Quanto hanno influito i tuoi tre percorsi — biologia, psicologia, filosofia — nel plasmare Franky Boy e il suo sguardo sul lavoro?
Fare tre percorsi di questo tipo significa stare in costante movimento e ciò — al netto di errori, turbolenze e altro — mi ha insegnato a mettere a fuoco rapidamente anche in condizioni difficili, così da capire con sufficiente accuratezza lo scarto tra dove ero e dove volevo essere. Ne farei proprio una questione di ottica: posizionarsi né troppo vicino né troppo lontano, mentre tutto ruota e si muove. Se riesci a scattare buone fotografie poi ti rimane molto materiale per poter raccontare una storia.
Chaplin è un riferimento simbolico del romanzo: cosa ti ha spinto a riprendere quella lezione in chiave contemporanea?
In Tempi Moderni Chaplin ci parla del periodo d’oro della catena di montaggio di tipo fordista. Tempi (ultra)moderni vuole raccontare la nostra disillusione nel constatare che, nonostante lo sviluppo novecentesco di settori e tecnologie, il lavoratore continua ad alienarsi per comprarsi ciò che produce. I meccanismi sociali di base restano immutati perché è l’essere umano a restare immutato nella sua struttura essenziale. Più che gli aspetti economici, mi interessa romanzare quelli che chiamerei di psicologia sociale.
Cosa volevi raccontare della grande azienda che non era ancora stato detto?
Della grande azienda si è detto molto, ma quasi sempre dall’esterno e in chiave razionalistica. Bisogna invece sentirne il sapore, fiutarne le atmosfere. Sono cattedrali nel deserto: se ci entri, ti chiedono in cambio una parte della tua anima. Le pratiche etiche non risolvono nulla: là dentro è in gioco l’identità. L’unica vera via di fuga è una forma di follia consapevole, come mostrava Chaplin.
Franky Boy è fragile ma vitale: quanto è nato da te e quanto dalla sua autonomia narrativa?
Franky Boy non sono io: è una figura collettiva, un archetipo. Rappresenta chiunque abbia provato a resistere in contesti iper-omologanti. È un’immagine cangiante che prende in prestito tratti di molte persone reali.
Qual è il rischio più grande dell’omologazione nelle strutture iper-efficienti del presente?
Il rischio è l’espulsione di tutto ciò che non è edificante, produttivo, misurabile. Le energie negative vengono ignorate invece di essere elaborate. Ma ignorarle non le annulla: continuano a produrre effetti. Bisognerebbe imparare a maneggiarle, non a censurarle.
In che modo questo romanzo prosegue e trasforma il percorso iniziato con Diario degli amori difficili e Paesi di Fuoco?
Potrei parlare di una Trilogia della rabbia. Preferisco assumermi la colpa di trattare anche le parti meno edificanti dell’umano. Non è una posizione morale, ma professionale: dove manca pensiero, la prognosi è sempre negativa.
La vita d’ufficio è descritta con molta precisione: quanto deriva dall’esperienza e quanto dalla costruzione letteraria?
Ho avuto esperienze dirette, ma nel romanzo tutto è stato tagliato, cucito e amplificato. Di reale resta il sentiment; il resto è un impasto inscindibile di verità e invenzione.
Come tieni in equilibrio leggerezza e disillusione nella narrazione?
Attraverso due assenze: quella di trama e quella di morale. Volevo un magma narrativo, non una struttura che organizzasse e orientasse il senso.
Qual è il nodo filosofico che regge l’intero romanzo?
La giusta distanza tra individuo e gruppo. Oltre certi limiti ci si massifica, oltre altri ci si isola. È il regno dell’ambivalenza, che non restituisce soluzioni.
Dove senti che ti sta portando oggi la tua narrativa?
In una direzione più interiorizzata: poesia e un progetto narrativo che guarda a Dante e Joyce. Altre idee orbitano, alcune confluiscono, altre vengono abbandonate.
Iscriviti alla nostra newsletter per restare sempre aggiornato sulle ultime pubblicazioni e sulle promozioni!
