Questo viaggio che è (diversi) inizia rivolgendo alcune domande a Mia Lecomte, co-direttrice di “Cittadini della poesia”, nuova collana di Transeuropa.
Qual è la specificità della cittadinanza poetica? È sempre esistita o è frutto della modernità e delle sue complessità?
«Come scrivevo già più di vent’anni fa, quando cominciai a occuparmi dei primi autori migranti, transnazionali in italiano, tutte le categorie da noi utilizzate per poter abitare questo nostro mondo stanno perdendo di significato al cospetto di tutto ciò che finisce e non sappiamo se e in che veste ricomincerà ad essere. Con noi o senza di noi. Può sembrare un po’ estremo, ma penso che se non si ri-conoscerà prima o poi l’impegno che ci è ri-chiesto per ri-creare, ri-crearci in quello che sarà, ci dovremo accontentare di spegnerci in un inutile, più o meno nostalgico, lamento. La vita è altrove, lo sperimentiamo in continuazione con le tragiche cronache – politiche, economiche, climatiche, ambientali… – della quotidianità, e quest’altrove va individuato e costruito insieme. In tutti i campi. Anche in letteratura, e qui vengo al dunque. Quello della migrazione non è un epifenomeno. In realtà la stessa storia dell’umanità è caratterizzata dal movimento di popolazioni, nonostante la visione distorta che ha cercato e cerca di imporci un ottuso nazionalismo. La migranza è la causa prima, storica, e anche biologica – tutto migra dentro di noi, malgrado noi – dell’esistenza dell’uomo nel tempo. Ora è divenuto più chiaro, evidente, per convergenze storiche che hanno radici comuni, e la letteratura se n’è fatta voce, ha incaricato i suoi scrittori, i poeti – autori dislocati, in transito, culturalmente e religiosamente meticci, translingui – di raccontare, incarnare l’evidenza di questa realtà. Non penso che ci sia una letteratura in transito da contrapporre a una radicata in una lingua e su un territorio: l’apocalisse ci coinvolge tutti, anche quelli di noi che pensano di poter semplicemente continuare ad essere come sono stati. Anche gli scrittori che si riconoscono in una stanzialità ormai solo apparente, radicati in realtà in una deflagrazione».
Da dove nasce l’esigenza di dedicarle una nuova collana?
«A una formazione comparatistica applicata in vari campi di ricerca, è conseguita per me l’esigenza di tracciare un percorso che facesse approdare questo incessante nomadismo alla definizione di un luogo, il “luogo poetico”, individuato come unico sbocco dell’erranza, storica ed esistenziale.
Cittadini della poesia sono quei poeti transnazionali per cui la letteratura diventa l’unica patria possibile; gli abitatori di quel luogo dove tempo e spazio si fanno parola, universo vivibile il cui melodico equilibrio di forze permette di reggere alla terribile pressione del mondo. Ma poiché l’esilio è connaturale ad ogni poeta, in quanto “emigrante – come lo definisce Marina Cvetaeva – dall’immortalità nel tempo”, cittadini della poesia sono ancora gli artefici di una re-intonazione del mondo ad opera del linguaggio, volta a modulare quell’unica realtà in cui il poeta può esistere.
Dal 1998 al 2006 uscì una prima stagione della collana, allora diretta con la collaborazione di Francesco Stella, la prima e l’unica dedicata ai poeti transnazionali – allora si preferiva parlare appunto di migranti – italofoni. Ho curato poi alcune antologie – in Italia, in Francia e negli Stati Uniti – e nel 2018 uscì il saggio Di un poetico altrove. Poesia transnazionale italofona 1960-2016 (Cesati ed.) che ripercorre criticamente tutto il periodo ripartendo da autori come Amelia Rosselli, Edith Bruck, Toni Maraini… o il brasiliano Murilo Mendes.
Dopodiché, grazie anche ai contatti e agli scambi fuori d’Italia – Francia, Stati Uniti e Brasile in particolare – la mia ricerca si è ulteriormente allargata oltre i confini dell’italofonia. Da cui il desiderio, l’esigenza di recuperare la collana, dormiente da vent’anni, aprendola ad altre voci, transiti, a cura di traduttori esperti, di autori postcoloniali in particolare. Non posso che ringraziare Transeuropa, il coraggio visionario di Giulio Milani, per avere permesso che una collana di non immediata commerciabilità – come se non bastassero le difficoltà del semplice pubblicare poesia… – potesse riaffermare il diritto di cittadinanza della vera poesia».
Come selezionate i titoli da pubblicare?
