1. “Appunti di un demente” nasce da una materia incandescente: il corpo che cede, la mente che scivola. Quando hai capito che questo vissuto poteva diventare letteratura?
Soltanto pochi anni fa, e senza una data precisa. La disgregazione fisica non procede mai in modo simultaneo a quella mentale e cognitiva: è una condizione psico-fisica che ti mette alla prova con modalità apparentemente diverse, ma con un’implacabile sinergia. Un’ora di bici in collina può sembrarti rigenerante per mente e corpo; leggere un buon romanzo in lingua originale, magari vicino al mare e lontano dalla folla, diventa una doppia sfida che ritempra facoltà intellettuali inclini all’evaporazione. Sempre che tu tenga conto, nel primo caso, di non avere più diciott’anni per affrontare pendii proibiti; e nel secondo, che molto dipende dal testo in cui ti sei immerso.
2. L’infarto e l’Alzheimer sono trattati quasi come personaggi, avversari con cui dialogare. Come è nata questa scelta narrativa così insolita e teatrale?
Dialogare è uno dei miei infiniti preferiti sin dall’adolescenza. L’Alzheimer, poi, è per me una sineddoche, una metonimia che rappresenta decine di malattie neurodegenerative: nel testo potrebbe chiamarsi in molti altri modi, restando nello stesso campo semantico. Se i due antagonisti sembrano lottare fra loro, la “colpa” non è del cuore, che ha bussato per primo. I segnali della memoria singhiozzante sono spesso visibili e percepibili molto prima degli scherzi cardiaci, sia da chi li vive sia da chi li osserva. Il cuore, in fondo, è un organo “di cuore”: non ti prende in giro, non la tira per le lunghe. L’altro, più crudele, è capace di tenerti in vita per anni, logorando anima e cuore tuoi e di chi ti sta accanto.
3. Ironia e smarrimento convivono nel libro. L’ironia, per te, è un modo di difesa o un modo di guardare più a fondo?
Lo smarrimento nasce dalla razionale consapevolezza che il tempo-vita non è più così abbondante; sempre che, con l’avanzare di una patologia neurodegenerativa, quella consapevolezza non si spenga del tutto. L’ironia, invece, rimane un’arma segreta: una risorsa che consiglierei a chiunque di portare sempre con sé.
4. Il ritmo del testo mescola flusso di coscienza e cronaca. Quanto ha inciso la tua lunga esperienza di insegnamento e di studio della lingua?
Il flusso di coscienza, o monologo interiore che dir si voglia, è esso stesso una cronaca disordinata del pensiero e del vissuto, recente o remotissimo. Mi è sempre piaciuto immaginare il futuro, anche se oggi si presta poco a sogni piacevoli. La mia lunga immersione linguistica ha certamente nutrito i sogni adolescenziali, ma non avrebbe avuto lo stesso peso senza l’intreccio con altre esperienze di vita, ordinarie e imprescindibili.
5. La memoria, nel libro, si apre e si spezza. Come hai lavorato sulla forma per restituirne l’instabilità?
La memoria non è “una e trina” come vorrebbe uno stucchevole dogma. I ricordi non sono catalogati per cronologia o per valori affettivi: seguono ritmi istintivi, imprevedibili, disordinati. Ognuno di noi li esercita censurandoli, ampliandoli, adattandoli o annullandoli. In Appunti molti ricordi li ho relegati in panchina, non perché fossero insignificanti, ma per necessità narrativa e vitale.
6. Hai attraversato poesia, romanzo, racconto. In questo memoir sembri fonderli tutti. Che rapporto c’è oggi, per te, tra genere letterario e libertà espressiva?
I generi letterari, per me, sono soprattutto un’induzione all’omologazione. Ammetto però che la loro esistenza – oggi fin troppo frastagliata – ha motivazioni pratiche, soprattutto organizzative, all’interno delle case editrici. Ricordo un editore che mi disse che un mio romanzo, pur ben scritto e avvincente, non funzionava perché le situazioni sessuali non erano abbastanza esplicite da “eccitare” il lettore: il problema non era il contenuto, ma il genere in cui si voleva incasellarlo.
7. Il corpo malato impone un tempo diverso. La scrittura ti ha aiutato a riconquistare un ritmo nuovo, o nasce proprio dallo smarrimento?
La scrittura, in simbiosi con la lettura e il movimento all’aria aperta, neutralizza persino l’acufene che altrimenti mi assillerebbe senza tregua. È possibile che lo smarrimento contribuisca, in modo nascosto, al desiderio di creare, leggere, riscrivere.
8. Qual è stata la parte più difficile da trattare senza cadere nel pietismo o nell’autocommiserazione?
Quella legata a proibizioni non del tutto rispettate: alcune mie attitudini discutibili nei confronti della compagna di una vita. Nel racconto visionario conclusivo sembra quasi che io le prometta un cambiamento, almeno nelle giuste direzioni.
9. Cosa immagini possa trovare nei tuoi “Appunti” chi vive da vicino malattie come l’Alzheimer?
Se si tratta di un familiare del malato, non posso certo atteggiarmi a stregone. Se invece il malato – o quasi – è lui stesso il “demente”, suggerisco di sollecitare instancabilmente ricordi ed esperienze felici condivise. In Appunti racconto di un amico, Ciro, ormai muto sulla poltrona del salotto: al suono della chitarra riuscì a cantare sottovoce una classica napoletana, con le parole giuste. La moglie mi disse che parlava ormai solo con gli occhi.
10. Dopo un libro così intimo e rischioso, cosa è cambiato nel tuo modo di guardare alla vita e alla letteratura?
Non molto. Continuerò le terapie mediche e quelle non curricolari; d’estate leggerò più in spiaggia, d’inverno più in casa. Tra cinque anni risposerò civilmente mia moglie Janet – Sarah è il suo nome d’arte – riabituato, spero, ai bei tempi di abbracci e baci.
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