Una linea può essere attraversata con lentezza o con la voracità di chi ha bisogno di scavalcare il tempo, un confine, questo, che indica scadenze e delimita quegli spazi oltre i quali qualcosa non è più spendibile nel sistema di valori che lo ha prodotto. Deadline è la parola che contiene tutto questo e molto altro, quella parola che, da alcuni anni a questa parte, è entrata nel vocabolario italiano e nel nostro quotidiano. Ed ora, dopo anni a pronunciarla, ce la portiamo appresso senza più interrogarla, tanto che, nel tempo, ha finito per coincidere con il ritmo stesso delle nostre giornate, diventando una neutra, quasi impercettibile, svuotata del suo significato e proprio qui, all’intersezione tra tutto ciò, si consuma una delle trasformazioni della contemporaneità, perché ciò che viene normalizzato, attraverso la lingua, i nostri corpi e nelle nostre menti, non è soltanto il rispetto di una consegna, ma l’idea stessa che la nostra esistenza possa essere segmentata, ottimizzata, resa funzionale a qualcosa che la precede e la supera.
Tra le pieghe di questa riflessione si inserisce la scrittura di Davide Ricchiuti con Deadline naturale (Transeuropa, 2026), “il racconto poetico e carnale di una rinascita: dalla compressione metropolitana alla libertà selvatica, dal monolocale all’accampamento tra betulle e ulivi”. Tra le pagine del suo libro, in una forma poetica che si distende per frammenti e movimenti, c’è l’odore che tiene insieme la terra smossa e il residuo acre di un circuito bruciato, come se il linguaggio avesse attraversato una combustione per potersi liberare e tornare a farsi materia viva, qualcosa che si può toccare e che, nel contatto, si trasforma; c’è il movimento che prende avvio da uno spazio chiuso, misurabile, dove il tempo è scandito da consegne e la lingua si riduce a funzione, e procede verso una dimensione in cui ogni coordinata si espande, si fa instabile, richiede un (ri)apprendimento che passa prima di tutto dal corpo. E poi c’è il racconto che non è lineare, ma si articola nei due gesti del lasciare e dell’andare, che letti insieme indicano una postura, un modo di stare nel mondo che implica perdita e acquisizione, disorientamento e nuova misura, secondo una tensione che la stessa struttura dell’opera restituisce come tentativo di riappropriazione del tempo, del corpo e del senso. Non c’è nulla, in queste pagine, che possa essere ricondotto a una visione consolatoria della natura, perché ciò che emerge è piuttosto un confronto continuo con la sua resistenza, con la sua opacità, con la necessità di disimparare ciò che è stato interiorizzato per poter accedere a un ritmo che non appartiene più alla logica della prestazione ma a quella della trasformazione, dove ogni gesto si carica di una densità che non può essere semplificata.
Da Pro.Vocazione alla produzione di podcast fino a Deadline naturale. Quanto è importante per te che la scrittura nasca dentro uno spazio condiviso e non solo individuale? E come ti muovi tra la creazione di contenuti e la scrittura?
Scrivere è un gesto solitario. Ma nel momento in cui ho iniziato a pubblicare credo di aver attraversato quella soglia tra sfera pubblica e sfera privata di cui parla Hannah Arendt in Vita Activa. L’80% di ciò che scrivo rimane nella mia sfera privata, ma quel 20% che periodicamente vede la luce attraverso podcast, newsletter, editoriali o libri entra nello spazio pubblico, che per Arendt è il luogo in cui gli esseri umani si mostrano gli uni agli altri attraverso l’azione e la parola. Non solo si mostrano, ma si rivelano nella loro essenza negoziando liberamente il significato della propria esistenza. Avere consapevolezza che ciò che pubblico popola uno spazio di senso condiviso mi obbliga a confrontarmi con il valore di ciò che scrivo. Se ha valore solo per me, è bene che rimanga nella sfera privata. Credo che sia stata proprio la tensione che si è creata nel corso del tempo tra la lingua che usavo per creare contenuti (podcast, newsletter, editoriali, curatele) e la lingua propria della scrittura letteraria (racconti brevi e lunghi) ad accendere la scintilla per scrivere Deadline naturale. La lingua dei contenuti spiega e ottimizza la comprensione; la lingua della poesia, invece, raschia l’eccedenza e apre a molteplici direzioni di senso diradando le parole. Può darsi che negli ultimi anni ci fosse stato uno sbilanciamento tra questi due poli nella mia vita. Avendo accelerato la creazione di contenuti da una parte, devo aver vissuto un rallentamento dall’altra: si era ridotto talmente tanto lo spazio per la libera circolazione della parola letteraria che, a un certo punto, è riemersa da sola nella sua carnalità.
