Il libriccino ingiallito ruota attorno a un oggetto simbolico molto forte. Quando è nato questo “libriccino” nella sua immaginazione: prima come oggetto o prima come storia?
Sicuramente è nato prima come storia e per permettere che questa potesse essere raccontata dalla stessa protagonista, che non avrebbe potuto farlo se non grazie a questo espediente, mi sono servita del libriccino ingiallito, un vecchio manoscritto ritrovato, che dà anche il titolo al romanzo.
Nel romanzo il manoscritto diventa un tramite tra le vite dei personaggi. Che rapporto ha, nella sua esperienza personale, con la scrittura come custode di memoria e possibilità di rinascita?
Proprio perché per me è stata catartica, di grande aiuto per esternare sentimenti e stati d’animo, e proprio perché credo nella sua capacità di custodire e proteggere storie, pensieri o riflessioni che altrimenti andrebbero persi, ho fatto in modo che la scrittura potesse essere l’unico mezzo possibile per permettere a quella storia di venire alla luce e a quella voce di non essere messa a tacere, per raggiungere una sorta di rinascita e per donare speranza a chiunque successivamente avrebbe letto gli scritti contenuti in quel manoscritto, che si rivela essere una preziosa testimonianza per i personaggi.
I suoi personaggi attraversano fragilità, ferite e tentativi di riscatto. Quanto conta, per lei, raccontare l’umanità nei suoi momenti di crepa più che di successo?
Il mio principale obiettivo, che aspiro a raggiungere scrivendo, è permettere a chiunque entri in contatto con le mie storie di riconoscersi in uno dei personaggi o in una delle loro caratteristiche, o anche in una situazione, emozione o stato d’animo che vive, trovandovi qualcosa di vero e non di finto, costruito o idealizzato. Purtroppo la vita ci mette di fronte a tante difficoltà, ma si può e si deve trovare la forza di superarle, non solo per rialzarsi e andare avanti, ma anche per rinascere e riscattarsi. Preferisco parlare di storie e di personaggi veri, nei loro momenti di maggiore fragilità, fatica o caduta, principalmente per donare a chiunque si trovi nella stessa condizione sollievo, conforto, incoraggiamento, speranza.
L’amicizia è uno dei fili portanti del romanzo. Che ruolo ha avuto, nella sua vita e nel suo percorso di scrittura, il confronto con gli altri?
Forse ho pensato di creare qualcosa di così tanto prezioso e indissolubile, come il rapporto che stringono le protagoniste del mio romanzo, proprio per quei tanti momenti di solitudine che ho vissuto in prima persona e per quel sentimento vero che credo possa esistere, e forse qualche volta ho persino sfiorato ma poi perso. In un certo senso ho voluto mettere in questa storia qualcosa di meraviglioso che a me manca molto: un’amicizia sincera e non falsa o interessata, come purtroppo può accadere di incontrare. Il confronto con gli altri, in tutti gli ambiti, non sempre risulta facile soprattutto per chi come me ha una grande sensibilità, caratteristica che sicuramente viene fuori dai miei scritti.
Viene dalla poesia e dal giornalismo. In che modo queste due esperienze hanno influenzato la lingua e il ritmo narrativo del romanzo?
La poesia credo che abbia influenzato molto la lingua, me lo hanno riferito anche i lettori, i quali tuttavia hanno riconosciuto nell’opera anche delle caratteristiche provenienti dall’esperienza giornalistica, che forse ha inciso di più sul ritmo narrativo. Di sicuro in questo romanzo c’è sia uno stile poetico sia uno giornalistico di cui evidentemente non posso fare a meno; entrambi sono una peculiarità della mia scrittura.
Il libro parla di resilienza senza mai farne uno slogan. Era un intento consapevole o è emerso strada facendo durante la scrittura?
È emerso strada facendo. È proprio durante la stesura che vengono fuori le cose più inaspettate che neppure si credeva potessero esistere all’inizio della storia, come è accaduto in questo caso.
C’è un personaggio o una scena che sente particolarmente vicini, quelli che ancora oggi le “parlano” di più?
Ogni personaggio in qualche modo mi è vicino perché ha qualcosa del passato o del presente che mi appartiene: una caratteristica, un modo di pensare o di comportarsi, uno stato d’animo che ho provato, un’esperienza che ho vissuto. Sono perciò legata a ciascuno dei personaggi femminili, ma forse un po’ di più alla giovane Lilian che somiglia tantissimo alla me di un tempo.
Il romanzo è stato letto e raccontato anche da diversi blog letterari. Che tipo di dialogo sente di aver instaurato con i lettori?
Dai feedback che ho ricevuto credo che il mio intento iniziale sia stato raggiunto. Ciascun lettore si è riconosciuto in un aspetto della storia, o immedesimato in un personaggio, o semplicemente ha empatizzato con le storie di queste donne, ha colto l’essenza del romanzo, è stato in grado di percepire il messaggio che volevo lanciare affrontando questa tematica, così come ha compreso tutto quel che volevo raccontare e il modo in cui l’ho raccontato, che era estremamente necessario per poter arrivare dritto al cuore dei lettori, come infatti è avvenuto.
Scrivere oggi, in un tempo così rapido e distratto, che valore ha per lei: resistenza, cura, necessità?
Per me la scrittura è una necessità che ho cercato di reprimere per diversi anni, ma poi si è ribellata e ha voluto avere la meglio, così eccomi qua, pronta a raccontare tutto ciò che ho nel mio mondo interiore, o che osservo nella realtà che mi circonda, o che semplicemente viene fuori dalla mia fervida immaginazione.
Dopo Il libriccino ingiallito, su cosa sente di voler lavorare: una continuità tematica o un cambio di rotta?
Vorrei mettermi alla prova spaziando nei più disparati generi letterari, ma credo che lo stile non subirà molte variazioni, così come resterà sicuramente una prerogativa affrontare temi sociali.
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