Intervista a Gabriele Micozzi su Erosferica

Transeuropa Edizioni Recensione Intervista a Gabriele Micozzi su Erosferica

1. Erosferica nasce come silloge poetica ma si definisce FilmBook®. Quando hai capito che la forma libro non ti bastava più e che serviva un dispositivo ibrido, performativo?

Quando ho capito che la parola è un organismo vivente. Non basta scriverla: va respirata.

Nel Manifesto della Biodiversità Letteraria definisco il FilmBook® come “un formato narrativo dinamico in cui poesia, prosa, teatro, diario, scienza e gesto convivono come specie in un ecosistema in scena — accompagnato da inquadrature, luci, zoom.” EROSFERICA doveva essere questo: non un libro da leggere, ma un’esperienza da attraversare dando seguito al lavoro – ancora inedito- nel quale ho applicato per primo questa sperimentazione: il romanzo LUMINANTE.  LUMINANTE, il romanzo-madre da cui queste schegge poetiche si sono staccate come scintille.

Patrizia Valduga scrive versi che ti afferrano alla gola con la loro metrica perfetta e il loro erotismo spietato. Dario Fo diceva che il teatro è quando le parole non bastano più e devi usare tutto il corpo. Io ho voluto fondere queste due urgenze: la precisione chirurgica del concetto e la fisicità della scena. Ogni poesia è un taglio di regia, ogni sezione un atto, ogni neologismo un effetto speciale.

Ma c’è di più. Viviamo in un’epoca in cui il linguaggio è stato colonizzato dal Managerialian — quella lingua autoreferenziale, scollegata dal mondo che dovrebbe governare. Vision diventate frasi da parete. Purpose ridotti a dichiarazioni morali inoffensive. Il FilmBook® è la mia risposta formale a questa desertificazione: un formato che costringe le parole a incarnarsi, a rischiare, a farsi corpo. EROSFERICA è poesia che usa tutto il corpo della lingua.

2. La tua scrittura mette in corto circuito mondi spesso separati: marketing, potere, eros, famiglia, sacro. Che cosa ti interessava “far saltare” per primo?

L’ipocrisia della separazione. Nel Manifesto scrivo: “Chi ha deciso che la mente che calcola non possa essere la stessa che piange? Che la mano che scrive un report non possa scrivere un verso?”

Viviamo come se il lavoro fosse una cosa, il desiderio un’altra, la famiglia un’altra ancora. Ma il manager che urla in call alle 9 è lo stesso padre assente alle 19, è lo stesso corpo che cerca eros alle 23. Volevo far saltare i muri tra questi compartimenti stagni, mostrare che il potere è sempre erotico, che l’eros è sempre politico, che la famiglia è sempre un campo di battaglia.

C’è un tradimento culturale in corso che mi ossessiona. Abbiamo abdicato a duemila anni di cultura classica per uno spot scritto in Managerialian. Management viene da manu agere: guidare con la mano. Azione, responsabilità, contatto con la realtà. Strategia nasce nella Grecia antica: salire sulle alture per vedere lontano, prima degli altri. Oggi invece la vision è diventata una frase da parete, il purpose una dichiarazione morale. Rassicuranti. Condivisibili. Inoffensive.

Goliarda Sapienza in L’arte della gioia ha fatto esattamente questo: ha scritto una donna che non separa mai il piacere dalla strategia, il corpo dal pensiero. L’uomo del sottosuolo di Dostoevskij vive la stessa lacerazione. Io ho voluto portare questa verità nel nostro tempo malato di specializzazioni. La biodiversità letteraria rifiuta la segregazione delle identità creative. E anche delle identità umane.

3. Nei testi tornano spesso call, KPI, brand, performance. Quanto il linguaggio aziendale è diventato, oggi, una vera lingua emotiva (e non solo professionale)?

È diventato il nostro inconscio collettivo. Pensiamo in KPI anche quando amiamo. “Quanto vale questa relazione?” “Qual è il ROI del mio matrimonio?” “Come performo a letto?”

Nel Manifesto della Biodiversità nella Comunicazione scrivo che “la comunicazione non è uno strumento, è un organismo relazionale” e che “ogni parola crea un campo, ogni messaggio modifica un clima”. Il problema è che il campo semantico dominante oggi è quello corporativo: efficienza, ottimizzazione, scalabilità. Queste parole si sono infiltrate nelle relazioni, nell’intimità, persino nel modo in cui parliamo dei nostri figli.

