Intervista ad Andrea Brutto su Myosotis

Transeuropa Edizioni Recensione Intervista ad Andrea Brutto su Myosotis

  1. 1. Come nasce l’idea di mettere insieme tre testi così diversi in un’unica raccolta?

Inizialmente ciò che ora è una raccolta, inizialmente era solo una poesia in inglese dal titolo Myosotis che avevo scritto dopo mesi nel vedere mia nonna allettata in una stanzetta di un hospice. Il più delle volte, quando entravo, la trovavo con gli occhi chiusi. Ed era per me sempre un colpo. Mi dicevo: ecco, è arrivato il momento. Dunque dopo alcuni mesi mi sono venute in mente queste parole “we go out and then she walks in a field full of forget-me-nots. So, she says, when memory fades away our love knows where to find its place”. E da lì ho scritto per l’appunto questa poesia a versi liberi sulla vita di mia nonna. Ma, una volta conclusa, mi sono detto che non era abbastanza. Dovevo dire di più e spiegare la storia dietro ogni verso. E così nasce Myosotis il racconto. Dopodiché mi ricordo di un mio vecchio racconto dal titolo Lete che avevo scritto alcuni anni fa e di questa nuova idea che volevo sviluppare su un viaggio nell’aldilà. A quel punto vedo nei tre una connessione, ossia il desiderio di parlare di perdita in ogni sua accezione. Decido così infine di legarli come se si trattasse di un diario in cui convivono e si mescolano insieme diversi generi e forme per affrontare il lutto e la perdita.

  • 2. Che cosa ti ha guidato nel dare voce in prima persona alla nonna in Lete?

Il racconto Lete nasce molti anni fa. Provavo un forte dolore nel vedere mia nonna perdere sempre più la capacità di linguaggio a causa della malattia di Alzheimer. Spinto dal desiderio di darle nuovamente la sua voce, ho quindi immaginato una dimensione onirica/parallela in cui lei potesse essere la protagonista e potessimo ancora parlare. Ho provato ad entrare nei suoi pensieri e nelle sue emozioni, almeno…in ciò che penso poteva provare. Infatti io e mia nonna, ci ritroviamo nella sua mente ma a dividerci alla fine è Lete, il fiume dell’oblio. Lete dunque lo trasformo come metafora della malattia di Alzheimer, le cui acque portano via non solo i ricordi ma anche le parole. Ecco, volevo fare questo. Superare per un attimo l’incomunicabilità e poterla salutare di nuovo.

  • 3. Come lavori sull’alternanza tra realismo e dimensione onirica?

Credo che per me siano due sfere quasi intercambiabili. A volte la realtà assume tratti strani e surreali; altre volte l’onirico mi permette di raccontare la verità in maniera velata. Credo di essere stato influenzato da autori e registi come Fellini o Ionesco e Beckett, che hanno sempre fatto convivere quotidiano e assurdo, lucido e visionario. Posso dire che per me l’onirico diventa una sorta di “base sicura” da cui partire per raccontare ciò che potrebbe accadere o ciò che non so o non ho il coraggio di esprimere in forma diretta. Dunque l’onirico diventa il possibile. Potrebbe essere la realtà così come non esserla. Il gatto di Schrödinger, insomma.

  • 4. Perché proprio Myosotis come titolo e come simbolo?

Se devo essere sincero, avrei voluto dare un altro titolo a questo lavoro. Un titolo sarcastico che rispecchiasse di più l’ultima parte. Poi dopo tanti rimuginamenti ho inseguito il cuore. Alla fine credo che Myosotis rappresenta le radici e il cuore dell’opera. Ed è giusto averlo chiamato così.

  • 5. Da dove nasce la vena satirica e grottesca del testo teatrale X Marzo?

Nasce dal dolore. La satira e l’ironia sono per me fondamentale nell’elaborazione di qualsiasi tipo di evento che ritengo difficile o doloroso da affrontare. In particolare, per questo libro, l’elaborazione della perdita dovuta da una malattia e da ciò che il tempo porta via con sé.

La morte è un tema che nell’ultimo periodo ha assunto un nuovo volto. Dapprima era legato solo allo scorrere rapido e inesorabile del tempo. Ora si è focalizzato più sulle conseguenze e gli effetti che esso comporta.

Dunque per affrontare questa do molto spazio alla creatività linguistica, specie in X Marzo. Voglio dare libertà alla lingua di esprimere il caos, lo sconcerto, ma anche la vitalità che il dolore paradossalmente porta con sé. In fondo, quando vivi qualcosa di grande, anche la lingua si plasma per cercare una spiegazione.

