Intervista a Filomena Shedir Di Paola, autrice di “Crete Fertili”, (Transeuropa, 2025)
1. La raccolta è scandita in tre movimenti — Terra di mezzo, Kosmos, Il graffio di Psiche. In che modo questa architettura rispecchia un percorso interiore: dall’eros e dalla relazione, al mondo, fino alla stanza psichica più profonda?
Tre percorsi. Non in fila, ma intrecciati. Terra di mezzo, Kosmos, Il graffio di Psiche.
L’amore, il mondo, l’anima.
Forse il più difficile è l’ultimo: il viaggio in sé stessi. Richiede tempo. Si affida alla linfa degli altri due per poter maturare.
“Conosci te stesso” (γνῶθι σαυτόν) ammoniva il tempio di Apollo a Delfi. È un cammino che passa attraverso l’amore, questa “terra di mezzo” dove tutto è possibile. “Forse solo l’amore è conoscenza innata” (p.16).
Così il passo si apre all’altro, e l’altro diventa il primo specchio. “Il tempio dell’altro è a un passo.”(pag.35) Riconoscere l’altro significa riconoscere anche sé stessi.
Non è un punto d’arrivo, ma una soglia. L’inizio di un terreno da dissodare.
Lì possono germogliare le crete fertili, dare frutti. Per noi. Per chi verrà.
2. Nei testi l’amore è “terra di mezzo”, mai possesso, più offerta che bisogno. Come è maturata questa idea e che relazione ha con la libertà dell’altro che la raccolta rivendica con forza?
Questa idea è maturata lentamente, con l’esperienza e con la scrittura. Ho sempre sentito che l’amore non è un luogo di dominio, ma uno spazio aperto in cui ci si incontra. “Terra di mezzo” significa proprio questo: un campo comune, in cui due vite possono sfiorarsi senza annullarsi. Non è possesso, ma un’offerta che si rinnova, un attraversamento che resta sempre fragile, sempre da custodire.
Allo stesso tempo, l’amore mi appare come quel luogo simbolico in cui convivono i nostri estremi: l’istinto primordiale e il bisogno di superare la caducità. È uno spazio che ci illude di poter allontanare la morte, di sospendere il limite che ci accompagna.
La relazione con la libertà dell’altro nasce qui: se riduco l’amore a dipendenza, soffoco proprio la sua natura più vera, quella che mi permette di riconoscermi più intera nell’incontro. Solo nel rispetto della libertà dell’altro l’amore diventa generativo. È un atto di apertura, non di chiusura: è nel lasciare spazio che l’amore trova la sua pienezza.
3. “Siamo fatti di luce e oscurità”: la poesia sembra cercare un equilibrio fra queste polarità. Che cosa le permette, nella scrittura, di tenere insieme chiarore e ombra senza semplificarli?
Credo che la poesia sia il luogo in cui le contraddizioni non vanno risolte ma abitate. In me convivono chiarore e ombra, e la scrittura è lo spazio in cui le lascio dialogare senza che una debba cancellare l’altra. Non mi interessa semplificare: la luce ha senso solo se conosce l’oscurità, e l’ombra diventa fertile se attraversata da un raggio. Scrivere, per me, significa restare su quella linea sottile dove l’opposizione si fa incontro, accettare che l’essere umano è molteplice e che proprio in questo intreccio risiede la sua verità. La poesia mi permette di non temere l’ombra e di non idolatrare la luce, ma di riconoscere in entrambe la stessa necessità vitale. In questo senso, come suggerisce Rilke, la poesia è luogo in cui l’anima si misura con l’infinito, dove la luce e l’ombra dialogano senza risolversi.
4. Il Mediterraneo compare come luogo fisico e simbolico, fino alla sua dimensione tragica (mare/fossa comune). Che responsabilità affida alla poesia quando tocca la storia e il dolore collettivo?