Ho coniato mentalmente o meglio smascherato  il termine per questa lingua: Managerialian. È l’idioma di chi ha smesso di ascoltare il mondo per imporgli le proprie categorie. Perché la differenza che conta davvero non è tra chi ha o non ha un purpose. È tra le organizzazioni che ascoltano e quelle che impongono. Le prime trattano il mercato — e le persone — come organismi viventi. Raccolgono segnali deboli. Accettano di essere smentite. Le seconde parlano molto, spiegano al mondo come dovrebbe essere. Quando il mercato non risponde, dicono: “Non ci hanno ancora capito”. Traduzione: non stiamo ascoltando.

C’è un virus ancora più subdolo del Managerialian generico: il Pitch Prefabbricato. Quella sequenza di slide identiche — “problema, soluzione, mercato, team, traction, ask” — che ha colonizzato ogni conversazione strategica. Abbiamo ridotto la complessità del mondo a sei riquadri PowerPoint. Ogni startup, ogni progetto, ogni vita professionale deve entrare in questo schema o non esiste.

Il Pitch Prefabbricato è il format che ha ucciso il pensiero divergente. Non importa se stai vendendo software o poesia, intelligenza artificiale o formaggio artigianale: devi rispondere alle stesse domande, nello stesso ordine, con lo stesso ritmo. È la McDonaldizzazione della visione. È l’industrializzazione del sogno.

Nel Pitch non c’è spazio per il dubbio, per la complessità, per l’ammissione di non sapere. Devi “performare sicurezza” anche quando navighi nel buio. È un addestramento alla menzogna strutturale. EROSFERICA è l’anti-pitch: non promette, non rassicura, non scala. Morde.

Stefano Benni ha sempre usato il linguaggio del potere per smascherarlo, per renderlo grottesco. Io faccio un passo ulteriore: lo uso come materiale poetico puro, senza ironia protettiva. Callismo non è solo satira: è la liturgia reale della nostra esistenza. Siamo tutti “incccolllati alla call” — e dirlo in poesia significa rendere visibile l’orrore quotidiano che non vediamo più.

Il Managerialian crea una sorta di invasione del lessico comune, imbarbarendo le dinamiche relazionali attraverso “grugniti” in doppio petto. Smascherarlo è una operazione necessaria per neutralizzarne le derive più patologiche che ci portano a rendere asettica la nostra capacità relazionale e la nostra stessa vita e modo di intepretare il mondo.

4. Molti neologismi di Erosferica sembrano strumenti di misurazione dell’anima: “Silenziometria”, “Curriculogia”, “Pornocastità”. Che ruolo ha per te l’invenzione linguistica?

I neologismi sono le mie sonde nel buio. Nel Manifesto della Biodiversità Letteraria scrivo: “Quando il sentimento è nuovo, la parola deve nascere con lui. Le emozioni più profonde non hanno ancora nome — sono orfane di linguaggio.” E ancora: “Perché usare vocaboli già respirati da milioni di bocche per dire ciò che nessuno ha mai sentito così?”

Nel Manifesto della Comunicazione aggiungo: “Le parole non sono neutre, sono semi. Alcune impoveriscono il terreno, altre rigenerano.”

“Silenziometria” è nata perché dovevo misurare qualcosa che nessuno misura: la qualità delle relazioni attraverso il silenzio condiviso. “Pornocastità” perché dovevo nominare quella condizione paradossale di chi vive in un mondo ipersessualizzato restando desertificato dentro. “Fluidocrazia” per catturare il potere che si esercita attraverso l’assenza di forma.

È lo stesso impulso che mi ha fatto riconoscere il Managerialian come lingua-patologia. Quando le parole esistenti sono state svuotate — vision, purpose, values, leadership — hai due scelte: continuare a usarle sapendo che mentono, oppure crearne di nuove che dicano la verità. Ho scelto la seconda strada.

Patrizia Cavalli scrive versi che sembrano semplici ma aprono voragini — io ho scelto la strada opposta: creare parole-mostro che contengano già la voragine nel loro suono. Ogni neologismo è una mappa semantica per attraversare paure che non avevano ancora nome. È il mio modo di piantare parole che non esistono ancora. E farle fiorire.

5. La raccolta non consola, ma attiva. Scrivendo, avevi in mente un lettore-spettatore più che un lettore tradizionale?

Nel Manifesto scrivo: “Al centro c’è sempre il lettore. Non spettatore: co-autore. Ogni domanda che lo interpella è un atto di fiducia. Ogni spazio lasciato vuoto è un invito alla sua voce. La sua biografia entra nell’opera, la attraversa, la trasforma. La pagina diventa specchio.”

Avevo in mente qualcuno che non riesce a dormire. Qualcuno che sente che qualcosa non torna ma non sa nominarlo. Il lettore di EROSFERICA non deve sentirsi coccolato — deve sentirsi visto, smascherato, e poi risvegliato. È la differenza tra un massaggio e una scossa elettrica.

