Intervista a Marco Perez su Il posto dove dovrei morire

Transeuropa Edizioni Recensione Intervista a Marco Perez su Il posto dove dovrei morire

Il posto dove dovrei morire nasce come opera prima ma affronta subito un nodo storico enorme: il colonialismo italiano. Da dove nasce l’urgenza personale – prima ancora che politica o storiografica – di scrivere questo libro?

L’urgenza personale nasce con la morte di mio papà e di mio zio tra il 2021 e 2022. Grazie a loro ero infatti entrato in possesso di documenti, lettere e fotografie famigliari appartenenti al periodo coloniale. La loro scomparsa mi rendeva testimone di un vissuto che in qualche modo volevo preservare, e così mi sono deciso a scrivere un romanzo dove i temi dell’emigrazione e dell’esilio fossero centrali.

La trama si centra in due clan famigliari fittizi, che idealmente collegano i cento anni che dalla fine del dominio turco portano alla caduta di Mu’ammar Gheddafi. In questa trasposizione letteraria molte coordinate personali sono state rispettate; vere sono per esempio le vicende dei bisnonni Francesco (Giovanni Perez nel romanzo) e Carmela, che arrivarono a El Cairo nel 1908, o di Giuseppe Scarpata (Vincenzo Scarpelli nel romanzo), che prima di giungere a Tripoli come falegname visse come migrante Brooklyn (che lui chiamava Broccolinne) dal 1906 al 1910.

Nel romanzo la memoria non è mai neutra: è deformata, allucinata, spesso inaffidabile. Quanto ti interessava lavorare sulla memoria come campo di battaglia, più che come strumento di verità?

Chi si occupa di ricerca conosce l’inaffidabilità della memoria. A volte, come nel caso di Edward Bloom (il protagonista di Big Fish) la distorsione o l’esagerazione dei ricordi interpreta non solo una funzione letteraria ma assume anche un risvolto conoscitivo.

In altri casi le unità famigliari sono il primo filtro attraverso cui osservare fatti e accadimenti, affidata a un’oralità per sua natura inaffidabile.

Nel caso degli italiani di Libia i tempi e le memorie si compenetrano in una stessa realtà, coinvolgendo i pionieri dell’esperienza coloniale, quelli giunti in Africa negli anni del fascismo (durante la resistenza senussita) o magari chi è nato nella Libia monarchica di Re Idris I, quando la presenza italiana era spesso rappresentata dai tecnici dell’ENI. Quando la comunità italo-libica venne espulsa dal Rais nel 1970, approdò in un paese che quasi ne disconosceva l’esistenza. Furono i “piedi neri” italiani e si portarono dietro sentimenti di abbandono, rabbia e frustrazione. Un collettivo che pagò per dei crimini non commessi e a cui non fu mai riconosciuto, né da parte italiana, né da quella libica, l’immane sforzo per rendere fertili grandi superfici agricole a sud e sud-est di Tripoli.

Questa memoria composita è ben viva anche nel contesto libico, con una Tripolitania disposta a valorizzare nell’era post-Gheddafi il lascito storico e architettonico dell’era coloniale, magari con una ricostruzione mitica della figura di Italo Balbo (da alcuni considerato alla stregua di un padre della patria) e il caso della Cirenaica, dove i crimini di guerra di Rodolfo Graziani e le gesta di Omar Al-Mukhtar sono ancora ben vivi nella coscienza collettiva. Il protagonista del romanzo, nel suo monologo allucinato sembra fare propri dei vissuti antitetici, alla ricerca di una sintesi impossibile.

Le famiglie Perez e Scarpelli attraversano mezzo secolo di storia coloniale e postcoloniale. In che modo la saga familiare ti ha permesso di dire ciò che una ricostruzione storica “lineare” non avrebbe potuto dire?

