Recensione di Davide Brullo a Roveto ardente di Veronica Tomassini

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Quando leggo Veronica Tomassini mi vengono in mente due nomi: Veronica Giuliani e Marina Cvetaeva. La prima la folgorante, scandalosa santa vissuta a cavallo tra Sei e Settecento fu costretta, da certi sadici padri confessori, a tenere un diario, ogni giorno; quel regesto di ossessioni e di ispirazioni si riassume nel delirio dell’annichilimento: “O felice niente il quale ci fa aprendere il tutto!”. Nella Giuliani, la scrittura è lotta, meretricio di mutilazioni; catabasi nel sottosuolo del verbo insomma: verbo incarnato. Marina Cvetaeva, la poetessa russa, l’esule, la martire del secolo, era una mistica in pectore, la santa degli stracci. A conclusione di un lungo formulario inviatole da Boris Pasternak nel 1926, per un Dizionario bibliografico degli scrittori del XX secolo la Cvetaeva, ovviamente, si disinteressava del proprio avvenire, non possedeva alcuna avvenenza editoriale, era troppo altro scrive: La vita è per me una stazione, presto partirò, non so per dove. In quel non so dove’ credo si collochi l’opera di Veronica Tomassini, autrice di romanzi spesso sconvolgenti. La Nave di Teseo ha ripubblicato, nel 2024, il possente esordio, Sangue di cane, spesso ferocemente fraintesi dai burattini e dai grizzly col tutù che dominano l’attuale sistema dell’italica editoria. Così, il suo ultimo libro, Roveto ardente (Transeuropa, pagg. 90, euro 12), d’impianto saggistico promette la “Poetica di una vita tra la ferita e la rivelazione” è in realtà una sorta di poema in prosa, è qualcosa di più simile al Catechismo del rivoluzionario di Neaev e al Castello interiore di Teresa d’Avila, che ai saggi, esangui, autoreferenziali, refrattari alla vita, di troppi scrittori odierni, pluripremiati. Nel libro con l’indifferenza dei posseduti Veronica Tommasini mette in dialogo Georges Rouault e David Bowie, Christiane Rochefort autrice dell’allora di successo e dell’ormai negletto Il riposo del guerriero, gli Smiths, Emir Kusturica e Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, uno dei suoi libri-totem. Omar Pedrini, nell’introduzione, scrive che si sente “l’eleganza delle ballate sghembe e potenti di Nick Cave“. Veronica Tomassini ha un concetto cristico della scrittura: al fianco dei reietti, degli sputati, dei massacrati, la scrittura ha il favore e il compito della verità. Da qui, l’essere fuori asse di Veronica rispetto a un’editoria bigotta, supina alla bassa polemica, serva dell’ovvio.

Articolo uscito su Il Giornale del 30.01.26

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