Intervista a Giacomo Cuoghi su Il facente funzione

Transeuropa Edizioni Recensione Intervista a Giacomo Cuoghi su Il facente funzione

1) Il ‘Facente funzione’ è il suo esordio letterario, arrivato dopo una lunga vita dedicata all’arte, all’insegnamento e all’osservazione del mondo. Che cosa l’ha spinta, proprio ora, a dare forma narrativa a questa esigenza di scrittura coltivata fin dall’adolescenza?

In gioventù, oltre a dilettarmi con la pittura, poi smessa per motivi legati allo sviluppo effimero e frivolo che aveva abbracciato questa disciplina, mi dilettavo con la scrittura di brevi racconti, poesie e riflessioni, che celavo scrupolosamente nei cassetti della scrivania. In età matura, mio figlio e mia moglie, mi hanno suggerito, che imboscare tutte quelle pagine che m’impegnavano ormai quotidianamente, all’interno della natura timida e silenziosa di un diario, sembrava non avere più molto senso. Dunque: perché non concedere a quelle pagine una maggiore rilevanza?

2) Il protagonista Tommaso vive in bilico tra identità e rappresentazione, tra ciò che è e ciò che si prova a impersonare. Quanto questa tensione le sembra oggi centrale nell’esperienza contemporanea?

Assolutamente centrale. Quasi mi diverte, al di là di ogni intento pedagogico che di solito non anima le mie riflessioni, ricordare a questo ridicolo plantigrado ‘multiforme’, che il suo ‘io’ è una illusione, e il suo carattere fisso esiste solo alla luce della sua perseveranza. E non può  non tornare alla mente la lezione di Schopenhauer quando scrive che  l’uomo innamorato, crede di perseguire uno scopo personale, mentre invece   obbedisce al desiderio della specie.

3) Nel romanzo la finzione non è solo un espediente narrativo, ma una vera e propria condizione esistenziale. E’ più una maschera di difesa o una trappola in cui si rischia di restare imprigionati?

Bella domanda! Credo l’una e l’altra. Quando il ‘plantigrado sapiens’   crede di poter essere idoneo a raggiungere una meta impegnativa, e rimedia una maschera che non aderisce perfettamente alla faccia, perché annodata troppo larga o troppo stretta, accade come nella fiaba dei fratelli Grimm, però interpretata al contrario: non un ranocchio che cela per un incantesimo il principe Enrico, ma un misero anuro, che anela a raggiungere l’irrealizzabile  traguardo camuffandosi da  principe.

4) La sua formazione artistica e i lunghi anni di insegnamento del disegno e della storia dell’arte emergono in filigrana nel testo. In che modo l’arte, per lei, diventa uno strumento di conoscenza dell’umano?

Tutti quegli anni d’insegnamento, non mi hanno aiutato a convalidare una predefinita definizione di arte, ma al contrario, mi hanno fatto comprendere che nel nostro secolo, il talento artistico non si rifugia più  in una personalità rara e atipica, ma rifulge nei mass media, che lo smercia come una qualità alla portata di tutti. Sotto una falsa etichetta,  vengono confuse tutte le categorie, così che Roy Lichtenstein utilizza sfacciatamente nelle sue opere il fumetto, e lo chief Gualtiero Marchesi ci fa conoscere impunemente Jackson Pollock in un dripping di patate. Mi accorgevo insomma, che l’arte figurativa in generale, veniva sempre più declinata come un esercizio di puro narcisismo e di originalità a tutti i costi. Allora la mia attenzione si è spostata tutta sul romanzo. Non sul genere del ‘giallo’ o dei ‘racconti rosa’ di cui è stracarica la letteratura odierna, ma nell’eccezione data a questa disciplina da Milan Kundera: ‘Un romanzo non è una confessione dell’autore, ma un’esplorazione di ciò che è la vita umana nella trappola che il mondo è diventato…’

5) Il rapporto amoroso raccontato nel romanzo è attraversato da ambiguità, attrazione e disincanto. Che ruolo ha l’amore in questa storia di identità instabile?

Per essere stato un lettore assiduo della psicoanalisi, (uno dei miei migliori amici era uno psicoanalista e mio figlio, nato dal secondo matrimonio, è uno stimato psicoterapeuta), rimango convinto che dietro ad ogni nostra affezione, si nasconda l’ingombrante figura della ‘mamma’ e dei suoi mille sostituti. E che i semplici sguardi materni che si posano sul figlio infante, siano più rivelatori delle parole, con conseguenze anche nel futuro. Tommaso, il protagonista del romanzo, non fa eccezione a questa regola, e ha precocemente avvertito che la madre Lisetta, frivola e anaffettiva, lo relegava con il proprio sguardo, nella categoria dei bimbi ‘brutti’. Uno svelamento che gli provocherà una baraonda di sentimenti confusi, tra cui la comparsa di una timidezza pervicace che riuscirà a trasfigurare attraverso la regia di una viva immaginazione verso l’altro sesso e verso le sue opere figurative.

6) Lei ha spesso dichiarato un interesse particolare per il mondo naturale e per le strategie mimetiche degli insetti. In che modo questa osservazione del mimetismo si riflette nella ‘teatralità umana’ che attraversa il libro?