A chi volesse approfondire alcuni dei fatti e accadimenti sfiorati dal romanzo, soprattutto in relazione alla riconquista degli anni venti, si può senz’altro consigliare la lettura dell’opera in due volumi di Angelo Del Boca: Gli italiani in Libia. Un’opera fondamentale sul piano storiografico e che ha cercato di scalfire l’autoassolutoria immagine di un colonialismo dal volto umano che non è mai esistito. Il ministro che qualche anno fa, più per ignoranza che per malafede, accusò la Francia di non aver fatto i conti con il proprio passato africano può essere considerato un caso sintomatico. Una politica benpensante e un pubblico compiacente non hanno permesso ai crimini dell’esercito di entrare in una dimensione letteraria, documentaria o cinematografica. A titolo di esempio vale la pena di ricordare il film Il leone del deserto del 1980, un vero e proprio colossal con Antony Quinn nella parte di Al-Mukhtar e Rod Steiger in quella di Mussolini, che all’epoca fu censurato dalle autorità italiane perché considerato lesivo dell’onore delle Forze Armate.

Il colonialismo che racconti è definito “imperialismo straccione”: un’espressione feroce ma molto efficace. Credi che l’Italia non abbia mai davvero fatto i conti con questa sua storia proprio perché percepita come minore, laterale, quasi folkloristica?

Nel dopoguerra non c’era spazio per le narrazioni (e includiamo pure la presenza militare italiana in Grecia o in Jugoslavia) in cui i cattivi eravamo noi. Eppure il colonialismo rappresentò a partire dai governi Crispi un tema centrale del dibattito politico italiano, negli anni in cui anche la “grande proletaria” cercava il suo posto al sole. L’imperialismo straccione descrive in modo efficace la colonizzazione di un territorio poco adatto ad accogliere le eccedenze agricole nazionali, a differenza di quello che avvenne in Tunisia o in Algeria o di quei territori sudamericani che negli stessi anni richiamavano centinaia di migliaia di contadini senza terra. La Libia italiana fu così un caso ibrido, dove decine di migliaia di italiani partirono per una frontiera immaginata, vittime anch’essi di un miraggio costruito per ragioni politiche e strategiche. Ma la Libia italiana non raggiunse mai una vera autonomia economica e fu sempre dipendente dalla madrepatria.

Nel libro il passato coloniale non resta confinato alla Libia, ma ritorna nel Nord Italia, nel boom economico, nella televisione, nell’oblio domestico. Che rapporto vedi tra rimozione storica e costruzione dell’immaginario italiano del dopoguerra?

Esiste un filo conduttore che percorre e lega tutto il romanzo e che si svolge nel segno dell’emigrazione. Il personaggio di Vincenzo Scarpelli attraversa nel corso della sua esistenza tre diverse narrazioni: da giovane siciliano emigrato a New York fu dirottato a Tripoli da chi ambiva a recuperare parte dell’emigrazione patria; infine, dopo più di quarant’anni passati in Africa, recupera l’entusiasmo giovanile nel suo ultimo grande viaggio, quello verso il Nord Italia degli anni cinquanta. Un contesto, quello industriale padano, in cui si crearono molti dei simboli e degli stereotipi che ancora rappresentano gli anni del boom economico e del Made in Italy. Un periodo centrato nella rimozione della guerra e della denuncia neorealista, a cambio del mito del miracolo e della crescita infinita. Vincenzo Scarpelli vive tre discorsi immaginati e ingannatori, il sogno americano, il colonialismo e l’emergere del binomio produttivista-consumista come muro portante della democrazia liberale occidentale.

La voce narrante è iperbolica, onirica, a tratti volutamente inattendibile. Quanto era importante, per te, evitare il tono “morale” o giudicante e lasciare che fosse la lingua stessa a tradire le falsificazioni della memoria?

Nel corso del testo il lettore può vivere ed empatizzare con l’ideologia dei pionieri, del nazionalismo e della Libia postbellica, soffrire le ingiustizie della comunità araba e israelita, vivere i sogni e le illusioni del dopoguerra per poi riscoprirsi invischiato in un delirio d’ospedale trasmesso attraverso il plurilinguismo dialettale. Chi cerca toni morali o rigide definizioni non li troverà. La lingua capace di demistificare, anche attraverso esagerazioni e contraddizioni, mostra un grado di sincerità che nessun memoriale potrà mai raggiungere.