Il Mediterraneo è grembo e lacerazione. È il mare che inghiotte i corpi e le speranze di chi cerca salvezza. Ho scritto: “La morte è una sposa svestita di bianco… e riposa nel Mediterraneo.”(pag.53) In queste parole c’è dissolvimento e abisso che si mescolano senza tregua.
La poesia non può salvare, ma può testimoniare. Trasforma il silenzio in memoria, restituisce voce a chi non ne ha, trattiene tragedia e presenza nello stesso gesto. Ci sono quegli “occhi smorti” che guardano “attraverso il buco nero della nostra serratura”: ci parlano dell’indifferenza, di quanto spesso ci limitiamo a osservare il dolore da lontano senza parteciparvi davvero. Voltare lo sguardo non ci esime dalla responsabilità.
Ho imparato da Seferis che il mare custodisce ferite antiche, memoria collettiva, dolore senza parole.
Eppure, nella sua immensità, offre il respiro della vita: ci ricorda che possiamo guardare oltre, se scegliamo di esserci, di sentire, di restare presenti.
La responsabilità che affido alla poesia è questa: trasformare la compassione in parola viva, custodire la memoria, restare umana anche quando il disumano sembra prevalere.
5. Natura e stagioni non sono sfondo ma guida. Come è nato il suo sguardo “ecologico” sul mondo e in che modo informa ritmo e immagini?
La natura per me non è scenario ma maestra. In Il graffio di Psiche scrivo: “Imparo dalla natura, essa è sovrana. / La sua opera continua, senza paura”. (pag.57) Questo è lo sguardo che mi guida: osservare i cicli, le metamorfosi, i ritorni. Le stagioni diventano non soltanto immagini poetiche ma ritmo interiore: il fiorire e l’appassire, il buio dell’inverno e la promessa di primavera, l’autunno che insegna il valore della caduta. Non ho pensato a un discorso ‘ecologico’ in senso ideologico, ma l’attenzione e la gratitudine verso il vivente sono maturate come esigenza di verità: siamo goccia d’oceano, radice, respiro che appartiene a un tutto. La poesia si nutre di questa comunione, e il suo ritmo è il respiro vivo della terra.
6. In più punti affiora il tema dell’“esilio volontario” dal frastuono del presente. Che rapporto c’è tra scelta di sottrazione e lucidità, tra silenzio e voce poetica?
In Crete Fertili scrivo: “Ho scelto il mio esilio volontario / da tutto il frastuono del mondo”.(pag.78) È una dichiarazione di necessità più che di fuga: sottrarmi al rumore non significa disinteressarmi, ma creare uno spazio in cui la mia voce possa restare limpida. La lucidità nasce proprio da questo distacco, perché l’eccesso d’informazione e di clamore annebbia, mentre il silenzio chiarisce. La poesia non teme il vuoto: è dal silenzio che prende corpo, è nella sottrazione che si fa essenziale. La mia scelta di ‘esilio’ è in realtà un ritorno: tornare all’essenziale, tornare a un ascolto profondo che permette alla parola di non essere travolta, ma di farsi più vera.
7. Il libro attraversa il nesso fra corpo e parola. Quando scrive, da dove parte?
Molto spesso parto dal corpo. “Il mio corpo ti pensa, il mio sangue ti cerca” (pag.20). Un gesto, una ferita, un respiro aprono varchi interiori che la lingua cerca di attraversare. La parola non nasce dall’astrazione, ma da un sentire incarnato, vivo, pulsante. Come scrivo in Il graffio di Psiche: “Ogni vera poesia che nasce/ porta in sé quel che non conosce,/ emerge da tracce incontaminate/, crete fertili, silenziosità inesplorate.” (pag.82) La scrittura si muove in questi spazi sospesi, tra ciò che il corpo percepisce e ciò che lo spirito ancora ignora, tra presenza sensibile e mistero. Emily Dickinson diceva: “Se leggo un libro che mi gela tutto il corpo tanto che nessun fuoco potrebbe mai scaldarmi, so che quella è poesia.” Anche per me il corpo è il primo strumento di riconoscimento del vero: attraverso di esso la parola prende forma, si fa voce, si fa respiro, diventa la traccia di ciò che siamo.
