Intervista a Sebastiano Diciassette su Acquasantiera

Transeuropa Edizioni Recensione Intervista a Sebastiano Diciassette su Acquasantiera

  • Acquasantiera chiude la tua “Quadrilogia degli Elementi”: aria, terra, fuoco e infine acqua. In che modo quest’ultimo capitolo dialoga con i precedenti e cosa rappresenta per te la conclusione del ciclo?

Prima di tutto una grandissima soddisfazione. La “quadratura del cerchio” non era per niente scontata, soprattutto se si pensa che dalla prima silloge alla quarta sono passati 26 anni. In questo lungo periodo lo stile si è trasformato, ma l’urgenza espressiva e la furia iconoclasta dell’anima poetica è rimasta immutata. Inoltre ho sempre avuto massima ammirazione per gli autori che dimostrano di avere un progetto artistico coerente che si dipana nel tempo. Esserci riuscito anche io mi riempie di orgoglio.

  • L’acquasantiera, come scrivi nell’introduzione, è un oggetto al tempo stesso umile e simbolicamente carico di opposti: purificazione e contagio. Come sei arrivato a scegliere questo titolo e questa immagine come fulcro della raccolta?

Il merito mi viene da ascriverlo a mia madre che, essendo medico, quando ero bambino mi avvertiva del pericolo igienico nell’immergere le dita in quell’acqua promiscua (nell’acquasantiera, appunto). Questa immagine si scontrava clamorosamente con la fede catechistica che proprio in quegli anni mi andava formando. Un ossimoro spirituale affascinante che mi ha accompagnato fino alla maturità e che mi sono riproposto di utilizzare per descrivere la carica ambivalente ed eversiva delle mie liriche.   

  • Nei tuoi versi convivono sacro e profano, fede e blasfemia. È una tensione che attraversa tutta la tua scrittura?

No, non tutta. Comunque è sicuramente uno dei temi più ricorrenti, anche nei miei racconti. Nonostante ora sia ateo radicale, il catechismo, con le sue contraddizioni, mi è rimasto dentro. Come dico spesso: “non c’è miglior blasfemo di un credente”.

  • Molte poesie hanno un ritmo musicale, quasi performativo, come in Asimmetrica sinfonia. Quanto conta per te la dimensione sonora del testo poetico?

Conta moltissimo, anzi è fondamentale. Le mie prime poesie erano, in realtà, testi di canzoni, poi modificate. Tutte le mie raccolte sono piene di costruzioni sonore, scansioni ritmiche, termini musicali e ciò, ovviamente, non è un caso. La lettura ad alta voce, durante le varie presentazioni, sottolinea ulteriormente questo aspetto.

  • Nella silloge affiorano immagini di disfacimento, caos, malattia, ma anche lampi di ironia e leggerezza. Quale ruolo hanno questi contrasti nella tua poetica?

I contrasti mi seducono intellettualmente ed emotivamente. Più sono forti, più mi attirano. Più un accostamento riesce a spiazzarmi, più ne vengo attratto. Tendenzialmente la cupezza sarebbe il mio terreno di coltura naturale, ma trovo che l’ironia sia il colpo d’ala che mi permette, non solo di sopravvivere, ma di capovolgere dei toni che altrimenti risulterebbero artisticamente prevedibili, se non proprio monotoni.

  • La tua attività comprende poesia, narrativa e teatro, oltre a festival e reading multilingue. Come dialogano tra loro questi diversi linguaggi?

Io mi definisco scrittore. La letteratura, in ogni sua forma, mi permette di esprimermi; che poi sia scritta o recitata, in versi o in prosa, questo per me è un particolare secondario. Da come lo percepisco io, dunque, il linguaggio è unico, il mezzo variabile.

  • In testi come Poesie in quarantena emerge l’esperienza collettiva recente della pandemia. Come si intreccia la tua scrittura con l’attualità?

Sinceramente poco. Penso che Poesie in quarantena sia un unicum. Da quando ho cominciato a scrivere mi accompagna il timore che un testo, riletto dopo anni, possa risultare datato, soprattutto se ancorato ad un evento specifico. Proprio per questo, consapevolmente, tendo ad evitare il rischio.

  • C’è spesso nei tuoi versi una riflessione sul corpo – ferito, frammentato, sacrificato. Che relazione vedi tra corpo e parola poetica?

Bella domanda a cui non ho da offrire una risposta precisa. Ancora una volta riaffiora la mia educazione religiosa e, d’istinto mi viene da pensare al Corpo di Cristo e al Verbo (incarnato), però non riesco a definire al meglio questo nesso con la logica. Dovrei scriverci una poesia per ottenere la relativa epifania.

  • In Exsultet la provocazione è esplicita e disturbante. Qual è per te il confine tra poesia e scandalo?

       Piuttosto che tra Poesia e scandalo, direi tra Arte e scandalo.        Secondo il mio punto di vista una vera opera d’arte, prima di tutto, non può lasciare indifferenti, sarebbe una contraddizione in termini. Qualcosa deve essere smosso. La provocazione e la trasgressione possono essere utili a tal fine. Essendo poi contrario a qualsiasi forma di censura, ritengo che il prodotto artistico abbia talvolta il dovere di scardinare limiti e canoni imposti dalla società, proprio per mostrare qualcosa che, altrimenti, rimarrebbe invisibile o inascoltato.

  • Dopo aver chiuso la Quadrilogia, quali nuove strade immagini per la tua ricerca poetica?

Come mio solito ho vari progetti, completamente diversi tra loro, che fermentano nella mia testa. Vorrei pubblicare una mini raccolta di poesie umoristiche in edizione limitatissima (17 copie); un’opera cavalleresca pornografica sulla scia della “Gerusalemme liberata” e, magari, riaprire il cerchio elementale, appena chiuso, con l’Etere (causa e sigillo di quell’eternità che è impossibile per qualsiasi creatura terrestre).        

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