Da storico di formazione, come hai vissuto il passaggio alla scrittura narrativa? È stato un tradimento del metodo o, al contrario, un modo più onesto di raccontare ciò che i documenti non dicono?

Il libro integra ricordi e documenti famigliari con altri di carattere storico; ma è la narrativa che mi ha permesso di affrontare una realtà estesa e pluriforme, unendo l’integrazione italo-araba della Tripolitania con gli orrori della Cirenaica, l’emigrazione in tre continenti diversi e il nomadismo bellico rappresentato da personaggi come Eugenio Perez, (prigioniero di guerra in Sudafrica) o lo zio Lino, avventuriero e soldato anomalo nelle più diverse lande africane.

Il titolo evoca un luogo che è insieme geografico, simbolico e mentale. Cos’è, per te, “il posto dove dovrei morire”: un luogo reale, una condanna storica o una eredità che continua a chiedere conto?

I personaggi che scorrono nel romanzo non fanno che domandarsi il senso di questo nomadismo permanente, rimpiangendo opportunità e possibilità mai conosciute o semplicemente l’inevitabile trascorrere del tempo. I personaggi femminili tendono a rimpiangere l’irrealizzata avventura americana, sebbene l’Africa rappresenti la realtà del mondo adulto. L’Italia emerge quasi per caso, come un miraggio senile che non discerne la Brianza dal New Jersey. In questo perenne girovagare esistono due sole certezze, il posto dove nasciamo e quello dove cessiamo di esistere. Il primo non è frutto della volontà, ma il secondo sì. La scelta illusoria che determina il titolo del romanzo.

Sullo sfondo compaiono eventi poco presenti nell’immaginario collettivo italiano, come Sciara Sciat o il pogrom del 1945. Scrivere questo romanzo è stato anche un gesto contro il silenzio pubblico su questi fatti?

Nella generale rimozione storica del fenomeno coloniale finirono anche quei massacri che cronicamente sconvolsero le popolazioni residenti in Libia. Gli arabi furono vittime di un progetto politico che in alcuni casi aspirò a una loro sostituzione etnica, gli ebrei del Nordafrica, integrati e assimilati sul piano locale, furono ferocemente presi di mira negli anni in cui nasceva il progetto statuale israeliano, percepito nel mondo arabo come un nuovo esempio di colonizzazione europea. Sono nomi e fatti che diranno poco a un lettore di oggi e che sono lieto di presentare a un pubblico più ampio della ristretta cerchia di specialisti.

Questo libro parla di ritorni impossibili e di terre mai davvero abbandonate. Guardando al presente, pensi che la letteratura abbia ancora il compito – antico ma necessario – di disturbare le narrazioni rassicuranti della storia nazionale?

Nel libro ci sono anche delle note biografiche. Il ritorno è sempre presente nelle riflessioni degli espatriati, oggi rappresentati dalla parola expat. Un’espressione inglese fuorviante, laddove racconta il vissuto di comunità mai interamente integrate con il contesto locale. Nella lingua italiana il concetto di expat viene usato per parlare dell’emigrazione qualificata, quella dei “cervelli in fuga”; ma si tratta di una retorica desolante e impropria, che non risponde alla realtà e con certe venature classiste. L’emigrazione è invece un’esperienza straordinaria e la letteratura è forse il mezzo espressivo più adatto a indagare le emozioni contradittorie che la accompagnano: ritorni immaginati che non portano a nulla, nostalgia e avversione verso il luogo d’origine. Quanto alla storia nazionale, essa andrebbe messa in discussione anche sotto un profilo postcoloniale, recuperando le narrazioni censurate del passato o quelle ora presenti in ampi settori della popolazione, immigrati di seconda e terza generazione che non si riconoscono nella narrazione storica e politica del vecchio continente. I recenti massacri di Gaza, accompagnati da un’assordante indifferenza, mostrano come vasti settori dell’opinione pubblica occidentale non hanno fatto completamente i conti con una forma mentis in parte ancora coloniale, con l’esistenza di doppi standard da applicare a culture o popolazioni considerate (più o meno apertamente) come inferiori.

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