È lo stesso principio che distingue le aziende che durano da quelle che scompaiono. Chi osserva, chi ascolta i segnali deboli, chi accetta di essere smentito — dura. Chi impone la propria narrazione al mondo, chi spiega invece di ascoltare — scompare, spesso senza capire perché. EROSFERICA è scritto per chi vuole osservare, non per chi cerca conferme.

L’uomo del sottosuolo di Dostoevskij non cerca consolazione: cerca verità, anche quando fa male, soprattutto quando fa male. Io scrivo per chi è vivo dentro anche se ha dimenticato di esserlo. Per chi ha bisogno di un verso che lo costringa a respirare più forte.

6. C’è una tensione continua tra corpo e controllo, desiderio e addestramento. Da dove nasce questa urgenza fisica della parola?

Da trent’anni studio il linguaggio del potere e della persuasione. Di giorno insegno come si costruisce il consenso, come si manipola, come si vende. Di notte smonto tutto questo con le mani sporche di poesia.

Nel Manifesto della Biodiversità Letteraria scrivo: “In un’epoca dominata dalle immagini, la parola ha bisogno di corpo, ritmo, incarnazione.” Il corpo è l’unica cosa che non si lascia ottimizzare del tutto — resiste, desidera, tradisce. Quando scrivo “Amplessiamoci” non parlo di sesso: parlo di come abbiamo trasformato anche l’intimità in una performance da misurare. Il desiderio è diventato addestramento.

È la stessa dinamica che vedo nelle organizzazioni. Il Managerialian è un linguaggio disincarnato, che nega il corpo. Parla di “risorse umane” come se fossero minerali. Di “capitale umano” come se le persone fossero asset da ottimizzare. Di “soft skills” come se l’empatia fosse un optional. Ma il corpo continua a reclamare qualcosa di più selvaggio, di più vero — nelle aziende come nelle camere da letto.

La mia scrittura nasce da questa tensione: tra il consulente che conosce tutti i trucchi del controllo e l’animale che vuole morderli. Management viene da manu agere — guidare con la mano. Ma quale mano? Quella che accarezza o quella che strangola? In ManuAgere, la poesia che apre il libro, rispondo: “Gestisco persone come mattoncini Lego… Team Building progettati da Lucifero.” Ecco cosa succede quando la mano dimentica di essere carne.

7. Sei docente, consulente, formatore di migliaia di persone. Che cosa succede quando tutta quella competenza incontra la poesia?

Succede l’incendio. Nel Manifesto scrivo: “Chi scrive non è un binario: è un fuoco. È un ecosistema. Lo stesso autore può essere saggio e poeta, narratore e ricercatore, performer e analista — nello stesso libro, nella stessa pagina, nella stessa frase.”

Da un lato ho passato trent’anni a costruire modelli — Narranizzazione®, Carisma Power®, Mental Imprint® — strumenti per capire come funziona il potere, la persuasione, l’impatto. Dall’altro lato c’è il poeta che vuole distruggere ogni modello non etico, ogni modello “abbruttente” , che cerca l’istante in cui una parola ti toglie il fiato. EROSFERICA è il punto in cui queste due forze si scontrano.

Nel Manifesto della Comunicazione scrivo che dobbiamo rifiutare “la manipolazione travestita da storytelling, la paura usata come leva, la promessa che sa già di menzogna”. Ecco: io so costruire tutte queste cose. Le insegno. E proprio per questo le posso smascherare. So come funziona un “Team Building progettato da Lucifero” perché ne ho visti centinaia. La differenza è che ora lo scrivo in versi. E i versi non perdonano.

È la stessa ragione per cui posso iden tificare il Managerialian: lo parlo fluentemente. Ho scritto slide in quella lingua, ho tenuto keynote in quella lingua, ho venduto consulenze in quella lingua. Ma a un certo punto il corpo si ribella. La poesia è stata la mia ribellione.

Come scrivo nel Manifesto: “Vivere non significa scegliere un solo binario e percorrerlo fino alla fine. Significa ardere in più direzioni. Significa essere, allo stesso tempo, radice e fiamma.”

8. Erosferica è anche una radiografia generazionale, fatta di icone pop, infanzia anni Ottanta, padel e scroll. Quanto è autobiografico questo attraversamento?

Totalmente. Sono cresciuto tra il Vangelo e Postalmarket, tra Goldrake e John McEnroe, tra le copertine di PlayMan e il catechismo. Age80 è la mia confessione più nuda: le statistiche dei gelati Algida, le seghe adolescenziali, l’Italia del 1982 che si accendeva con Paolo Rossi.

