Sinistra Cattiva si apre con una domanda netta: quando la sinistra ha smesso di essere pericolosa? In quale momento ha sentito che questa domanda non era più eludibile?
Grazie per questa domanda, che va dritta al cuore del mio pamphlet. “Sinistra Cattiva” nasce proprio da un’urgenza personale e collettiva: l’interrogativo su quando la sinistra abbia perso la sua carica eversiva, la sua capacità di incutere timore al potere costituito. Per me, questo momento non è un istante preciso, ma un processo graduale che si è cristallizzato intorno agli anni ‘90 e 2000, con l’ascesa del neoliberismo trionfante post-Guerra Fredda. Pensiamo alla fine del blocco sovietico: la sinistra occidentale, orfana di un’alternativa reale, ha iniziato a interiorizzare il mantra del “there is no alternative” thatcheriano, trasformandosi da forza rivoluzionaria in gestore compassionevole del capitalismo. Ho sentito che questa domanda non era più eludibile durante la pandemia del 2020-2021, quando ho visto la sinistra istituzionale – in Italia come in Europa – allinearsi senza frizioni alle narrazioni del potere: dal green pass alle politiche di austerity mascherate da solidarietà. Era evidente che la sinistra non disturbava più, non creava attrito; al contrario, era diventata il linguaggio rassicurante del sistema. Ricordo vividly un momento personale: stavo leggendo le cronache delle proteste contro il G20 a Roma nel 2021, e mi sono reso conto che la sinistra “ufficiale” era più preoccupata di condannare le derive violente che di interrogare il sistema che le generava. Lì ho capito: la sinistra non è più pericolosa perché ha smesso di rischiare, di essere scomoda. Ha scelto la rispettabilità invece del conflitto. Nel libro, questo è il punto di partenza: non una nostalgia per il passato, ma un invito a riscoprire quella “cattiveria” originaria, quella capacità di dire no senza compromessi, che da Gramsci a Pasolini ha reso la sinistra una minaccia reale per lo status quo.
Nel libro lei parla di una sinistra diventata linguaggio del potere. Qual è, secondo lei, il passaggio decisivo in cui la radicalità si è trasformata in amministrazione morale?
Il passaggio decisivo, a mio avviso, coincide con l’adozione del politicamente corretto come dogma indiscutibile, intorno agli anni 2010, con l’esplosione dei social media e delle battaglie identitarie. La sinistra radicale, nata per sovvertire le strutture economiche e sociali, si è rifugiata in una moralità amministrativa: non più lotta di classe, ma gestione etica del discorso pubblico. Pensiamo al #MeToo o alle campagne contro il linguaggio offensivo: movimenti necessari, ma che la sinistra ha trasformato in strumenti di controllo morale, allineandosi alle logiche delle grandi corporation come Google o Facebook, che usano lo stesso lessico per pulire la loro immagine. Il momento chiave? Forse l’elezione di Obama nel 2008, simbolo di una sinistra “cool” che prometteva cambiamento ma ha perpetuato guerre e disuguaglianze, o in Italia l’ascesa del PD post-Berlusconi, che ha sostituito la radicalità con una governance etica, fatta di quote rosa e inclusività formale, mentre il precariato dilagava. Questa amministrazione morale è l’opposto della radicalità: invece di attaccare il capitale, moralizza il comportamento individuale, creando un consenso fittizio che maschera l’assenza di vero conflitto. Nel libro, lo descrivo come un “discorso amoroso” capovolto: la sinistra ama il potere invece di odiarlo, e questo la rende inoffensiva. Per invertire la rotta, dobbiamo tornare a una politica che non amministra la morale, ma la usa come arma per smantellare le ingiustizie strutturali.
La forma del pamphlet frammentario, tra appunti, lampi polemici e Theory Fiction, sembra rifiutare ogni sistematicità. È una scelta politica prima ancora che stilistica?