L’interesse per il mondo lillipuziano degli insetti è iniziato, anche quello, in età adolescenziale, quando una mia zia di Firenze, non ricordo più per quale festività, aveva l’abitudine di regalarmi un grillo canterino dentro una gabbietta. Da un articolo su una rivista illustrata, scoprii poi che anche il mio piccolo ortottero, come altri insetti, possedeva delle innate doti mimetiche per sopravvivere ai predatori: la propria livrea poteva  confondersi con una foglia secca o con le graminacee verdi di un prato, oppure, in modo clamoroso, poteva recitare la propria morte attraverso un’immobilità assoluta. Dunque, all’occorrenza, estrapolava la stessa facoltà dell’uomo di credersi diverso da quello che è. Un filosofo francese, erede di Schopenhauer e Nietzsche, Jules de Gaultier, nel suo ‘Il bovarismo’, dichiara che esiste ‘… un divario… in ogni individuo, tra l’immaginario e il reale, tra ciò che esso è e quel che crede di essere’. Su un piano esistenziale dunque, tra il mio grillo canterino e l’uomo, non avvertivo differenze sostanziali, essendo la strategia mimetica vitale per entrambi. Quella del secondo però, descritta così bene da Flaubert, si arricchiva di una comicità estranea all’ortottero, perché Bouvard e Pécuchét o Sénécal: ‘… non essendo nulla di per se stessi, … diventano qualcosa… in virtù della loro condizione sociale… (avendo) esattamente i sentimenti e le opinioni che esigono la loro professione’.

7) Ambientato in una realtà riconoscibile ma mai del tutto definita, il romanzo sembra muoversi in uno spazio sospeso. Quanto conta, per lei, l’indeterminatezza dei luoghi e delle coordinate temporali?

Immagino sia stata decisiva la mia giovanile irrequietezza che si manifestava tra l’altro, in numerosi traslochi in luoghi diversi, con l’illusione di raggiungere la tranquillità e una certa salubrità dell’aria a cui tenevo molto. Ma anche la nebbia padana ha concorso a stendere sulle mie pagine una specie di miopia indefinita. Oggi, mi sono sistemato in un luogo dove sperimento davvero l’indeterminatezza spaziale e temporale. Perché nel piccolo paese di mare croato, dove vivo molti mesi dell’anno, e dove scrivo le pagine dei miei romanzi, mi guardo bene dall’impegnarmi a studiare la lingua, alla cui mancanza supplisce la pazienza di mia moglie croata, e vegeto appartato in un limbo spaziale flessibile e tranquillo, che si piega unicamente alla mia immaginazione.

8) Il Facente funzione pone interrogativi morali senza offrire risposte nette. E’ una scelta consapevole lasciare il lettore in una zona di inquietudine e di dubbio?

Credo dipenda dalla sfiducia nei confronti della ‘ragione’ del plantigrado contemporaneo, riassunta così bene da una frase lapidaria di Gombrowicz: ‘Tanto più uno è intelligente, tanto più è stupido’. In questo senso, il cammino disumano che sta intraprendendo la ‘tecnica’ è esemplare. Inoltre, confesso, a volte avverto una certa reticenza a esplicitare con parole scritte e indelebili, l’orrenda impressione che mi assale quando decanto il bipede odierno. Per una persona della mia età, maturata con il pensiero critico di alcuni autori del diciottesimo e del diciannovesimo secolo, interpretare le società di oggi equivale a impegnarsi a leggere le pagine già sfogliate tanti anni fa. Ritrovo la puntuale previsione della sua brutalità, distruttività, volgarità e immaturità: la politica che si fa avanspettacolo, i vecchi che vogliono sembrare giovani, la zuccherosa ingerenza dei buoni sentimenti, il trallallà quotidiano di canzoni insignificanti, l’indifferenza verso l’ecologia…

9) Diviso tra la campagna emiliana e un piccolo villaggio sul mare della Croazia, come influisce questo doppio orizzonte geografico e mentale sulla sua scrittura?

Nella campagna emiliana posso godere della vicinanza della famiglia di mio figlio e dei pochi parenti e amici rimasti. Ma lì, ahimè, si moltiplicano le incombenze e gli appuntamenti. E dopo qualche mese, a parte la lusinga di alcune comodità, mi avvilisco, perché comunque l’Italia e la sua politica goffa e ‘asinina’ emargina ogni cultura che non sia quella proposta dalle tv. Non si citano più gli intellettuali, Adorno, Foucault, Valery, Bateson, Debord, ma i Fiorello, i Jovanotti, i Grandi Fratelli, gli stracotti di manzo, i cotechini, i San Remi. Allora mi consolo (o mi illudo?) evadendo nel paesello di pescatori croato, che frequento oramai da cinquant’anni, dove ripercorro le passeggiate sul lungomare insieme a mia moglie e al nostro Cirneco dell’Etna. Nella nostra casetta, trascorro ore silenziose alla mia scrivania. Dunque, poiché la scrittura è come la timida fosforescenza sull’addome di una lucciola, io l’accendo su diversi orizzonti geografici, pur avvertendo clamorosamente i varii climi a cui devo assoggettarla.

10) Dopo questo esordio, sente la scrittura come un approdo o come l’inizio di un nuovo percorso? Sta già lavorando a un altro progetto narrativo?

Vivo la scrittura come una infiammazione cronica, dove immagino di accendere piccole spie luminose che rischiarano un mondo diventato raccapricciante. In un metalogo di Bateson alla figlia che gli chiedeva: ‘E allora? Perché scrivere…?’ Il padre risponde che poiché ‘… stiamo tutti marciando imperterriti verso il mare come tanti lemming, vi sia almeno un lemming che prenda appunti e dica: ‘Io ve l’avevo detto’. Da questa pia consolazione, sto rimaneggiando una raccolta di racconti e iniziando un nuovo romanzo.

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