  • 6. Qual è il rapporto tra autobiografia e invenzione nei tre racconti?

Posso dire che sono interconnessi. Ho trovato le parole nei miei familiari, nei loro comportamenti, abitudini e pensieri. Parlo di una parte della storia della mia famiglia. Un particolare periodo che ha scosso tutti noi. In particolare nell’incapacità di affrontare la malattia di mia nonna. Non avevamo grandi conoscenze. È stato un continuo apprendere sul momento. Parlo quindi di una storia vera, di tutti i giorni e spero che in qualche modo possa essere di conforto per chi sta affrontando quello che abbiamo attraversato noi.

  • 7. Come hai affrontato narrativamente il tema della morte?

Cercherò di spiegarmi al meglio. E credo che sarò un po’ prolisso. Dunque, ho affrontato narrativamente il tema della morte attraverso tre testi che dialogano tra loro anche se appartengono a generi e forme diversi. Questa può sembrare una scelta casuale ma non lo è. Anzi, mi permette di affrontare ed elaborare il lutto in modi diversi tanto che di conseguenza anche l’io narrante cambia ed è in cerca non solo di sé ma anche del modo migliore di raccontare l’amore e la perdita. Infatti in Lete e Myosotis il narratore è autodiegetico. Nel primo raccontolo si trova nella voce di mia nonna e in Myosotis nella mia. Invece in X Marzo il narratore diventa esterno.

In Lete, ho scelto la forma del racconto. Questo mi permette di realizzare uno dei miei più grandi sogni: poter stare ancora vicino a mia nonna. Mi trasformo in lei e mi immagino ciò che lei potesse provare, sentire e ricordare. Invece in Myosotis, oltre a raccontare la storia autobiografica, vi sono anche degli intermezzi dalla poesia originaria Myosotis. Più che accompagnare il racconto, è lei a guidarla. E la parte narrata sono solo la spiegazione di ciò che si svela dietro quelle strofe.

Con X Marzo la forma cambia ancora. Si trasforma in un testo teatrale narrato in terza persona. Il teatro mi permette di prendere distanza, di mettere in scena il dolore e guardarlo da fuori in maniera ironica, sarcastica e grottesca.

Infine, a collegare questi tre testi ci sono delle pagine di diario che intervengono tra un racconto e l’altro. Il diario è il filo rosso del progetto: è lo spazio in cui posso dare luce alle mie preoccupazioni, alle preghiere, speranze e domande insomma… al mio flusso di coscienza. Posso affermare che l’intera opera assume la forma di un grande diario in cui si inframezzano generi diversi (racconto, poesia, teatro) proprio perché un diario permette di contenere tutto: frammenti, confessioni, esperimenti narrativi, forme che cambiano insieme alle emozioni. In questo modo la narrazione del lutto diventa molteplice. Vuole essere una ricerca costante di ricordare ciò che è stato perso in modi diversi anche attraverso il riso. Sorriso che a volte diventa l’unica risposta che si può dare e delle altre in cui diventa mezzo catartico di un grande dolore.

  • 8. Che ruolo ha il corpo nella tua scrittura?

Un aspetto che ho notato recentemente è che non descrivo i miei il corpo dei miei personaggi. Mi soffermo perlopiù sugli occhi, capelli e l’espressioni del viso. Non lascio trasparire i loro tratti fisici quali altezza o peso. Se non ad eccezione mia. Infatti, nel secondo racconto, parlo del sentirmi meglio nel guscio in cui vivo. È stata ma è ancora una battaglia in corso.

  • 9. Come è nata l’idea dell’aldilà come azienda?

Una sera di alcuni anni fa stavo guardando con i miei il film Momenti di trascurabile felicità. E mi ha colpito molto la scena in cui il protagonista si ritrova in paradiso e deve stare in coda per parlare allo sportello con un angelo. La mia mente deve quindi aver fatto alcune associazioni remote fino a concepire il paradiso come un’azienda gestita da Dio in cui i morti fanno fatica a vivere, dove devono ancora lavorare allo sfinimento e convivono in semi-conflitto con gli angeli. Spero abbia senso quello che ho detto e spero di non spaventare nessuno per il mio subconscio un po’, come dire, assurdo. Sono una brava persona, lo giuro. 

  1. 10. Qual è l’immagine-cuore del libro, quella che lo rappresenta più di tutte?

Credo che sia Myosotis, ossia il non-ti-scordar-di-me. Un piccolo fiorellino il cui nome racchiude speranza e quasi una promessa: continuare a ricordare le persone che ci amano e che ci hanno amato, nonostante tutto

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