- La prossima notte si apre con una telefonata impossibile, una voce che ritorna dal passato. Quanto conta, per lei, l’innesco “perturbante” come motore narrativo, e perché ha scelto proprio la forma della chiamata notturna?
Nelle mie storie l’elemento notturno ha spesso grande importanza. Sarà perché sono tendenzialmente insonne, e di notte mi arrivano tante idee e ispirazioni. Inoltre, credo molto nel valore costruttivo del “perturbante”, fin da quando lessi il compianto amico Professor Giuseppe Panella nel suo saggio Il sublime e la prosa, edito da Clinamen (e lo intervistai). Ciò che inquieta, non per il gusto di turbare fine a se stesso, ma per spostare quelle che sono barriere interiori da noi erette per costruirci delle maschere di comodo, ci aiuta a destrutturarle e ad avvicinarci al Sé, la nostra vera identità. E poi la telefonata giunta nel cuore della notte, che scuote e impone una scelta immediata da parte del protagonista – e l’inizio di un viaggio –, getta il lettore in medias res e ne favorisce la sospensione dell’incredulità, e quindi il pieno coinvolgimento.
- Il romanzo mette al centro un rapporto padre-figlio segnato dall’assenza e dall’ambiguità. In che modo questa relazione dialoga con l’idea di identità che attraversa tutto il libro?
Aaron Stewart, immaginario centravanti della Fiorentina del 2010, è figlio di Charles, un soldato americano giunto a Firenze con le truppe alleate nell’agosto 1944 e poi divenuto massaggiatore della Fiorentina nell’immediato dopoguerra. Charles ha avuto una vita complessa, segnata dall’ombra di una lunga e rocambolesca trasferta viola a Palermo dell’inizio del marzo 1946, cui partecipò, e dall’eco che essa ha propagato per tutta la sua vita, costringendolo a ripetere quell’itinerario nel 1956, anno del primo scudetto della Fiorentina, e quindi a immergersi in un’esistenza densa di rimpianti, solo in parte compensati dalla famiglia che in seguito si è creato a Montepulciano e dal lavoro che ha portato avanti come talent-scout di giovani calciatori. Così ha lanciato anche Aaron, cresciuto sportivamente nel Siena, salvo poi sparire (dopo la morte della moglie) nell’anno 2000 durante un “viaggio di lavoro”, venendo considerato da tutti un suicida; per poi ricomparire nel 2010 con quella telefonata al figlio. Va da sé che questo innesco, con le sue premesse di sofferenza pregressa, determina uno sconvolgimento nella vita di un Aaron giunto da poco in una piazza calcistica di primo piano come quella fiorentina, e perciò in inevitabile crisi di adattamento. Così, cercando il padre, in realtà si rende conto di conoscerlo davvero per la prima volta, ma soprattutto scopre cose di sé (come giocatore e come uomo) che nemmeno sospettava.
- Aaron Stewart è un calciatore professionista: il campo da gioco diventa spesso una metafora della vita. Che tipo di linguaggio le ha offerto lo sport per raccontare scelte, fallimenti e possibilità di riscatto?
Il calcio è un ricco bacino di metafore: si pensi a espressioni come “ripartenza” (o anche l’equivalente “contropiede”), “dribbling”, “contrasto”, “salvataggio in corner”, “recupero”, “zona Cesarini” e tante altre, che sono entrate a far parte del nostro linguaggio quotidiano. Inoltre, questo sport è di per sé metafora della lotta con un antagonista, inteso non solo come “avversario” (pensando anche alle belle trasmissioni condotte da Marco Tardelli), ma come l’alter ego di noi stessi, che ci stimola ad andare avanti e a superarci. La sfida sportiva, così, diventa essa stessa metafora del nostro confronto con l’Ombra junghiana e dell’impegno costante necessario per individuarla e per crescere e procedere verso la piena realizzazione della nostra vocazione di vita.