Assolutamente sì, è una scelta politica prima di tutto. In un’epoca dominata da narrazioni sistematiche e totalizzanti – pensiamo ai big data, agli algoritmi che pretendono di spiegare tutto – ho voluto rifiutare la sistematicità per abbracciare il frammento come forma di resistenza. Il pamphlet è strutturato in appunti sparsi, flash polemici e elementi di Theory Fiction perché la politica vera non è un sistema chiuso, ma un’esplosione di idee incomplete, di pensieri che si scontrano senza risoluzione. Stilisticamente, questo riflette la mia influenza da autori come Adorno o Benjamin, che usavano il frammento per criticare il totalitarismo del pensiero; politicamente, è un rifiuto del consenso: un testo sistematico invita all’accordo, mentre i frammenti costringono il lettore a connettere i punti, a partecipare attivamente, rischiando il disaccordo. In “Sinistra Cattiva”, questa forma è un atto politico: la sinistra ha perso la sua pericolosità proprio perché si è sistematizzata, diventando prevedibile e amministrativa. I lampi polemici sono come pugni nello stomaco, la Theory Fiction – mescolando filosofia e narrazione – crea immaginari alternativi, ricordando che la politica non è solo teoria, ma invenzione di mondi. È una scelta contro l’addomesticamento: un libro frammentario non si lascia consumare facilmente, disturba, proprio come dovrebbe fare una sinistra “cattiva”.
Lei critica apertamente il politicamente corretto e le battaglie moralistiche. Dove finisce, a suo avviso, la giusta attenzione etica e dove inizia l’addomesticamento del conflitto?
La linea di confine è sottile, ma chiara: la giusta attenzione etica finisce quando smette di servire il conflitto e inizia a sostituirlo. L’etica è essenziale – pensiamo alla lotta contro il razzismo o il sessismo – ma diventa addomesticamento quando si trasforma in censura del discorso, in una polizia morale che privilegia la forma sulla sostanza. Per me, inizia l’addomesticamento quando le battaglie etiche servono a legittimare il potere esistente: ad esempio, quando una multinazionale come Amazon adotta slogan inclusivi per mascherare lo sfruttamento dei lavoratori. La sinistra ha confuso l’etica con la moralità borghese: l’una è strumento di liberazione, l’altra di controllo. Nel libro, cito esempi come il cancel culture, che invece di amplificare le voci marginali, le silenzi per paura del conflitto. La giusta etica amplifica il dissenso, l’addomesticamento lo anestetizza. Oggi, dobbiamo recuperare un’etica “cattiva”: non quella che cerca consenso universale, ma quella che accetta il rischio di offendere per smascherare le ipocrisie. È l’etica di Fanon o di Butler, non quella dei manuali HR delle corporation.
Nel libro compare un confronto implicito tra una sinistra spenta e destre che, pur nella loro follia, producono ancora immaginari e figure narrative. Quanto conta oggi la capacità di creare miti e antieroi?
Conta enormemente, forse più di ogni altra cosa. In un mondo dominato dalle narrazioni – dai social ai media – chi controlla gli immaginari controlla il potere. Le destre, nella loro follia reazionaria, hanno capito questo: creano miti come il “grande sostituto” o antieroi come Trump, figure che incarnano il caos e la ribellione contro l’establishment. La sinistra, invece, si è spenta perché ha abbandonato la produzione di miti: non più eroi proletari o visioni utopiche, ma solo amministratori morali. Nel libro, confronto questa asimmetria: mentre la destra genera narrazioni virali, la sinistra si rifugia in fatti e razionalità, dimenticando che la politica è anche affettiva, mitopoietica. Oggi, creare miti significa riconquistare l’immaginazione: pensiamo a figure come Negri o a narrazioni eco-socialiste che dipingono futuri alternativi. Senza antieroi – pensatori scomodi, attivisti radicali – la sinistra rimane inerte. “Sinistra Cattiva” è un tentativo di riaccendere questo: attraverso la Theory Fiction, propongo frammenti narrativi che possano diventare miti per una sinistra rinnovata, pericolosa perché capace di affascinare e disturbare.
L’idea di tornare a essere “cattivi” viene spesso fraintesa. Cosa significa, per lei, essere cattivi in senso politico, oggi?
