Intervista a Ray Banhoff su Degrado Paradiso

Transeuropa Edizioni Recensione Intervista a Ray Banhoff su Degrado Paradiso

Degrado Paradiso è un romanzo in versi che nasce da appunti, preghiere e imprecazioni. Quando ha capito che questa materia non poteva prendere la forma di una narrazione tradizionale?

L’ho capito dopo, come al solito. Per anni ho scritto appunti e testi nel telefono che era il mezzo che avevo sempre in tasca. Il mio mezzo espressivo storico, visto che pure le foto in strada ho iniziato a farle col telefono. A volte usavo dei piccoli estratti di queste poesie come introduzione per la mia newsletter Bengala e mi piacevano molto. Piacevano anche ai lettori che rimanevano spiazzati. Rileggendoli li ritenevo veramente validi e dopo essermi imposto per un sacco di tempo di forzarmi a scrivere qualcosa di narrativo e lineare mi son detto: la mia lingua è questa, l’astratto. Libero dal plot, dalla trama, dall’intrattenimento, quello lo lascio a Netflix.

Il libro dà voce a una generazione sospesa: quarantenni senza rendita, senza eroismi, ma ancora capaci di desiderare. Quanto c’è di autobiografico in questa postura e quanto invece di sguardo collettivo?

Il testo è autobiografico certo, ma nella misura in cui può essere la biografia di qualunque millennial nato da una famiglia non ricca. Siamo cresciuti nelgi anni ‘80 in cui ci dicevano che avremmo avuto un futuro strabiliante come nei film americani poi abbiamo vissuto le crisi economiche, il terrorismo e la discesa in politica italiana di classi dirgenti che hanno precarizzato il lavoro e bloccato l’ascensore sociale. L’Italia di oggi è il terzo mondo dell’occidente, non c’è alcuna prospettiva di realizzazione o di crescita per un cittadino comune. Abbiamo la narrazione dominante dei media che va in una direzione e la vita quotidiana in cui non riesci a pagarti l’affitto anche se lavori cinque giorni su sette. Quindi o diventi un black bloc e finisci in galera o tenti di coltivare una fede dentro di te per non affondare. Se non sei capace di desiderare sei uno schiavo, già morto. L’arte per me serve a creare sogni e alternative.

Il lavoro sul testo passa anche attraverso il cut-up e la cura editoriale di Davide Bregola. Che tipo di dialogo si è instaurato tra scrittura e montaggio?

Davide è un profondo conoscitore di tutta la geografia letteraria italiana. Una sorta di Claudio Cecchetto della letteratura, un talent scout. Lui legge tutti e sa cosa valorizzare o cosa non funziona. Con lui è nato prima un rapporto personale grazie alla condivisione di un immaginario, ci siamo trovati come due amici. Mi fido ciecamente di quello che dice e mi ha spronato molto a scrivere negli ultimi anni. Il primo esperimento è stato Vita da autoditatta, un romanzo. Ma il mio vero esordio, anche a detta sua, è Degrado Paradiso. Ho stampato centinaia di testi e messo tutto assieme su suggerimento suo che ha operato uno spietato cut up mischiando testi di epoche diverse che io non avrei mai saputo intrecciare. Abbiamo fatto come i surrealiasti! ed ecco che ha preso corpo il libro. Da mille che erano ne abbiamo tolte 900.

Nei suoi versi compaiono spazi ordinari e marginali: letti disfatti, centri commerciali, turni di lavoro precari. Che ruolo ha il quotidiano, quasi “anti-letterario”, nella costruzione della sua poetica?

Dipende da che si pensa per anti-letterario. Per me era necessario creare un luogo che fosse vicino alla mia vita, dare una patria agli spatriati come me. Spesso non riesco a leggere molta narrativa contemporanea che affronta temi lontani dal mio quotidiano: questioni umanitarie, guerre, coming out drammatici, malattie, drammi ambientali etc. Dove abito io a 40 anni se non hai i figli e un macchinone ti guardano come un poveraccio. Non frequento letterati, vivo in provincia, la gente pensa che sia il matto del paese. La seconda parte del libro si intotola “smanicati & borselli” a indicare quel look, quella divisa operativa dell’uomo del fare che non sono mai diventato e che dove vivo io indossano tutti con vanto. Moralmente è accettato come normale, io lo vedo come degrado espressivo, un’omologazione. mi sembra di vedere in giro i manichini dei vestiti tecnici di Leroy Merlin, li vedo grigi, spenti. Io cerco di essere un cowboy, col mio look da Rust Cohle in True Detective o da Gesù. Ed ecco che creo il “paradiso”. Oltretutto noto che anche nei più inquadrati c’è voglia di fuga, tutti hanno bisogno di un po’ di leggerezza e di ebbrezza. Io gliela do, questo libro è una casa, gli ingessati sono i primi che vengono alle mie letture pubbliche.

Degrado Paradiso sembra rifiutare ogni forma di redenzione facile. È un libro che nasce contro qualcosa o semplicemente dentro la realtà così com’è?