Ma l’autobiografia non è mai solo personale: è l’eco di un’intera generazione che oggi cerca ancora un senso tra padel, call e ansia da prestazione. Nel Manifesto scrivo che “la biodiversità è sperimentazione linguistica attiva: difformità di stili, contaminazioni, collisioni di registri.” EROSFERICA è anche questo: la collisione tra la mia memoria e quella collettiva, tra il privato e il generazionale.

La mia generazione ha vissuto l’ultimo momento in cui le parole avevano ancora peso.

In Tv a quel tempo c’erano Pertini, Biagi, Montanelli, Umberto Eco.

Poi è arrivata l’inflazione linguistica: purpose, vision, values — parole belle svuotate di significato. Abbiamo visto il passaggio dal manu agere al Managerialian in tempo reale. Siamo stati testimoni del tradimento. E forse per questo siamo gli unici che possono nominarlo.

Scrivo di me per scrivere di noi. Come Goliarda Sapienza, che raccontando Modesta raccontava un secolo intero di fame, desiderio e ribellione.

9. Nel libro il potere è spesso ridicolo, feroce, grottesco. La poesia può ancora essere uno strumento di smascheramento?

La poesia è l’unico strumento che non si può comprare. Puoi comprare influencer, giornalisti, algoritmi — ma non puoi comprare un verso che dice la verità.

Nel Manifesto della Comunicazione scrivo: “Non comunicare per vincere. Comunica per costruire. Non essere monocultura. Sii ecosistema.” Nel Manifesto della Biodiversità Letteraria chiudo con: “La scrittura che include, cura. La parola che accoglie, cambia. Il resto è monocultura.”

EROSFERICA è il mio modo di essere ecosistema contro la monocultura del Managerialian — del linguaggio levigato, della comunicazione che manipola, delle vision da parete e dei purpose inoffensivi. ManuAgere e SapientismoSS sono ritratti feroci di manager e tuttologi che ho visto da vicino, troppo da vicino. La poesia li smaschera meglio di qualsiasi analisi sociologica perché non spiega: mostra. “Salta, Sorridi, Scopa” — tre verbi che contengono tutto l’addestramento corporativo contemporaneo.

La verità è scomoda: il contesto vince sempre. Puoi ignorarlo, educarlo, raccontarlo meglio… ma alla fine presenta il conto. Una vision vera non ispira soltanto — prevede. Fa affermazioni rischiose. Ti costringe a scegliere, rinunciare, cambiare postura. Il Managerialian invece rassicura. È ottimo per le slide, inutile per la strategia. E mortale per l’anima.

Dario Fo faceva ridere per far pensare. Io faccio male per far svegliare. Lo smascheramento poetico è più pericoloso di quello giornalistico: resta, brucia, non si dimentica.

10. Se dovessi dire oggi a qualcuno perché Erosferica non è “solo” un libro di poesie, ma un’esperienza, che cosa diresti?

EROSFERICA è il primo atto di una trilogia che uscirà nel 2026. È la Discesa: l’Inferno del nostro tempo, la mappatura dei labirinti in cui ci siamo persi. Seguirà IODIO — il Purgatorio dove angeli e demoni convivono nella stessa carne, dove la lotta tra luce e ombra non ha vincitori dichiarati. E infine La Cura — il Paradiso possibile, non come consolazione ma come costruzione, come scelta, come atto di volontà poetica.

Tre libri come tre respiri: inspirazione nel dolore, apnea nel dubbio, espirazione nella possibilità. Non è una trilogia che promette redenzione — è una trilogia che la pretende. Da chi scrive e da chi legge.

È una radiografia dell’oggi con la memoria del futuro, densa di ieri. È l’Italia che prega e scrolla, che ride e piange nello stesso istante. È carne che si fa concetto, concetto che si fa carezza, carezza che si trasforma in pugno.

È scritto nella lingua che il Managerialian ha cercato di cancellare: quella del corpo, del desiderio, della verità che non chiede permesso. È il ritorno del manu agere — della mano che tocca, che guida, che ferisce e guarisce — contro l’astrazione delle “risorse umane” e del “capitale relazionale”.

Nel Manifesto scrivo: “Scrivi come bruci: in tutte le direzioni. Sii il giardino che nessuno ha ancora osato piantare.” EROSFERICA è quel giardino. Un ecosistema di versi dove convivono la satira e il sacro, il dolore e il desiderio, il linguaggio aziendale e l’urlo primordiale.

È per chi vuole mordere la mela.

Per chi non ha paura di scoprire che il serpente, forse, siamo noi.

Per chi è stanco di vision da parete e purpose inoffensivi.

Per chi sa che il contesto vince sempre — e vuole finalmente guardarlo in faccia.

“La parola è un organismo vivente. E tu — che scrivi, che leggi, che respiri queste righe — lo sei anche tu.”

Chi osserva, dura. Chi impone, scompare.

EROSFERICA osserva. E morde.

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