Più in genere, poi, il calcio di oggi si connota per velocità e sinteticità dei movimenti: da qui una lezione di ritmo che mi è venuto spontaneo far mia per dare alle pagine di questo romanzo una dinamica coinvolgente; anche se, proprio in virtù del dialogo tra il passato e il presente, che forma l’ossatura della trama de La prossima notte, la “lezione” del calcio di una volta, più ricco di fantasia e di pause di riflessione (basti rivedere alcune registrazioni di grandi partite di una volta, anche delle più appassionanti, come Italia-Germania 4-3 dei Mondiali di Messico 1970), mi ha ispirato pagine che sono come radure contemplative, fatte di osservazione dei luoghi e del mondo interiore dei personaggi.
- Il viaggio da Firenze verso Sud attraversa città reali e memorie storiche. Che ruolo ha lo spazio geografico nella costruzione della tensione narrativa?
Sì, questo itinerario, suggeritomi da un articolo di Giampiero Masieri uscito su La Nazione una ventina di anni fa, e relativo proprio alla trasferta della Fiorentina a Palermo del marzo ’46 (e poi arricchito da un’intervista privata concessami da un protagonista di quel viaggio, il centrocampista viola Egisto Pandolfini), tocca Montepulciano, Siena, Bolsena, Roma e Napoli, lambendo Reggio Calabria per poi approdare a Palermo e Monreale. È dunque un percorso attraverso l’anima profonda della geografia e della storia d’Italia, proprio perché si focalizza su diversi momenti: il 1946, rievocato da Charles Stewart nelle e-mail che invia al figlio per guidarlo; il 1956, quando il padre ripete quel viaggio per tentare di compiere un salto in avanti nella sua vita; e il 2010, quando Aaron cerca di raggiungerlo. E ognuno di quei momenti si connota per un’atmosfera particolare, declinata attraverso varie località italiane, metropolitane e provinciali, che arricchiscono ciascuna la trama di un sapore particolare. Penso per esempio a un rapido ma significativo passaggio di Charles da Palestrina, nel cuore del Lazio e nel silenzio di una notte (sempre la notte…) che segnerà la sua vita affettiva.
I luoghi, insomma, per me sono essi stessi dei personaggi, perché ognuno ha il suo genius loci, che è la sommatoria complessa della sua storia e delle storie dei suoi abitanti. Chiunque incontriamo lungo il cammino porta con sé il suo mondo di provenienza, che parla attraverso la sua lingua, il suo accento, il suo linguaggio non verbale – e, reciprocamente, una volta che si sono conosciute persone di un certo luogo, è inevitabile tornare a guardarlo associandolo a loro. Non di rado, infatti, le idee per ciò che scrivo (o per alcuni capitoli dei miei romanzi) mi vengono dalle atmosfere, anzi direi dalle energie di un ambiente, espresse da suoi scorci particolari o da incontri fatti mentre mi trovavo lì. Il capitolo di Palestrina, per esempio, è frutto dell’onda lunga delle impressioni che raccolsi durante una gita fatta al ginnasio tra Anagni (che pure compare nell’itinerario dei personaggi), appunto Palestrina, Fiuggi e Tivoli.
Non sono in grado di prevedere che posto mi suggerirà una certa idea, ma quando succede mi è tutto immediatamente chiaro, e non posso fare a meno di seguire quello spunto.
- Nel romanzo affiorano rapine dimenticate, profezie sospese, destini incrociati. Come lavora sull’intreccio tra suspense e memoria, evitando che l’una schiacci l’altra?
