo, che ha questo malsano impulso di ottenere tutto subito.
Il tempo è un altro dei concetti che più mi affascinano, forse perché lo trovo estremamente sfuggente, difficile da comprendere. La Natura, e dunque le piante, insegnano che il tempo non può essere in alcun modo violato dall’uomo. Possiamo impiegarlo ma non possiamo piegarlo. E dobbiamo rispettarlo, così come fanno le piante. Basti pensare che esistono cactus che impiegano trent’anni per fiorire! E questo indipendentemente da tutti i nostri sforzi. Quello è il loro tempo e l’uomo non può che accettarlo.
9. Dopo l’esordio con Il giorno immutabile, questo secondo romanzo segna un’evoluzione evidente nel tono e nella profondità psicologica. Come senti che è cambiato il tuo modo di scrivere?
È cambiato moltissimo. E’ vero, i due romanzi sono stati scritti in tempi ravvicinati, ma se il primo mi ha permesso di sondare il tema della morte, questo nuovo romanzo mi ha permesso di approfondire maggiormente l’elemento psicologico. Questo per quanto concerne le tematiche.
Il cambio più rilevante, a mio avviso, è avvenuto però dal punto di vista stilistico, e anche per questo ringrazio ancora una volta Davide Bregola, che mi ha aiutato a trovare la mia voce più sincera. Lavorando alle riscritture ho avuto modo di riflettere su ogni singola frase, puntando all’essenzialità. Come dice Davide, l’arte è la ricerca dell’essenza. Così è nella scrittura.
Allora, la corda, specie nella narrativa di genere come in questo caso, va tenuta sempre tesa al punto giusto. La scrittura deve essere al servizio della storia e tutto ciò che non è essenziale ai fini della storia, anche se perfettamente formulato, va sacrificato.
Ho imparato che scrivere è un atto di coraggio, non solo perché si mette a nudo una parte di sé, ma anche perché è necessario molto coraggio per accantonare l’ego e mettersi al servizio della storia.
10. C’è un messaggio o un’immagine che vorresti rimanesse nel lettore una volta chiuso il libro?
Mi piacerebbe che questo libro accendesse la curiosità nel lettore, quella curiosità che sfocia nel dubbio. Mi piacerebbe che il lettore, una volta terminato il libro, si ponesse una delle domande del protagonista: chi sono veramente io? Sono così sicuro che tutto ciò che so di me corrisponda alla realtà?
E mi piacerebbe anche che il lettore, con questo libro, percepisca che anche la narrativa di genere – i thriller, i noir – non si riduce necessariamente a opere destinate a intrattenere, ma può veicolare messaggi profondi, in grado di toccare tutti noi.
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