Intervista ad Alessandra Buschi su 17/21

Transeuropa Edizioni Recensione Intervista ad Alessandra Buschi su 17/21

  1. Alessandra, 17-21 è una silloge che sembra intrecciare biografia e coralità, diario personale e canto collettivo. Da dove nasce il titolo e quale significato racchiude per te questa cifra?

Il titolo è più banale di quello che si potrebbe pensare: è semplicemente il nome del file in cui, a mano a mano che li scrivevo, ho raccolto i testi poetici poi pubblicati. Sono quindi un “sunto” cronologico di un periodo. Quando ho deciso di pubblicare, ho pensato che avevano un senso anche, appunto, temporale, e così ho lasciato.

  1. Nei tuoi versi c’è un equilibrio delicato tra fragilità e forza, tra intimità e appartenenza. Come lavori sul tono e sul ritmo per mantenere questa tensione costante?

Credo sia qualcosa che mi appartenga e che inevitabilmente poi si esprima anche nella mia poesia. Un andamento quotidiano, naturale. L’immagine che mi viene in mente è il colore del mare, che cambia di continuo, di minuto in minuto. La vita quotidiana, del resto, è così: un mutamento continuo. E nella poesia mi lascio portare da questo.

  1. La natura – terra, piante, stagioni, animali – è una presenza viva, quasi spirituale. È un paesaggio esterno o piuttosto un corpo interiore, una proiezione dell’anima?

Terra, piante, stagioni, animali sono di sicuro elementi che ricorrono spesso nei miei testi, me ne rendo conto. Fanno proprio parte di me, o meglio fanno parte di tutti, e io credo di aver sempre avvertito questi richiami molto forti. È un contatto profondo che ho sempre avuto, fin dall’infanzia, un’infanzia nella Maremma toscana, molto a contatto con gli elementi naturali, anche un po’ selvaggi, proseguito poi con le mie esperienze successive: la vita in campagna per tanti anni, adesso affacciata sull’Adriatico. Abbiamo sempre da imparare da ciò che di naturale ci circonda, molto più di quello che pensiamo. Ci sembra di inventare grandi cose, lontane da ciò a cui la natura per la verità ha già “pensato” e per cui ha già trovato soluzioni, e questo perché non vogliamo accettare che l’essere umano non sia al di sopra della natura.

  1. Le tue poesie parlano spesso di madri, figlie, genealogie femminili. Qual è oggi, per te, il senso di una voce poetica al femminile?

Credo che la poesia non possa prescindere dal femminile. La poesia per me è l’espressione di un gesto, e le donne, di natura, agiscono per “gesti poetici”. Questo malgrado in passato – e ancora in certe aree geografiche e momenti storici governati da imperativi maschili – non si sia potuto esprimere pubblicamente. Le donne hanno sempre compiuto gesti poetici, poi hanno avuto – o hanno – meno opportunità di esprimerli. Proprio con uno dei testi compresi in “17-21” ho voluto esprimere questo concetto: “Sono come tutte le donne”.

  1. Molti testi della raccolta sembrano nati da gesti quotidiani – lavare, cucire, coltivare – che diventano metafore di cura e resistenza. È da lì che parte il tuo sguardo poetico?

Esatto. E credo di aver già risposto a questo domanda con quello detto in precedenza. C’è un gesto poetico, poi uno sguardo poetico. E nasce la poesia.

  1. La dimensione del corpo è centrale: corpo che sente, che invecchia, che ricorda, che resiste. Come dialoga la tua poesia con l’esperienza fisica e sensoriale dell’esistere?

Anche questo è un “approdo” conseguente, di cui si può, secondo me, avere consapevolezza vivendo il quotidiano come fosse un andamento naturale. Un corpo che muta e che ricorda, ma che vive nel presente. Credo (o almeno spero) che dalla mia poesia si deduca che per me si tratta comunque di un vivere senza nostalgia, prendendo l’esperienza per quello che è: il risultato che forma il presente (e di conseguenza il futuro).

  1. In 17-21 si avverte un rapporto profondo con il tempo: le stagioni, l’età, la memoria. La poesia è per te un modo per custodire o per trasformare ciò che passa?

Mi piace questo “custodire” che hai detto. Sì, lo vedo molto attinente alla mia poesia. Si potrebbe dire che “17-21”, infatti, custodisca un tempo, un determinato lasso di tempo. Mio, perché visto attraverso i miei occhi, ma che accomuna tutti. Mi sono sempre poi chiesta se la poesia “trasformi”; per quanto mi riguarda, forse la mia poesia mi trasforma nel momento in cui rileggo quello che ho scritto.

  1. Il libro dialoga anche con altri linguaggi: musica, video, performance. In che modo questa apertura multidisciplinare influisce sulla tua scrittura poetica?

Sono sempre stata alla ricerca di linguaggi diversi che potessero dialogare. La commistione mi piace di principio; penso che un modo “multidisciplinare” di vivere la vita in generale renda più completi, più soddisfatti, ed esprima meglio. Laddove le parole possono lasciare dei non detti può intervenire un’azione (per esempio teatrale), un movimento (la danza), un suono (la musica), un segno (l’arte pittorica), e rendere tutto più completo, e anche più comprensibile.

  1. Hai attraversato vari generi – narrativa, poesia, letteratura per l’infanzia – e molte fasi della scrittura. Cosa rappresenta per te oggi la poesia rispetto agli altri linguaggi?

Il concetto che più si avvicina a ciò che rappresenta per me la poesia rispetto ad altri linguaggi è quello di libertà, che potrei sentire – almeno in parte – con la danza. Non perché nella poesia non vi siano schemi, regole, limitazioni (perché comunque ve ne sono), ma perché per me è un’azione più immediata di altre, un canale diretto che mi mette in collegamento con me e con l’esterno. È sempre stato così, e difatti nasco come poeta, anche se poi gli eventi della vita hanno fatto sì che pubblicassi prima narrativa che poesia.

  1. “Così piccole le cose” scrivi in una delle ultime poesie. Cosa resta, per te, come nucleo essenziale dopo il lungo viaggio della parola e della vita?

“Così piccole le cose” è uno dei componimenti a cui sono più affezionata di questa raccolta. Direi che sintetizza bene quello che ho espresso nelle risposte precedenti. Restano cose che “sono care”. Piccole, ma care. E non penso che sia qualcosa di poco conto.

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