Recensione a Roveto Ardente di Veronica Tomassini

Transeuropa Edizioni Recensione Recensione a Roveto Ardente di Veronica Tomassini

Roveto ardente, poetica di una vita – tra la ferita e la rivelazione (Transeuropa, 2025) di Veronica Tomassini è un libro di fuoco, che potremmo includere nella saggistica, eppure, allo stesso tempo, potremmo considerarlo il racconto letterario di una vita che s’incide nella carne, perché Veronica Tomassini o la ami o la odi, non puoi ignorarla, non puoi metterla nel calderone degli scrittori italiani viventi. La sua poetica anti-borghese, religiosa, vertiginosa non è mai stata underground, è piuttosto espiazione, purificazione da un lutto sempre presente, sradicamento celeste, ascesa cristica. 

Dovrebbe essere, questo, un manuale, uno dei pochi cui non dare fuoco, il fuoco lo ha già dentro. Non è un manuale di scrittura creativa, perché non c’è altro insegnamento che la vita stessa, la Verità che si scolpisce nella carne. Partendo dai viaggi in treno, da una scrittura che scorre, dissolve, cristallizza. Le letture: Christiane F., Noi i ragazzi dello zoo di Berlino, letto a nove anni, un libro che la segna, la porta dritta dal semaforista che sarà parte della sua vita, e della sua morte, in senso figurato. Il racconto della nascita di un romanzo: Sangue di cane, un romanzo burroughsiano, ma anche slavofilo, sebaldiano, un romanzo-verità, in cui la vita con il semaforista, e il suo abbandono, diventa un’indagine sugli ultimi della terra, senza risparmiarsi nulla.

Nella scrittura di Veronica, penso soprattutto alle ultime sue opere, scorgo fortissimo l’afflato del Mistero Doloroso di Anna Maria Ortese. L’incontro con i Salmi, quasi tutta la sua scrittura fosse un’ininterrotta salmodia, una preghiera che si conosce nel suo perdersi, una comunicazione con l’oltre. La scrittura di Veronica è affascinante e respingente, devi superare la prima pagina, l’impatto con una lingua fuori dal senso comune, un impatto importante, violento. Bisogna leggerla come una scrittura dell’oltre e dell’altrove. 

I libri, gli autori amati, si diceva, Milan Kundera, Christian F., Alberto Moravia, Anna Maria Ortese, Dostoevskij, Sebald, Čechov, un’impronta fortemente slavofila. Quanto conta la letteratura e quanto la vita? Qui non vi è distinzione se non per mezzo del linguaggio. Una lingua dell’assoluto, dell’eterno. Eternità ritrovata, di cui scrive Rimbaud. Non si può insegnare a scrivere, quello è un marchio che hai dentro, si può educare un talento selvaggio, talvolta non si può fare neppure questo – vedi Artaud – ma Veronica è riuscita a non andare mai troppo in basso, i picchi sono altissimi, ma gli atterraggi non sono mai cadute, sono contenuti in una fede profonda, che non cede mai all’emotività distruttiva. Le parole l’hanno guidata fin dal primo contatto con la scrittura. La sua, un’estasi mistica, vissuta nella pura passività del sentire, una passione religiosa. Buona la prima, scrive. Di tale levatura ne ho incontrati solo due: Alfonso Guida e Veronica Tomassini. Autori fuori dalla prigione del tempo, eterni, forgiati dal fuoco della poesia, estremi, senza compromessi. Veronica riscrive la sua vita con lo sguardo della distanza in una leopardiana lettera a se stessa. L’eleganza è misura della sua letteratura, qui ne abbiamo un esempio:

La vita si è poi dimostrata complice, costellata da diverse stazioni in cui il destino pareva soprassedere e non costruire. Come recitava Jaromil il poeta ne “La Vita è altrove” di Milan Kundera: sembrava che avesse smesso di costruire le sue stazioni. Nella desolazione dell’evidenza, la tragicità

di un qualche avvenimento, tuttavia il destino precipitava ancora a fornire altre provocazioni, un folto bosco di pretesti per non sfuggirgli e a tentoni avanzare nell’identico sentiero che conduceva, avrebbe dovuto perlomeno, non a una qualche verità, ma alla sola, o al suo esecutore immaginifico e lucente, il sovrano e il fanciullo. Innocenza e regalità. Purezza e autorevolezza. I chiodi della scrittura.