«Il comitato che dirige la collana è composto, con me, da Ugo Fracassa, Andrea Sirotti, Anna Aresi e Laura Accerboni. Sono tutti “compagni di strada”, con cui negli anni abbiamo condiviso ricerca e progetti inerenti in particolar modo geografie poetiche e traduzione: ad esempio la collaborazione con la rivista letteraria indiana, ora anche casa editrice, «The Antonym»; oppure l’Agence littéraire transnationale Linguafranca, fondata a Parigi nel 2017, ora in parte confluita nell’italiana Linguafranca-Sabir. Ed è proprio a quest’ultima che si deve l’omonimo blog collettivo di traduzione poetica ospitato da Il Fatto Quotidiano. Nato dall’esigenza di presentare in italiano alcune tra le voci più interessanti della poesia del mondo, scritta nelle lingue più varie, il blog si configura come un libero spazio di lettura e riflessione critica dedicato alle molteplici avventure del transitare poetico. Allo stesso tempo serve da appuntamento settimanale per far luce sul lavoro dei traduttori e sulla loro complessa e meritoria opera di divulgatori e di mediatori fra culture e letterature.
Dei quattro autori pubblicati nella collana nel 2026, tre sono stati già precedentemente presentati dal blog, una fonte importantissima da cui attingere. E altri ne arriveranno ancora…»
Quanto è importante e, al tempo stesso, delicato proporre e tradurre poeti e poetesse stranieri?
«È fondamentale, soprattutto per un paese provinciale come l’Italia, dove non si legge in altre lingue e si tende ad ignorare quello che avviene oltre i confini, in particolare in paesi extra-europei non occidentali, o occidentalizzati; ma anche all’interno dei propri confini, se le voci non appartengono a modelli riconosciuti e riconoscibili.
I nostri Cittadini della poesia, cercano di ovviare a tutto questo, ma il discorso è più ampio, ambizioso. Cito direttamente la nota di presentazione della collana: «Esuli, migranti, expat, ma anche autori italiani “marginali”, periferici rispetto a standard linguistici, centri di potere e legittimazione culturale, tutti accomunati dalla medesima cittadinanza nell’altrove poetico. Un progetto nato per mettere in dialogo le voci del mondo, restituendo alla poesia il suo respiro originario nomade, plurale, irrevocabilmente umano. per affrontare poeticamente il finemondo in cui siamo immersi e il suo possibile orizzonte».
Vuole parlarci delle prime uscite di “Cittadini della poesia”? Che cosa le accomuna e che cosa le contraddistingue?
«La collana prevede quattro uscite annuali. Quest’anno è stata inaugurata a maggio da Passeggera in transito, dell’importante poeta e scrittrice brasiliana Marina Colasanti, scomparsa nel 2025, con traduzione a mia cura. A giugno, fresco di pubblicazione, La morte non finisce nel mare, del nigeriano Gbenga Adesina, a cura di Stella Sacchini e Federico Biolchi; a ottobre uscirà La miseria delle particelle, dell’albanese Luljeta Llushenaku, a cura di Arben Dedja; e arriverà in conclusione Un intenso fuoco dentro di sé, antologia di inediti di Aldo Piromalli a cura di Ugo Fracassa. Le note critiche di presentazione dei quattro volumi sono rispettivamente di Vera Lúcia de Oliveira, Andrea Sirotti, Michael Hofmann e Pierluigi Lanfranchi.
Accomuna i quattro autori ciò che dicevo prima: una sorta di diritto di “inautenticità”, l’assenza di quel marchio di riconoscibilità che permetterebbe di inserirli in una gabbia poetica prefabbricata.
Colasanti, Adesina e Llushenaku sono autori molto noti fuori d’Italia – anche Adesina, che nonostante la giovane età, negli Stati Uniti con la sua prima raccolta si sta aggiudicando premi importanti. Marina Colasanti ha vissuto e scritto in Brasile, in portoghese, dove si è trasferita adolescente, ma la cultura e la lingua italiana sono fondamentali per la sua poetica; Gbenga Adesina, nigeriano, risiede negli Stati Uniti da quando era bambino e scrive in inglese, e il libro tradotto nella collana, il suo primo libro, è un poemetto in cui parte dalla sua esperienza personale per narrare la storia di ogni uomo che migra; Luljeta Lushenaku, appartiene alla prima generazione dei poeti post-totalitari albanesi e attualmente vive negli Stati Uniti: sicuramente la più rinomata all’estero, è riconosciuta come una delle voci più influenti della nuova poesia dell’Europa dell’Est. Aldo Piromalli, poeta e artista, protagonista della scena beat romana di metà anni Sessanta, è poi riparato a Amsterdam, dove ha continuato la sua produzione poetica, spesso in forma epistolare, e grafica.
Colasanti, Adesina e Llushenaku sono inediti in italiano, come inedite saranno le poesie di Piromalli antologizzate».
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