Nel libro il punto di rottura coincide con un evento fisico improvviso, un cedimento del corpo che interrompe la continuità della vita quotidiana: quanto è stato necessario, per te, arrivare a quel limite prima di poter immaginare una trasformazione?
È stato fondamentale. L’organismo ci parla sempre, di giorno e di notte, ma difficilmente lo ascoltiamo con consapevolezza. Soprattutto se viviamo in una metropoli, perché in contesti del genere tendiamo a ricevere una quantità immane di stimoli artificiali e a rispondere all’ansia che ne deriva con antipsicotici, all’insonnia con farmaci ipnotici, agli stati depressivi con principi attivi come la sertralina, che inibisce la ricaptazione della serotonina nel cervello e quindi la lascia in circolo più del normale, procurandoci un benessere artificiale. Spesso anche il momento dell’aperitivo si trasforma in una semplice fase del lavoro piuttosto che in un atto di socializzazione pura o di rilascio di tensione. In Deadline naturale il gin tonic che nomino in una poesia è, in questo senso, un dispositivo simbolico. Il bicchiere contiene più socialità performativa che gin. Nel mondo della natura e del limite biologico, invece — quello che vive il protagonista nella seconda parte del libro — il rituale dell’aperitivo appare superfluo. Nella natura non puoi performare il benessere se non lo stai vivendo davvero. E se lo vivi davvero, ne godi in silenzio, circondato solo da biofonie e geofonie degli elementi naturali con cui sei a contatto. Sarebbe bello se bastasse una lettura giusta o una conversazione illuminante per accorgerci che abbiamo davvero bisogno di un cambiamento profondo nella nostra vita quotidiana. A volte queste cose sono sufficienti, ma nel caso del protagonista di Deadline è stato necessario scontrarsi con un dolore fisico vero e proprio.
Tra le pagine del tuo libro, la città appare come uno spazio che eccede la sua dimensione geografica e diventa una condizione mentale, una forma di percezione del tempo e di sé.
In città sprechiamo talmente tanta energia per nutrire le nostre ansie che poi non ce ne rimane più per vivere le emozioni sane. La struttura spaziale e temporale della città è così totalizzante da farci dimenticare che esistono altre strutture possibili. Il viaggio del protagonista di Deadline è un movimento che va dal verticale all’orizzontale, dal grattacielo dell’ufficio di Milano al terreno aperto e selvaggio su cui poggia i piedi quando arriva in Molise. La concezione che abbiamo di noi in città è molto diversa da quella che scopriamo nella natura: in città siamo ammorbati dalle deadline intese come scadenze lavorative che dobbiamo rispettare (e spesso siamo in ritardo sulle consegne perché il tempo che ci è concesso per lavorare a un progetto è sempre meno di quello che servirebbe per portarlo a termine in modo accurato). In natura, invece, la deadline coincide con il ritmo dei cicli universali, con la raccolta del fieno prima che piova (altrimenti diventa inutilizzabile per gli animali); con la ricerca di uno spazio all’ombra di un faggio secolare quando il sole estivo diventa insopportabile; con l’impossibilità di reperire sempre, in ogni stagione, tutta la frutta e la verdura che, invece, arriva sempre in città perché coltivata in serra; con l’adattamento alle forti escursioni termiche tra la notte e il giorno. Confrontarsi con la vita nelle zone selvatiche del Molise ha influito anche sulla condizione mentale del protagonista. Ha smesso di usare psicofarmaci e si è confrontato con l’ansia che deriva dall’incontro casuale in totale solitudine con animali selvaggi come cinghiali, volpi, lupi, cavalli. Riuscire a gestire la tensione in situazioni come queste — in cui anche le notti in tenda da soli sono fonte di timore perché intorno non ci sono lampioni, bar, Netflix, connessione digitale — significa confrontarsi a livello profondo con se stessi. Se inizi a saper gestire questo tipo di angoscia, cominci a conoscere te stesso nelle situazioni più estreme. E se provi a convivere, di notte, con i rumori dei rapaci che planano tra le fronde degli alberi, delle talpe che scavano tane o con i lombrichi che strisciano sulle foglie di cicoria selvatica vicino alla tua tenda, allora ti sarà più semplice convertire l’energia dell’ansia in energia utile per sopravvivere.
I due movimenti del libro, Lasciare e Andare, sembrano costruire un unico gesto che tiene insieme coraggio e metamorfosi.
