Recensione a Mi manca il fiato di Fabio Pacifico

Transeuropa Edizioni Recensione Recensione a Mi manca il fiato di Fabio Pacifico

Mi manca il fiato è la nuova raccolta poetica di Fabio Pacifico, napoletano d’origine e salernitano d’adozione, che torna a pubblicare a distanza di vent’anni dal primo libro. L’opera, cinquantaquattro componimenti in verso libero, mantiene le promesse del titolo: è una poesia che somiglia a un flusso di coscienza, che sembra versata sulla pagina di getto, senza fiato, appunto. Ma è anche una poesia emozionale, di scavo e scarnificazione della parola, che procede per sottrazione, come si fa per riprendere il fiato dopo averlo trattenuto.

Ma attenzione, non aspettatevi versi che seguono il pensiero senza filtri. Pacifico regala figure retoriche di suono e di significato, parole ricercate e persino un neologismo: ciclomotorami. Le poesie non rispettano i canoni della tradizione, se si eccettua un sonetto che sa anche di sfida retorica, e toccano molti temi. Si va dallo scavo interiore al digitale, dal sesso a una sedia, dal femminicidio alla mancanza, alla necessità di lasciare andare eppure di restare. Significativa anche la veste grafica dei versi: mai una maiuscola all’inizio, pochissima punteggiatura, molti spazi bianchi che, come Montaliana memoria, diventano parte integrante dei testi.

L’indice dell’opera edita da Transeuropa mostra una successione di poesie dai titoli astratti e surreali che anticipano contenuti intensamente introspettivi ed emotivi. I versi esplorano temi complessi come la nostalgia, la pressione sociale e l’ansia, ricercando un equilibrio tra il dolore personale e la necessità di lasciarsi andare:

Cercavo equilibrio
luoghi
suggestioni
immagini
trovavo intensità nelle emozioni
…mi manca il fiato

La poesia, ce lo scrive l’autore nei versi iniziali, si fa esigenza e diventa cura, scatta e s’arresta, trattiene e libera, cattura la realtà domestica e lavorativa con immediatezza, spesso caricandola di tensione o disillusione. In questa seconda raccolta, la prima da adulto, c’è il peso delle responsabilità di chi è diventato grande e così, in un unico getto, si condensano sulla pagina “casa, moglie, figli, lavoro” e la sensazione che, tornando indietro, si inciamperebbe comunque. La consapevolezza si traduce anche nell’accettazione della ciclicità della vita, come l’inizio inesorabile della settimana dove “si riparte ed è sempre lunedì”. Emerge, inoltre, una critica diretta alla società in cui “vince sempre la vacuità” e dove le persone sono “mai curiose, mai attente, mai giocose”. Le poesie denunciano la perdita di prospettiva, con individui “sempre persi online,” chiusi in casa (“nessun piede fuori casa”), con la “mente sottovuoto”.

In sostanza il flusso di coscienza manifesta la vita interiore dell’autore attraverso una serie di rapidi salti concettuali e immagini dense, come l’accostamento tra “illusione a buon mercato” e la “dipendenza dagli alcolici”, o la descrizione di sé come “ergastolano tenace”, mostrando l’intersezione tra le sfide pratiche dell’essere uomo e la costante ricerca di significato ed emozione, un po’ come un fiume sotterraneo che riaffiora in momenti casuali e intensi della vita quotidiana. Vi è un uso intenso e vario di strumenti stilistici, spesso finalizzato a rendere l’immediatezza dell’emozione. Così ritroviamo frammenti che uniscono metafore sostanziali e analogie, come in “sei la mia pagina bianca”, “giungla emotiva”, “dinosauro del mio futuro” o “ergastolano tenace”, insieme a numerosi esempi di enumerazione e asindeto: “stanzoni, portoni, corsie e affiliati”, “battere, stringere, mordersi, titubare, abbandonarsi”.

Chissà quanto consapevolmente, l’amore per la poesia di Montale, che ha catturato l’autore sin dai tempi del liceo, riemerge in più di una strofa. Ma ancora più chiari sono i temi e le risonanze stilistiche che si accostano a Fernando Pessoa. Il richiamo all’autore portoghese non è solo tematico, ma viene sancito dalla presenza di una sua citazione diretta che chiude il testo poetico: “Il mio sguardo è nitido come un girasole”.

Ho l’abitudine di camminare per le strade
guardando a destra e a sinistra
e talvolta guardando dietro di me…
E ciò che vedo a ogni momento
è ciò che non avevo mai visto prima,
e so accorgermene molto bene.
So avere lo stupore essenziale
che avrebbe un bambino se, nel nascere,
si accorgesse che è nato davvero…
Mi sento nascere a ogni momento
per l’eterna novità del Mondo…

(F. Pessoa)

Pacifico condivide con Pessoa e in particolare con gli eteronimi che esaltano la sensazione e la percezione immediata, come Alberto Caeiro, l’obiettivo di ricercare e catturare la “novità eterna” e lo stupore nella realtà. Mi manca il fiato è una raccolta che ha il pregio di una sincera introspezione e il suo posizionamento editoriale in una collana di rilievo nel panorama della “nuova poetica” ne suggerisce la qualità e l’assoluta potenzialità letteraria.

Articolo di Giulia Trucillo per il litblog Girodivite

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