- Il conflitto in Tondelli tra la necessità di stare al mondo e il bisogno di sottrarsene
Il cuore dell’opera di Tondelli è questo doppio movimento: il desiderio di appartenere al mondo e, insieme, quello di sparire da esso. È un autore che vive tutto — la notte, la musica, il corpo, la velocità — ma che sente costantemente il bisogno di tradurre quella vita in una lingua altra, in una forma. C’è una tensione continua tra immersione e distanza, tra vitalismo e clausura. Lo scrittore come monaco e come dandy allo stesso tempo. In fondo, Tondelli è un ragazzo che ha amato la vita fino in fondo, ma che ha capito presto come la vita da sola non basti: serve la scrittura per salvarla, per darle senso. E questo è il suo conflitto più fecondo: essere nel mondo e insieme sottrarsi, per trasformare l’esperienza in conoscenza, la carne in parola. È la condizione di ogni artista moderno, ma in lui diventa una forma di grazia, e anche di condanna.- La sua concezione della scrittura, il lavoro editoriale come prolungamento dell’autorialità
- Tondelli non concepisce la scrittura come un atto solitario, ma come una forma di comunità. Lui ha vissuto la letteratura come un gesto ospitale, inclusivo. Il Progetto Under 25 nasce proprio da questa intuizione: che l’autore possa diventare un editore di anime, qualcuno che riconosce e accoglie la voce degli altri. In questo senso, il suo lavoro editoriale è il naturale prolungamento della sua autorialità. Non smette di scrivere: cambia solo il modo. Cura, seleziona, accompagna, costruisce una scena. E lo fa in anni in cui l’Italia è attraversata da un enorme vuoto generazionale, con i ragazzi lasciati ai margini del discorso culturale. Lui si mette accanto a loro, non sopra. Li ascolta, li fa scrivere, li pubblica. Ecco, credo che in questo ci sia la parte più politica della sua eredità: l’idea che la letteratura non è un monologo, ma un contagio. Che scrivere non serve a parlare di sé, ma a creare un campo comune di desiderio e di senso.
- Il paragone con Pasolini, Kundera e Tolstoj
- Pasolini, Kundera e Tolstoj non sono per Tondelli tre maestri, ma tre fuochi che illuminano il suo stesso campo d’azione. Con Pasolini condivide la tensione morale, la parola come atto di parresia. Ma cambiano tono e stagione. Pasolini è la nitroglicerina degli anni Settanta, la voce che scardina il potere da fuori; Tondelli è un petardo clandestino dentro il sistema: parla di sesso, di fede, di amicizia, ma dentro la forma pop e ironica del postmoderno. Non grida, ma scava. Con Kundera, invece, il dialogo è intellettuale e affettivo. Camere separate e L’insostenibile leggerezza dell’essere raccontano lo stesso esilio interiore, la stessa frizione tra libertà e fedeltà, tra peso e leggerezza. Entrambi costruiscono triangoli amorosi come strumenti conoscitivi, per esplorare l’ambiguità dell’amore e del desiderio. Li unisce l’ironia — quella lama che ferisce perché rivela la verità delle cose. In Kundera è filosofica, in Tondelli è pudore e tenerezza. E poi Tolstoj, che a prima vista sembra lontanissimo e invece è il suo contraltare morale. Nel libro non lo cito come maestro stilistico, ma come paragone morale e “politico” (nel senso profondo dell’etica del vivere). Dico chiaramente che l’accostamento sembra folle, eppure lo rivendico: tra Tolstoj e Tondelli corre un filo “rossonero” fatto di libertà, anarchia e un’idea indomita di giustizia. Tolstoj rifiuta potere e gloria per un’etica radicale della non-violenza; Tondelli agisce su un fronte diverso ma parallelo: scardina l’autoritarismo morbido degli anni ’80, l’ipocrisia, la marginalizzazione, costruendo comunità e pratiche di libertà nella vita vissuta e nella pagina. È qui che nascono i “tolstoiani” e i “tondelliani”: due militanze laiche, due modi di fare del romanzo una forma di vita condivisa.
- Il viaggio a Correggio, il centro di documentazione e il valore della memoria
- Andare a Correggio è come entrare nel corpo vivo di Tondelli. Il Centro di Documentazione custodito nella Biblioteca è un luogo semplice ma potentissimo: lettere, manoscritti, dattiloscritti, fotografie… tutto respira ancora. È una memoria che non chiede culto, ma partecipazione. Bisognerebbe farne un luogo di trasmissione, non di commemorazione: portare lì le scuole, i giovani scrittori, chiunque voglia capire che cos’è stato davvero Tondelli. Perché la sua grandezza non sta nell’essere “autore di culto”, ma nel continuare a parlarci del nostro bisogno di libertà, di verità e di comunità. Ecco, il modo migliore per tenerne viva la memoria è continuare a leggerlo, ma anche a praticarlo: nelle scuole, nei laboratori, nei festival. Non per imitarlo, ma per proseguire il suo gesto. La memoria, quando resta viva, non è mai un museo: è una sorgente.
Fonte: link alla video-intertvista.
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