Diciamo che non faccio mai una scaletta, ma seguo il flusso creativo (salvi gli opportuni adattamenti in fase di editing) con la stessa accortezza che cerco di mettere quando parlo – per lavoro o nella vita privata – per essere al contempo viscerale e “diplomatico” (tra molte virgolette). Può sembrare un ossimoro o addirittura una contraddizione, ma non è così. Ho un’esigenza intima di verità in quello che scrivo e dico, per cui calo qualunque maschera e mi esprimo al naturale: è la vita, con le sue sofferenze, ad avermelo insegnato, soprattutto grazie al modello e alle parole della mia compagna Agnieszka, morta in un incidente nel 2009. Al contempo, però, mi rendo conto che il mio interlocutore può non essere pronto al mio messaggio, in quel momento, per cui – ripeto, senza “studiarlo”, ma per un riflesso ormai spontaneo – modulo la verità della mia espressione in un tono utile e rendere più ricevibile e penetrante quello che ho da dire (pur senza alterare in niente “le cose come stanno”). È una lezione che ho appreso e apprendo quotidianamente anche dallo studio della chitarra classica con uno dei più grandi compositori e interpreti del nostro tempo, Ganesh Del Vescovo. La pratica della musica per me è la più grande maestra di scrittura, proprio perché impone di tenere contemporaneamente presenti svariate cose (la tecnica di ciascuna delle due mani, la simultaneità dei loro movimenti, la timbrica, la ritmica, le dinamiche, il fraseggio, l’espressione), proprio come è bene fare quando si parla o si scrive. E, tornando alla domanda, se la memoria è il territorio della veracità/visceralità che non ammette “paludamenti” di sorta, la suspense è appunto un modo espressivo che permette di raggiungere più efficacemente il lettore, tenendolo incollato alla pagina pur senza artifici, cioè pur continuando a dire qualcosa di profondamente vero.
- La rievocazione della trasferta della Fiorentina del dopoguerra crea un ponte tra passato collettivo e vicenda individuale. Che rapporto ha con la Storia quando entra nella finzione?
Sì, una delle valenze più importanti dello sport è quella di creare un senso di identità collettiva che, salvo quando degenera in contrapposizioni violente, è un elemento connotante una cultura. Per dire, la fiorentinità oggi si nutre di Fiorentina non meno di come attinge dal grande retaggio culturale del Rinascimento. E questo vale per ogni persona che faccia esperienza di quella particolare “fetta di mondo”. Eppure, in questo romanzo ho anche cercato di far emergere – residualmente, se vogliamo, ma la con la forza penetrante delle sottili energie del cosmo – lo spirito della Storia con la “S” maiuscola, che si affaccia non solo attraverso certi quadri d’ambiente dell’Italia del 1946 e del 1956, ma anche con ricorrenti cenni a punti d’interesse storico di determinate città – per esempio, Palazzo Chiovenda a Roma, che si dice sia stata la prima residenza di Raffaello nella Città Eterna. Tuttavia, sono sempre riferimenti funzionali alla trama, che è quella che “comanda”. Non permetterei mai che il romanzo diventasse una sorta di guida turistica o di compendio storico.
- L’ombra della guerra nei Balcani compare come trauma laterale ma persistente. Cosa le interessava evocare attraverso questo sfondo, più suggerito che esplicitato?
Questa è una sorta di “sottotrama” de La prossima notte, che però fa corpo unico con la vicenda principale. Senza spoilerare, posso dire che c’è una famiglia di origini montenegrine che ha svolto un ruolo importante nella vita di Ettore Brancati, procuratore di Aaron Stewart, e di riflesso in quella di suo padre Charles, e che accompagna la storia nei suoi livelli temporali (1946, 1956 e 2010), con “ganci” anche alla tormentata storia recente dell’ex-Jugoslavia. Il tutto, peraltro, è arricchito da una possibile quanto misteriosa connessione con l’ombra di un auspicato colpo di calciomercato, ovvero l’acquisto di una giovane e talentuosa mezzala serba da parte della Fiorentina.
Diciamo che non avevo in mente niente di specifico, ma si è trattato del mio sviluppo narrativo di uno spunto (peraltro, non riferito all’area slava) contenuto nell’articolo di Giampiero Masieri che mi diede la prima idea, là dove si parlava di una tentata rapina subita dalla Fiorentina durante il viaggio del ‘46.
Inoltre, nei miei libri amo far “dialogare” tra loro luoghi lontani, appunto come se fossero personaggi che si confrontano. È uno dei miei “marchi di fabbrica”, convinto come sono – da cultore dei libri di Carlo Rovelli e grande appassionato di fisica quantistica e astronomica – che tutto, nell’universo, sia relazione.