L’ardore giovanile ti impone di essere contro le regole, contro il mondo. Io ho già 43 anni e rischio di diventare un bacchettone moralista che rimpiange il passato e non capisce il presente. Degrado Paradiso è un tentativo di mantenere i piedi su due staffe. Aurelio Picca di Degrado Paradiso ha detto: «Ray lo sa. Bisogna rimanere giovani a tutti i costi. Anche a costo di morire. L’erede degli scapigliati e urticanti abitanti della Garfagnana (ne sapeva qualcosa l’Ariosto), gemellati agli ex galeranti livornesi ha tracciato un tour strillato tra i rottami e lo stupore del Giardino Terrestre».

La definizione di “romanzo in versi” è sempre scivolosa. Lei come descriverebbe la forma di questo libro a un lettore che non lo ha ancora aperto?

Tranquillo lettore non voglio stressarti. So che ti senti in colpa per il peso del mondo, per le guerre e l’inquinamento etc… so che hai scoperto che a canzoni non si fan rivoluzioni. è giusto così. questo è un libro contro le menate. Un libro facile da leggere, adatto a questi tempi in cui l’attenzione è frammentata. Si può aprire a caso e leggerne due poesie e chiuderlo, poi riprenderlo dopo due settimane mentre si sta sul water o in spiaggia. Suonerà bene in tutti i casi. La poesia è stata rappresentata per anni come un’espressione criptica e seriosa. Queste sono poesie beat, dionisiache, ispirate a Jim Morrison e Fabri Fibra o ai Nirvana più che alla bianca di Einaudi.

Il suo percorso attraversa fotografia, scrittura, autopubblicazioni punk e romanzo. In che modo questi linguaggi continuano a contaminarsi tra loro?

Se vieni dal niente come me farsi notare coi linguaggi canonici è impossibile. Nell’universo creativo italiano le mie autopubblicazioni sono del tutto inusuali e innovative e al mondo mainstream, che spesso non può permettersele per questioni di etichetta, piacciono da morire. In Italia se sei uno scrittore devi fare lo scrittore, se sei un fotografo devi fare le foto. Fine. Io sono un artista e posso mischiare tutto, non avere forma, Nel 2027 farò un disco e una rivista oltre forse a una mostra fotografica. Faccio quello di cui ho bisogno, non dipendo dalla forma ma dal contenuto. Per le autopubblicazioni ho avuto la fortuna di lavorare con un grande art director e artista che è Paolo Proserpio, estraneo al mondo della letteratura ma vicino a quello della moda e dell’arte, che ha portato una ventata di freschezza in questo ambito. Posso dire seneramente che nessuno scrittore in Italia fa quello che faccio io, sono  un unicum.

Nel libro affiora spesso una tensione tra solitudine e comunità invisibili. Scrivere è stato un gesto di isolamento o un modo per cercare altri simili?

Dai 28 ai 35 anni ho vissuto a Milano in mezzo a mille stimoli e persone, poi son tornato in provincia dove anche solo trovare un film al cinema o una libreria è impossibile. La provincia romantica non esiste più almeno fino a Roma, poi magari al sud si salvano ancora. Il nord è tutto un territorio operativo di lavoratori accaniti., I più dei miei amici erano partiti, gli altri avevano messo su famiglia e non c’era mai verso di stare assieme. La solitudine è diventata una dimensione concreta della mia vita. In più per una sorta di scontento interiore potevo scivolare in una sorta di misantropia. Poi è emerso l’istinto di sopravvivenza. Scrivere mi ha portato a stare nei bar a osservare le persone, ho scoperto di poter fare amicizia con chiunque, con gente diversissima da me con cui ho passato del tempo. I miei amici erano degli estranei con cui mi scambiavo un cenno di intesa o a cui offrivo un caffè. Mi sono aperto al nuovo e son stato più felice. Degrado Paradiso è molto felice, è matto.

Il titolo Degrado Paradiso tiene insieme due poli apparentemente opposti. Che tipo di paradiso è quello che viene messo in discussione?

Sono ossessionato dal decadimento architettonico e paesaggistico italiano, Tra vent’anni rischiamo di essere un posto orrendo. L’estetica contemporanea dei bar tutti bianchi con suppellettili in plastica e arredi chabby chic, il degrado architettonico delle rotonde e dei capannoni che dilagano in tutto il Paese e sono voluti dalle amministrazioni comunali, sono in realtà una forma di orrore burocratico. Io ho coniato il termine Bar Degrado per definire tutti quei baretti rimasti all’antica, non ammodernati, con l’impianto elettrico non a norma e l’arredo casuale. Nel loro essere degrado sono liberi dal gres porcellanato, quindi meritevoli, sono ancora dei posti per persone reali in cui ti capita di ascoltare discorsi pazzi. Ecco il Paradiso. Trovare la voglia di vincere anche quando si è in minoranza.

Se dovesse indicare una parola chiave che attraversa tutto il libro – non necessariamente la più evidente – quale sarebbe?

Resistenza al brutto.

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