Sì. Lasciare, andare e «lasciar andare» sono tre forme di movimento che costituiscono la sottotrama di tutto il libro. Ma, mentre lasciare e andare sono forme di movimento attivo, il «lasciar andare» è una forma di movimento diversa, che si può raggiungere solo dopo aver percorso le prime due fino in fondo. Lasciare si riferisce all’allontanamento dalle dinamiche urbane, dalle strutture spazio-temporali che connotano la metropoli, il lavoro alienante e l’autorappresentazione attraverso i social che il protagonista fa di sé nel tempo libero. Andare è il moto verso un luogo puro e selvaggio. Un luogo in cui l’idea bucolica iniziale è subito sostituita dalle forze primordiali della natura con cui è necessario cominciare ad avere familiarità, se si vuole sopravvivere o vivere senza ansia, in accordo con i cicli temporali della Terra e con animali e piante che la abitano. In questo contesto, il «lasciar andare» diventa un nuovo modo d’esistere per il protagonista del libro. Non ha a che fare con uno sforzo (come, ad esempio, i passi frettolosi che facciamo per andare al lavoro quando siamo in ritardo), ma con l’ascolto. L’ascolto è la sospensione del movimento affinché qualcosa si muova verso di te. È una modalità dell’accogliere. Si tratta di un processo lento, quasi come la maturazione di un frutto: non la vediamo mentre si sta compiendo, ma accade.
Nel passaggio dalla dimensione urbana a quella naturale non c’è mai un’immagine consolatoria, ma piuttosto un confronto continuo con la fatica, l’errore, il limite del corpo: che tipo di apprendimento è stato, per te, entrare in relazione con un ambiente che non si lascia addomesticare?
Per uno come me che si è laureato in filosofia, abituato ad analisi teoriche più che all’utilizzo consapevole del corpo per la sopravvivenza, è stato complesso. Così come lo è stato per il personaggio di Deadline, che lavora in un ufficio e si occupa di copywriting, ossia di parole. Il fatto che la natura non si lasci addomesticare è stato anche un espediente narrativo per fare in modo che il protagonista riuscisse ad uscire dal proprio dolore egocentrato. Quando manca il confronto con la realtà concreta, sembra sempre di essere i soli a soffrire. La natura non concede centralità all’ego, anzi lavora in modo tale da farti accettare in modo silenzioso il tuo dolore. Ogni albero è sempre esposto a tempeste di vento, a volte anche devastanti per i rami delle fronde più alte, eppure quasi sempre riesce a rimanere in vita o a rinascere, grazie alla stabilità che le radici danno al tronco e all’aiuto biochimico che le piante si danno le une con le altre. C’è una forma di conoscenza, nella natura, che non passa attraverso gli schermi dei cellulari. Si scrive nelle strutture vegetali e nel corpo umano di chi ci vive a contatto attraverso le ginocchia sbucciate, il fiato corto, le mani che si screpolano al vento. Lo stesso termine «deadline» conserva un’origine violenta che oggi abbiamo dimenticato. A fine Ottocento «deadline» era una linea verificabile. Durante la Guerra Civile americana indicava un confine all’interno di alcune prigioni. Chi la oltrepassava veniva fucilato. Una parola nata per delimitare la morte diventa, in Deadline naturale, il modo con cui il protagonista misura le scadenze della sua vita quotidiana. Nel libro, deadline marca il confine tra una modalità esistenziale alienata e una più autentica, dove il tempo e il corpo ritrovano senso perché si accordano alla necessità di potare una vite o alla durata della fioritura di un pesco.
Se volessi circoscrivere delle parole chiave di questo libro direi corpo, tempo, trasformazione, digitale e reale. Ti ritrovi?
Sì. La trasformazione che racconto nel libro è intesa come passaggio da una condizione di isolamento urbano (stare da soli, a casa, ma connessi digitalmente al resto del mondo) a una condizione di solitudine naturale (essere soli in natura, senza mezzi digitali, ma connessi alla ciclicità naturale). Aggiungerei, poi, una sola parola: soglia. Perché tutto Deadline è attraversato anche da momenti epifanici come, ad esempio, il momento del dolore lancinante all’addome che prova il protagonista prima di decidere di cambiare vita. È quello spasmo che fa salire in superficie il suo esaurimento nervoso. La consapevolezza di avere un problema a livello psicologico passa attraverso il corpo. Oppure il cancello del condominio sbattuto per l’ultima volta, la prima notte nella tenda, la cascata del Carpino dove il protagonista ascolta la voce del terreno, cosa, quest’ultima, che può fare solo perché ormai la trasformazione del proprio corpo e dei propri pensieri è in atto, la soglia è stata percorsa e ora lui è in grado addirittura di percepire vibrazioni del terreno che gli sembrano parole. Riguardo alle parole «digitale» e «reale» sono d’accordo con te. E ne approfitto per dire che non vorrei che il libro venisse letto come un manifesto anti-tecnologico. Da una parte, è vero che il conflitto tra digitale e reale ha a che fare soprattutto con il modo in cui noi utilizziamo la tecnologia, piuttosto che con la tecnologia stessa, ma è pur vero che dobbiamo considerare anche le intenzioni che muovono le grandi società del Tech a programmare app, siti e AI che installiamo sui nostri dispositivi. E queste intenzioni tendono a farci perdere la memoria, archiviando le foto sui cloud, delegando alle mappe digitali i nostri percorsi, suggerendo una lista di acquisti possibili per noi sulla base della raccolta dei nostri dati. Insomma, in questo cambiamento epocale non siamo solo di fronte a un mezzo digitale, ma stiamo anche vivendo un nuovo tipo di ibridazione tra biologia e tecnologia, in cui chi decide come programmare le app decide anche un po’ il futuro degli umani. E questa ibridazione mi sembra talmente profonda che confesso di essere d’accordo con Andrea Daniele Signorelli quando ipotizza l’evoluzione di un nuovo tipo di umanità che sta sostituendo l’homo sapiens: l’umanità dei techno sapiens.