- Nei suoi libri ricorre spesso il tema del viaggio, reale o simbolico. Ne La prossima notte che tipo di viaggio è, rispetto a quelli affrontati nei suoi lavori precedenti?
Più avventuroso e incalzante, per le caratteristiche stesse della storia che racconta. Farcito, però, della stessa profondità “atmosferica” di ogni ambientazione che cerco di mettere nei miei libri, proprio per far respirare la narrazione attraverso le radure contemplative cui facevo prima cenno. Ciò dipende dal (e rende appieno il) fatto che La prossima notte è tanto un romanzo di investigazione (insomma, un giallo) quanto una storia radicata nella Storia e spalmata su una vasta geografia, e soprattutto è il racconto della ricerca di una risposta alla cruciale domanda di ognuno di noi, che tanto Charles quanto Aaron Stewart non cessano mai di porsi: chi sono, da dove vengo e dove sto andando?
- Essendo anche traduttore, quanto influisce il suo rapporto con le lingue e con altri immaginari letterari sul suo modo di costruire personaggi e dialoghi?
Penso di essere, anche in virtù della mia seconda vocazione oltre alla scrittura (o dell’altra faccia della sua medaglia), ovvero appunto la traduzione letteraria, anche inconsciamente portatore di molti mondi, ovunque ambienti le mie storie. Non mi riferisco solo al fatto che in testa mi risuonano spesso parole, modi di dire e intonazioni di altre lingue, che arricchiscono il linguaggio di varie “spezie esotiche”, per così dire, ma al mio stesso modo di costruire le trame, che è improntato da un lato (come nella tradizione anglosassone e americana) alla valorizzazione dell’elemento narrativo puro (che molti, in Italia, considerano spocchiosamente un tratto negativo, ma che per me, figlio della lezione di Tolkien, è la cosa più importante, in quanto uno scrittore deve prima di tutto raccontare delle storie), e dall’altro alla ricerca di una visceralità espressiva e visionarietà creativa (pur nel realismo) che proviene da modelli di maestri latinoamericani quali ad esempio lo scrittore cileno Roberto Bolaño, del quale mi sono occupato traducendo insieme a Marino Magliani la raccolta di studi Bolaño selvaggio, edita da Miraggi. Infine, c’è il tratto più marcatamente italiano, che è la ricerca linguistica e la cura stilistica, e che però cerco di non far mai prevalere, pur se accompagna sempre gli altri due “momenti”, perché – memore come sono della lezione di Tolkien nella conferenza Beowulf: i mostri e la critica – non voglio dimenticare che una storia è come una torre concepita non per essere smontata e studiata nei mattoni che la costituiscono, ma per permetterci di arrivare in alto e lasciar estendere lo sguardo fino al mare.
- Se dovesse indicare al lettore la “sfida” più difficile che questo romanzo pone, quale sarebbe: credere, fuggire o fare i conti con ciò che ritorna?
Senz’altro fare i conti con ciò che ritorna. Troppo spesso la nostra vita consiste nel ripresentarsi di nodi irrisolti, di traumi non affrontati e di blocchi energetici provenienti da un tempo remoto (spesso l’infanzia), che condizionano il nostro sviluppo e le nostre interazioni con gli altri, finendo, a livello collettivo, per inquinare l’intera società. La storia raccontata ne La prossima notte, in questo senso, è anche un suggerimento per una possibile “redenzione” – o, in termini meno altisonanti, per un recupero – che può consentirci di fare la pace con noi stessi, con la nostra famiglia e con il retaggio del nostro ambiente. Così potremo procedere più liberi e leggeri, al fine di realizzare quello che siamo chiamati a compiere, e che abbiamo scoperto proprio attraversando l’Ombra formata da tutte le zavorre provenienti dal passato. Una volta fatto questo, la vita si apre come il campo di calcio davanti a un giocatore lanciato a rete, e non possiamo più sbagliare.
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