8. Molti testi mettono al centro la gratitudine e una misura “basta” del vivere, contro l’eccesso. È anche una posizione etica e politica della poesia rispetto all’iperstimolazione contemporanea?
La gratitudine e la misura non nascono in me come un atto di rinuncia, ma come una forma di pienezza. Quando scrivo «sono grata a quel che non ho/ perché non avendolo/ non soffro l’ansia di perderlo/ né l’avidità di accrescerlo» (pag.62), non intendo una sottrazione che impoverisce, ma un modo di abitare il mondo più leggero e, in fondo, più giusto. Ho imparato che l’essenziale non è meno, ma è pienezza che non ha bisogno di accumulo.
Se questo atteggiamento ha una dimensione etica e politica, è perché la poesia, opponendosi all’ipertrofia del nostro tempo, diventa gesto di resistenza: resistenza all’eccesso, al consumo compulsivo, all’inquinamento di immagini e parole. Non un “basta” gridato, ma un ritorno silenzioso a ciò che sostiene davvero la vita.
In fondo, la poesia è sempre un atto di sottrazione: distilla, brucia il superfluo, cerca l’essenza. È così che diventa anche politica, pur senza slogan: nell’indicare un altro ritmo, un altro sguardo, una diversa misura per stare al mondo.
9. Atene e la Grecia ritornano come paesaggi affettivi e mentali. In che modo hanno plasmato la lingua e l’immaginario della raccolta?
La Grecia è per me grembo e specchio. Scrivo: «Perché se dico Grecia/ dico argento degli olivi,/ argilla rossa, dico forza e spina,/ sorriso largo del mare» (p.68). Ogni volta che la nomino, non parlo solo di un luogo: parlo di una radice che continua a nutrirmi, di una voce che mi attraversa.
La Grecia è scuola di misura, di stupore e di ferita: ti consegna la bellezza insieme al senso della caducità, ti costringe a guardare la luce e al tempo stesso le ombre delle rovine.
Le pietre, il vento marino e ciò che resta delle antiche costruzioni entrano nella mia scrittura e la trasformano: le danno essenzialità e chiarezza, ma anche profondità e ferita.
E se la mia lingua madre è l’italiano, il greco è per me un secondo respiro, una dimora che ha nutrito la mia sensibilità e il mio sguardo. In questo sento vicino Kavafis, per cui i luoghi non sono mai semplice scenario ma destino interiore.
E penso anche ad Elytis, che ha fatto della luce greca un alfabeto poetico: in quella luce ritrovo la mia, che si fa più scabra e insieme più trasparente.
Così la Grecia, per me, non è mai soltanto orizzonte fisico: è luogo dell’anima, maestra di rigore e di stupore, segno di un’appartenenza che non smette di interrogarmi.
10. Se dovesse scegliere tre parole-chiave per accompagnare la raccolta verso i lettori, quali sarebbero e perché?
Se dovessi scegliere tre parole, direi: libertà, gratitudine, luce.
Libertà, perché attraversa ogni pagina — non come distacco, ma come possibilità di amare senza possedere, di lasciare andare senza trattenere. Perché l’amore come la scrittura non trattengono, ma aprono spazi.
Gratitudine, perché è il filo segreto che trasforma il dolore in apprendimento, la perdita in spazio fertile: la poesia nasce spesso da ciò che manca, ma restituisce sempre un di più.
E luce, infine, perché anche nelle zone d’ombra più fitte, la mia scrittura tenta di scorgere un chiarore, una fessura, un varco che tenga insieme oscurità e chiarità senza negarli.
Sono tre parole semplici, ma credo possano orientare il lettore come stelle minime lungo il cammino di Crete Fertili.
Care lettrici e cari lettori, grazie per esserci, e grazie anche a chi verrà: il vostro sguardo rende viva la poesia.
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