Il libro non offre una vera chiusura, ma sembra restare aperto. Si tratta di una scelta legata alla materia stessa che racconti, o a un’idea più ampia di forma?
La storia sottesa a Deadline naturale la stiamo ancora vivendo sulla nostra pelle. Per questo, attraverso queste poesie, cerco di raccontare la metamorfosi, ma non il suo epilogo. Non intendo dire che tutti stiamo tornando verso una natura selvaggia per ritrovare una dimensione più adatta alla nostra natura umana, ma molti di noi sono stanchi del profluvio di notifiche a cui fare attenzione ogni pochi secondi, stanchi delle mail di lavoro che arrivano fuori dall’orario di lavoro. Molte delle persone con cui parlo quotidianamente vivono in quella società della stanchezza teorizzata da Byung-Chul Han. Inoltre, Sara, te lo confesso, il libro resta aperto anche perché, quando ho finito di scriverlo, ho capito che c’era ancora molto da dire. Raccontare in versi se e come il personaggio di Deadline riesca a sopravvivere in natura o se alla fine decida di tornare in città sarà materia di un secondo libro di poesie che parte dalle acquisizioni del primo, ma che sarà possibile leggere anche in modo indipendente da Deadline naturale. Non l’ho detto a nessuno ancora, ma in nome della nostra amicizia letteraria, te ne svelo anche il titolo: Vita modulare. L’editore sarà ancora una volta Transeuropa.
Torno al concetto di trasformazione. Cosa hai perso definitivamente e cosa invece hai guadagnato? E soprattutto: questo “lasciar andare” è qualcosa che si può davvero insegnare, o ognuno deve arrivarci da solo?
Sia io che il personaggio di Deadline abbiamo perso una certa dose di ansia da notifica, ci siamo allontanati dalle sindromi da disconnessione e abbiamo acquisito un sapere tecnico-pratico che passa attraverso la cultura orale. I versi «ora la mia bocca taciturna / frequenta la memoria degli anziani / che insegna alle mie mani / come ammassare per l’inverno / in un antico barile / il biancore profumato / dei pruni di fine aprile» dovrebbero, nelle mie intenzioni, dare l’idea concreta di che cosa significhi «lasciar andare» e di quale sia la posizione che il personaggio del libro ha duramente conquistato. Una posizione di ascolto e di accoglienza. Questi versi significano più di quanto dichiarano, perché la memoria delle persone con cui il protagonista di Deadline si è confrontato in Molise gli ha insegnato anche altre cose come, ad esempio, i metodi per raccogliere le olive senza l’ausilio di macchinari meccanici. Metodi che si possono mettere in atto solo nella finestra temporale che va dall’alba al tramonto nel periodo invernale, nei giorni in cui l’oliva sta virando il colore e prima che sia attaccata da insetti che ne corromperebbero la qualità, dato che nessun pesticida viene utilizzato. Bisogna prevedere se e quando arriverà la pioggia e, una volta raccolte le olive, si compie un atto d’amore (che è anche un obbligo dopo la fatica impiegata): rimanere con il raccolto fino al momento della molitura, anche se questo volesse dire rimanere in frantoio fino a notte inoltrata. Non credo che questo «lasciar andare» si possa sistematizzare come forma di insegnamento, ma senz’altro esistono testi come il Canone pāli di Gautama Buddha, il Tao Te Ching di Lao-Tzu o L’arte della guerra di Sun Tzu che possono servire per orientarsi nelle viscere della propria vita spirituale, in cui lo spirito è fuso in modo inscindibile con la consapevolezza del proprio corpo. In questo senso, Deadline naturale non dà istruzioni su come cambiare la propria vita, ma usa la parola poetica per cercare le radici più profonde del proprio dolore e iniziare, da quel luogo oscuro, un cammino di risalita e trasformazione.
Intervista di Sara Durantiniu su Voci dall’isola del 12.05.26
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