Perciò, Veronica Tomassini può insegnarci a sopportare il peso dell’esistere, con una combinazione esatta di abissalità e levità. Scrive Davide Brullo in postfazione:

Roveto, la più umile pianta, sterpaglia che cresce in ogni bosco, in ogni bruta petraia, in ebraico si dice seneh ed è parola preziosa, che compare soltanto lì, in “Esodo”, a onore del roveto che arde, del roveto in cui ha preso dimora l’ardore di Dio (“colui che abitava nel roveto”, è detto l’indicibile in “Deuteronomio”, 33, 16). Tutto il mondo, tutti i cieli, riassunti in un roveto. Credo vi sia sintonia simbolica tra quel roveto e la corona di spine che cinge il Figlio; credo ci sia legame ombelicale tra seneh, il roveto, e la rivelazione del Nome, ehyeh ašer ehyeh, l’essere che fu, è, sarà. Quasi che sotto la fiamma, il roveto sia sbocciato nel Nome. Un Dio che sceglie di stare tra i rovi – un Dio-lampone.

Rovente – e di rovi – rovinosa – è la scrittura di Veronica Tomassini. Che si significhi in una ’poetica’ vuol dire: mostrare le stimmate. Dio non si svela nel roveto: a dire

il vero, comincia lì il suo singolare, drammatico percorso di spogliazione. Comincia col cedere il Nome, finirà per cedere il Corpo – letteralmente, scuoiato, scotennato, creta di cranio spalancata a mo’ di guaito. Cristo-lampone, Cristo-lampa, Cristo sbrindellato.

Concludo con alcune parole di Omar Pedrini in prefazione:

Nelle sue pagine ho ritrovato Lou Reed, le sue figure da vita selvaggia, ma anche i suoni dark e struggenti dei Joy Division, la voce e le parole di Ian Curtis, nello stile colto, raffinato e ricco di citazioni letterarie rammento la New Wave inglese degli anni ad esempio, così decadenti, come se Veronica si fosse abbeverata, o meglio allattata, dal “De Profundis” di Oscar Wilde. Fosse cinema sarebbe Inarritu, quello dei primi film senza speranza, senza futuro, come recita lo slogan più famoso del Punk, così drammaticamente potenti, così disperatamente vivi, nella sensazione che esali l’ultimo respiro, fortunatamente mai, fino in fondo. O la poetica del disincanto di Vincent Gallo nei suoi film. Attraverso le pur poche notizie personali sulla sua vita, a tratti disperata, riconosco, e questo mi duole, la stessa incapacità di amare sé stessa, lei che è amore, che ama così disperatamente sincera, disarmata, da ricordarmi, nella sua poetica, un altro gigante del teatro canzone, il livornese Piero Ciampi, non solo nelle emozioni letterarie, anche nella tendenza talvolta ad autosabotarsi. Non cerca aiuto Veronica Tomassini, ma suscita nel lettore la tentazione di porgerle una mano, un orecchio alle sue parole, che sempre sono definitive. Nelle sue vicende si percepisce la stessa difficoltà a fare i conti con la vita di Dylan Thomas, sento risuonare l’eleganza delle ballate sghembe e potenti di Nick Cave, le figure antiche come la Sicilia, dove non c’è spazio per salvifiche redenzioni, in quegli angoli della mente o meglio dell’anima che ti costringono a fare i conti con la vita, o meglio con la tua coscienza.

Non resta che augurare lunga vita a questo mirabile libro, che non può essere catalogato, inserito, e piallato in alcuna categoria editoriale, ma resta scrittura potentissima, come marchio a fuoco, lingua celeste.

Ilaria Palomba, La Fionda, 06.11.25

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