Non molto tempo fa, in una galassia vicina vicina, Jonny è alle prese con la sua vita da adolescente. Siamo a fine anni Novanta, in una “provincia dell’Impero”, nello specifico a Udine, le cui vie vengono tratteggiate con estrema precisione; il solo istituto Marangoni, dove studia il protagonista Jonny, pare essere un luogo d’invenzione. I ragazzi si danno appuntamento in via Mercatovecchio, ma non sono tanto diversi da quelli della Bologna di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, di Torino nei primi romanzi di Culicchia o della Pavia degli 883. È la generazione di Radiofreccia, il film di Ligabue con Stefano Accorsi. Sono giovani di provincia, ma globalizzati. I modelli culturali vengono da oltreoceano. La musica da ascoltare è il rock americano, più precisamente il grunge, il cui faro più luminoso (o, meglio, più oscuro) sono i Nirvana. Da vero fan, Jonny non è per niente contento quando gli regalano una maglietta della band: se i Nirvana ti piacciono davvero, e capisci i loro testi, vuoi nascondere il tuo viso dietro i capelli lunghi, come fa Kurt Cobain in quella palestra fumosa, non metterti in mostra.
Jonny vive un po’ ai margini delle vite dei suoi amici, vorrebbe avere più successo con le ragazze ed essere più duro di quello che è. La sua insicurezza è idealmente rappresentata dal respiratore per l’asma che tiene sempre in tasca. Poteva diventare un calciatore talentuoso, ma ha dovuto smettere. A scuola va così così, ma non si tira indietro quando c’è da fare la vittima sacrificale per salvare il gruppo. È innamorato perso di Romina, pur immaginandosela «distesa sul letto ad ascoltare musica pessima e a pensare a quell’altra faccia di merda che si era scelta per ragazzo».
Non ci sono ancora i telefonini e bla bla bla, ma le dinamiche tra adolescenti, nella sostanza, non sono granché cambiate. Ieri MTV oggi TikTok; ieri il grunge americano, oggi il rap italiano. La vitalità, l’urgenza e quel senso di incomunicabilità sono rimasti gli stessi.
Tienila sempre carica, edito Transeuropa (2025), è il romanzo d’esordio di Denis Pantanali, libraio classe 1978. Il titolo deriva da un verso, “Always keep it loaded”, di Glorified G dei Pearl Jam. La scrittura di Pantanali è vibrante e vivida, anche se risultano un po’ fastidiosi i refusi e le incongruenze di grafia presenti, cosa che non ti aspetti da una casa editrice come Transeuropa che punta molto sull’estetica ed è nota per la qualità dei testi che propone.
Funziona molto bene la struttura non lineare dei capitoli, e in particolare i flashforward, scritti quasi come flussi di coscienza, riescono a dare quel senso di dramma che Jonny vive internamente anche all’esterno. È piacevole vedere Udine in sottofondo, non come elemento di folklore, ma come luogo dove può essere ambientata una storia così.
I fatti non sono moltissimi e la pistola di Čechov, pur essendo sempre carica, non spara: nevermind. Anzi, meglio così.
Articolo di Gino Gianmarco Stefanel uscito su La nuova base del 24.06.26
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