Essere “cattivi” in senso politico non significa violenza gratuita o nichilismo, ma rifiuto del compromesso con il potere, accettazione del rischio di essere impopolari per perseguire la giustizia radicale. Oggi, significa opporsi al consenso neoliberale: non accettare la moralità del mercato, ma sabotarla con idee scomode. Frainteso come mera provocazione, in realtà è un richiamo alla tradizione della sinistra: da Marx, che era “cattivo” nel denunciare il capitale, a Pasolini, che disturbava la borghesia. Nel libro, lo spiego come “cattiveria” etimologica: dal latino “captivus”, prigioniero, ma capovolto – essere cattivi è liberarsi dalle catene del politicamente corretto. Significa dire no alle guerre “umanitarie”, al greenwashing, al precariato accettato. È una cattiveria costruttiva: distrugge per ricostruire, accetta il rifiuto per creare conflitto vero. In un’epoca di falsa armonia, essere cattivi è l’unico modo per essere autenticamente di sinistra.
Risposta alla settima domanda: Sinistra Cattiva fonde filosofia e scrittura narrativa. Che cosa può fare la letteratura che il discorso teorico, da solo, non riesce più a fare?
La letteratura può incarnare le idee, renderle vive e affettive, mentre il discorso teorico spesso rimane astratto, sterile. In “Sinistra Cattiva”, fondu filosofia e narrativa perché la teoria da sola non mobilita più: in un mondo saturo di saggi accademici, la narrativa crea empatia, immaginari che toccano il lettore visceralmente. La letteratura può fare ciò che la teoria non fa: mostrare il conflitto in azione, attraverso personaggi e storie che rendono palpabile l’astrazione. Pensiamo a Camus o a Sartre: la loro narrativa ha reso la filosofia politica accessibile e trasformativa. Oggi, con la teoria ridotta a jargon accademico, la letteratura riaccende la passione: nel libro, i frammenti narrativi – come scene di ribellione immaginaria – fanno ciò che un trattato non può: invitano il lettore a vivere la “cattiveria”, non solo a pensarla. È un ponte tra intelletto e emozione, essenziale per una politica che non sia solo analisi, ma azione.
Nel testo emerge una critica radicale all’idea di consenso e rispettabilità. È possibile, secondo lei, una politica che accetti davvero il rischio di essere rifiutata?
Sì, ed è l’unica politica degna di questo nome. Il consenso è l’illusione neoliberale: una politica vera genera divisioni, perché sfida lo status quo. Nel libro, critico la rispettabilità come trappola: la sinistra la cerca per governare, ma perde la sua essenza. Una politica che accetta il rifiuto è quella di Luxemburg o di Malcolm X: rischiosa, potenzialmente distruttiva per se stessa, ma trasformativa. Oggi, è possibile se abbandoniamo il terrore del populismo e abbracciamo il dissenso: movimenti come quelli ecologisti radicali o anti-capitalisti lo dimostrano. Il rischio di rifiuto è il prezzo della libertà: una politica “cattiva” non cerca like, ma cambiamenti reali, anche a costo di isolamento temporaneo.
L’intervista inedita a Toni Negri chiude idealmente il libro. Che tipo di dialogo si crea tra il suo discorso frammentario e una figura così centrale del pensiero politico novecentesco?
L’intervista a Negri è un ponte tra frammenti e eredità: il mio discorso frammentario, caotico e polemico, dialoga con Negri come con un maestro che ha incarnato la “cattiveria” politica. Negri, con il suo operaismo e la teoria del multitude, rappresenta la radicalità che invoco: il dialogo crea un contrasto fecondo, tra i miei appunti sparsi e la sua visione sistematica ma rivoluzionaria. Chiude il libro perché Negri incarna il passaggio: dalla sinistra novecentesca a una contemporanea, ricordando che la cattiveria non è novità, ma riscoperta. È un dialogo intergenerazionale: i miei frammenti interrogano Negri, e lui li arricchisce con la sua esperienza di esilio e lotta.
Se dovesse indicare il bersaglio principale del libro – non un avversario astratto, ma una postura mentale – quale sarebbe?
Il bersaglio principale è la postura del “buonista” compiaciuto: quella mentalità che confonde la sinistra con una forma di carità morale, accettando il sistema purché “inclusivo”. Non è un avversario personale, ma un atteggiamento diffuso: il progressista che twitta slogan etici ma ignora le ingiustizie strutturali. È la postura che ha reso la sinistra inoffensiva, preferendo la rispettabilità al conflitto. Il libro la attacca per liberarla: non per distruggere, ma per risvegliare una sinistra capace di essere davvero pericolosa.
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