Intervista a Marianna Borriello su La cintura di Orione

Transeuropa Edizioni Recensione Intervista a Marianna Borriello su La cintura di Orione

1. La tua formazione scientifica – Biologia, Biochimica, Fitoterapia – convive con una scrittura profondamente simbolica e immaginale. In che modo questi due mondi, apparentemente lontani, si parlano dentro La cintura di Orione?

    Riconosco, come già Italo Calvino, che l’inclinazione poetica e scientifica coincidano. Sono entrambe tensioni alla ricerca, alla progettazione alla scoperta e dunque all’invenzione. Nessuna di queste azioni è sostenibile senza immaginazione.

    2. Nei tre racconti si intrecciano figure archetipiche, fiabesche e fantascientifiche: badesse interstellari, sirene transgender, arcangiole custodi… Come sono nati questi personaggi e quale funzione assumono per te, sul piano narrativo e politico?

    Sono personaggi la cui matrice risiede nel mio quotidiano. Ognuna/o di noi rappresenta un universo simbolico che solo gli occhi che ci guardano possono scoprire. Questo richiede attenzione e quindi amore. Anche quando si profilano i personaggi più buffi o apparentemente eccessivi. Sono tutte figure che custodiscono un messaggio, che parlano per comunicare qualcosa che può essere utile al cammino. Le loro voci esistono perché la parola ha un senso alto e nobile.

    3. Il libro si presenta come un viaggio “cosmico e comico” alla ricerca della leggerezza. Cosa significa, oggi, restituire peso alla leggerezza senza scivolare nella superficialità?

    E’ un atto di ribellione. Di resistenza. Non è distrazione né disconoscimento della forza di gravità o delle gravità. Ma è un potere che permette di trasformare la cornice interpretativa di ciò che ci accade. Sottrarre più che aggiungere. Significa avere costruito una struttura solida e radicata di valori e potenzialità che ci permette di spiccare il salto al di là del ordinario. Ed amare profondamente la vita, cercandola anche nelle condizioni più estreme.

    4. La cintura di Orione è un’opera apertamente politica, ma mai ideologica. Per te la cura, la crescita e il ritorno al proprio sentire sono gesti di resistenza. Puoi raccontarci cosa intendi per resistenza, oggi?

    Sono gesti di riappropriazione di se stessi. Raramente ci è possibile centrarci sui nostri reali bisogni. E’ preminente una confusione di interessi che dissipa energie e volontà. E dunque può rendere il nostro percorso frustrante. La cura è la funzione che sostiene la nascita di ogni comunità, dello stare insieme.

    5. I racconti sembrano rivolgersi non solo all’adulto che legge, ma anche al bambino che siamo stati e che continuiamo a portare dentro. Qual è il tuo rapporto con quell’infanzia interiore? E come ha inciso sulla scrittura?

    Il bambino non ha limiti ed attraversa il bosco della crescita per lo più inconsapevolmente. E’ al bambino che si deve parlare se si vuole sortire un cambiamento. Il suo regno è il gioco che permette ad ogni cosa di divenire possibile. Questo aspetto magico e totipotente della scrittura e della parola che tutto può ed arriva ovunque mi ha sempre affascinato e spronato ad andare avanti nella realizzazione di una storia.

    6. Nelle tue storie convivono poesia e parodia, spiritualità e comicità surreale. Come costruisci questo equilibrio? È qualcosa che nasce in modo spontaneo o è frutto di un lavoro meditato sul ritmo e sulle immagini?

    E’ frutto della modulazione spontanea di un sentire in immagini e parole.  Il libro contiene  tre storie, tre  percorsi di trasformazione che raccontano temi complessi con l’evanescenza della comicità, la puntualità della poesia, l’affabulazione del mito. E facendolo, evocano ciò che più manca: il coraggio di andare avanti e accompagnare ognuna/o la propria trasformazione.

    7. Il tuo primo romanzo, Orfane, affrontava un territorio emotivo forte, segnato dalla perdita. Qui invece si apre lo spazio del meraviglioso e del fantastico. Cosa è cambiato – in te e nella tua scrittura – tra quei due libri?

    Orfane nasceva dalla reazione che segue alla perdita. Con toni lirici, accoglieva la debolezza dell’abbandono e l’attestazione di una forza viva ancora. La Cintura di Orione è invece un’invocazione di cambio di passo. Come se la mia scrittura perdesse il suo bagaglio, per necessità, e si innalzasse alle alte sfere. ‘se l’anima perde il suo bagaglio, la scrittura diviene un paradiso’ scriveva Amelia Rosselli.  Si seguono come il pugno alla roccia e l’acqua che zampilla.

    8. La costiera amalfitana e Napoli sono luoghi centrali nella tua biografia. Ritrovi questi paesaggi anche nel tuo immaginario letterario, magari tradotti in metafore o scenari cosmici?

    Scrivere per omaggiare l’esistente. I Monti Lattari, che disegnano la linea del cielo della Costiera Amalfitana “…monti di latte e gomitoli di castagne, monti di asini in cammino verso il mare. Di mirto che respira e sale...” Sono la matrice da cui nascono i cammini in montagna di Genubi in La tazza della leggerezza. Il Cilento e l’alto vallo di Diano con i suoi campi di cereali che si danno appuntamento ad una tale ora per danzare, sono il paesaggio in cui cresce Luigi in Storia di una fetta di Pane. Il bosco di querce, l’albero che resiste, che accoglie la storia di come le formiche divennero la nuova umanità in una favola sulle formiche, abita gli spazi che deliberatamente abbiamo lasciato liberi. I paesaggi, gli ambienti in questo libro, appartengono alla città nella rappresentazione della crisi del presente.

    9. Nel libro emergono spesso dei “segni”, indizi che guidano i personaggi verso una verità più ampia. Che rapporto hai tu con i segni? E come scegli quali inserire nella narrazione?

    I segni verificano il nostro grado di comprensione di quanto accade, quanto siamo capaci di leggere il presente. Punti di arrivo e di ripartenza. Strumenti di previsione. In questi racconti, i più riconoscibili sono i segni che stimolano la nostra capacità di leggere la natura tutta fino nei suoi elementi primordiali.

    10. Il titolo rimanda a una costellazione, a un orientamento. Qual è, per te, la “cintura di Orione” nella vita reale? Qual è il punto fermo che permette di leggere il cielo quando tutto sembra in movimento?

    Un posto lontano e uguale agli astri. Gli affetti. Le proprie radici.

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