Senza scomodare Gabriele D’Annunzio che alla vigilia della pubblicazione di Giovanni Episcopo avrebbe pronunciato con quel tono enfatico e magniloquente che gli era proprio: “O rinnovarsi o morire”, io credo che ogni autore abbia il diritto/dovere di reinventarsi, di battere nuovi sentieri a livello tematico e stilistico, onde evitare il rischio di cadere in una noiosa ripetitività e di rimanere imbottigliati in un cul de sac. Giovanni Agnoloni, tra gli ingegni più brillanti del nostro tempo, dopo aver affrontato, in qualità di romanziere (non ci dimentichiamo che è anche un abilissimo traduttore), la narrativa distopica (Internet. Cronache della fine), il romanzo psicologico (Viale dei silenzi) e la letteratura odeporica (Le rivelazioni del viaggio), approda con questo romanzo dal titolo ambiguo e profetico, La prossima notte (Transeuropa, 16 €), alla narrativa gialla. Si tratta, però, di un giallo sui generis, a sfondo epico-psicologico, che nasce inaspettato nel cuore di una notte, quando il protagonista Aaron Stewart, centravanti immaginario della Fiorentina del 2010, sente al telefono una voce che era sicuro che non avrebbe più sentito: è la voce del padre dato per morto dieci anni prima. Quello che potrebbe sembrare un semplice escamotage narrativo acquista ben presto tutt’altra valenza. Sarà Charles, infatti, questo il nome del padre di Aaron, non solo l’io narrante ma anche il burattinaio che muoverà uomini e cose. Da questo incipit ex abrupto si sviluppa tutta la vicenda, che ha anche risvolti drammatici, come risulta da alcune vittime di morte violenta. Aaron, seguendo tracce e indicazioni che il padre gli manda via e-mail, ripercorre le tappe della lunga trasferta che la Fiorentina, di cui era massaggiatore, all’indomani del Secondo conflitto mondiale, nel 1946, aveva fatto fino a Palermo. Balza agli occhi immediatamente l’uso originalissimo delle coordinate spazio-temporali: mentre i luoghi vengono descritti in maniera circostanziata ed esatta da Montepulciano a Siena, dal lago di Bolsena a Roma, da Palermo a Monreale, il tempo è tutto interiorizzato, sfumato e indistinto, si accavalla e si confonde, meglio ancora si allunga e si restringe come un elastico. In questo modo l’autore non solo conferisce un’aura misteriosa e ambigua alla vicenda ma attribuisce anche connotazioni epiche al gioco del calcio, che, non diversamente da Osvaldo Soriano e Eduardo Galeano, Giovanni Agnoloni considera come una forma d’arte, e che Pier Paolo Pasolini, a suo tempo, aveva definito l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo per gli entusiasmi e le passioni che era in grado di suscitare, mi riferisco al calcio del passato, fatto di sudore, sangue, amore e …di pochi soldi, “quando in campo si indossavano ancora le magliette di lana, agli allenamenti si andava in bicicletta e gli stipendi erano a misura d’uomo”. Tecnologia, televisione, contratti milionari, tattiche esasperate non avevano ancora inquinato la bellezza e la purezza del gioco del calcio, del gesto tecnico o atletico: di un dribbling ubriacante, di un perfetto tiro a giro, di una veronica o di un assist illuminante. Sotto questo aspetto il romanzo di Giovanni Agnoloni può essere considerato una dichiarazione d’amore nei confronti del calcio in generale e della Fiorentina in particolare. Non ci dimentichiamo che quest’anno ricorre il centenario della fondazione della società di calcio della Fiorentina, non è un caso che in copertina ci sia la foto della tribuna coperta dello stadio comunale, realizzato su progetto di Pier Luigi Nervi nel 1931 e dedicato successivamente ad Artemio Franchi, e che la quarta di copertina, il dorso e il titolo del libro siano di colore viola. Nel romanzo La prossima notte, dedicato a Egisto Pandolfini, giocatore della Viola dal 1944 a 1946 e dal 1948 al 1952, e a Giampiero Masieri, firma storica della redazione sportiva de La Nazione, viene ricordato con orgoglio e un pizzico di nostalgia il primo scudetto della squadra gigliata, sotto la guida tecnica di Fulvio Bernardini, che, all’epoca, fece affidamento sulla forza dirompente di Pecos Bill, al secolo Giuseppe Virgili, sulle magie di Miguel Angel Montuori e di Julinho, e sulla rocciosa e impenetrabile difesa composta da Cervato, Rosetta e Segato, per ottenere risultati strabilianti. Ma torniamo alla vicenda: Aaron, pur essendo diventato un calciatore di buon livello, tanto da catturare l’interesse dell’Inter di Milano, non era soddisfatto di sé né della sua vita, si portava dentro il gelo di un’adolescenza difficile. Per la morte prematura della madre e la scomparsa del padre “si era ritrovato solo come uno straccio bagnato dentro un secchio”, era – possiamo dire, prendendo in prestito il titolo di un bel film di Claude Sautet – “un cuore in inverno”, che neppure la compagnia di Claudia, intraprendente giornalista sportiva, era riuscita a scaldare; anche a livello professionale era in crisi identitaria, voleva arretrare il suo raggio d’azione, giocare più indietro, era stanco probabilmente di mettere a repentaglio le gambe nelle affollate aree di rigore. Il lungo viaggio verso il Sud diventa, pertanto, l’occasione di ritrovare il padre ma anche sé stesso. Accanto ad Aaron, si muovono Ettore, il suo procuratore, “una specie di zio, un vice dalla natura ibrida”, il direttore sportivo della Fiorentina, una vecchietta sempre pronta a origliare, un oste chiacchierone, alcuni malavitosi di origine slava e un gruppetto di comprimari. Questi i personaggi di un giallo costruito sapientemente e scritto in maniera efficace e aderente ai fatti senza inutili divagazioni, come risulta dal brano seguente:
“Poco dopo arrivò in Piazza del Campo. Le tonalità ocra del piastrellato a conchiglia, digradante verso la base della Torre del Mangia, dissiparono del tutto le sue paure del giorno prima. Ciò che di particolare aveva quel posto era che, fin da quando era piccolo, lo faceva sentire nell’ombelico del mondo. Era ancora abbastanza presto, per cui i margini della piazza, con le bancarelle di souvenir, non erano affollatissimi.”
Il meccanismo narrativo, creato da Agnoloni, funziona perfettamente, come un cronografo svizzero, e l’uso di brevi capitoli, vere e proprie sequenze cinematografiche, nonché l’utilizzo del montaggio parallelo o alla Griffith, per rimanere nell’ambito del linguaggio cinematografico, conferiscono al racconto un ritmo serrato e sincopato, mantenendo viva e costante, mediante opportune e calibrate interruzioni, la suspense nel lettore. Libro godibilissimo da “bere” tutto in un sorso.
Articolo uscito su Letteratitudine del 09.03.26
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