Recensione di Vasilis Politis a Crete Fertili di Filomena Di Paola

Transeuropa Edizioni Recensione Recensione di Vasilis Politis a Crete Fertili di Filomena Di Paola

Dublino legge Crete fertili: la voce del filosofo Vasilis Politis.

Nel Simposio di Platone, la saggia Diotima – guida e salvatrice di Socrate nelle questioni d’amore – afferma che l’amore è sospeso tra la nostra vera patria e destinazione, e un altro luogo, estraneo. La prima parte di Crete Fertili, la trilogia poetica di Filomena Shedir Di Paola, è intitolata “Terra di mezzo” ed indica proprio questa condizione sospesa dell’amore. Le ventidue poesie che seguono obbligano il lettore a sperimentare quasi in prima persona la volatilità e la mutevolezza del sentimento amoroso – poiché è evidente che questi versi affondano le radici nell’esperienza vissuta dell’autrice, padroneggiata dalla sua immaginazione e dalla sua mente.

La maestria con cui Filomena intraprende questo viaggio avvincente si rivela già nella prima, brevissima poesia, che in sole quattordici parole dà voce al tema con una precisione quasi metafisica:

“L’amore è la terra di mezzo / fra l’istinto e la negazione / della nostra caducità.”

Ciò che segue nelle poesie successive è una sequenza di immagini potenti, costruite con rigore, che mantengono una vividezza e un’intensità straordinarie nel raccontare una panorama singolare delle molteplici vicissitudini dell’amore.

L’amato è una dimora sacra; l’amore è dolce, esuberante, talvolta dionisiaco e di bruciante sensualità; è il ritorno di ricordi unici e preziosi; è la fonte della nostra vulnerabilità; della nostra libertà e dell’offerta di libertà all’altro; della nostra apertura alla natura; l’unica scintilla nel buio assoluto che ci avvolge in un mondo totalmente indifferente; l’illusione che l’amore esista ancora quando anche l’ultima goccia è svanita; l’amore brutalmente distrutto dal tempo (“Eravamo buccia e polpa, / un solo frutto / e il tempo fu coltello / …”); la consapevolezza dell’invecchiamento e dell’approssimarsi della morte; l’amore come autentica cura di sé, nella solitudine e nella rinuncia alla speranza.

Se tutto ciò può sembrare troppo filosofico – d’altronde sono un filosofo – vi assicuro che si tratta di poesia allo stato puro, come dimostra la seguente straordinaria fusione surreale di immagini:

Dammi ghirlande

di spuma marina

e un boccale

di fiori da bere!

Il sole entra, s’appoggia

sulla lingua

e si mette a cantare.

Nella seconda parte della trilogia, intitolata “Kosmos”, la voce di Filomena si fa seria e animata da un’urgenza sobria. Sebbene queste poesie siano di carattere riflessivo e filosofico, e segnino un chiaro cambio di prospettiva, c’è qualcosa di assolutamente peculiare nel modo in cui Filomena riflette: è la voce dell’urgenza.

Quando le lessi per la prima volta, pensai si trattasse di sententiae, ma sarebbe un fraintendimento; rileggendole, le considerai esortazioni, ma sono un tipo del tutto particolare di esortazioni. Ora riconosco che sono implorazioni, preghiere imploranti, ed è questa la fonte della loro urgenza.

“… — Al microscopio di Dio / questa umanità è stilla di sangue. / Presenta anomalie, lacerazioni, / strane ombre. La cura, / ancora esangue — …”

Le esortazioni sono rivolte a sé stessi, all’amato, a chi ha smarrito la strada, all’intera umanità: implorano a confrontarsi con sé e con il mondo.

Il mondo umano attuale, nelle sue dimensioni politiche ed economiche, appare come un nido di vipere senza speranza, un mondo fuori controllo, votato al consumo e sull’orlo dell’autodistruzione.

Questo confronto richiede una disperazione estrema unita a una speranza altrettanto estrema, e una conoscenza di sé radicale, accompagnata dal coraggio.

Il negatore, colui che ha rinunciato a ciò che veramente conta per questo mondo di illusioni, viene affrontato con durezza e verità. Egli si pentirà fin sul letto di morte:

“E quando arriverai alla fine / dei tuoi giorni non rimpiangerai / che gli anni in cui non hai amato / né vissuto veramente …”

L’affermatore è descritto con altrettanta precisione: il suo è un cammino di evoluzione senza limiti nell’infinito, spinto da un cuore universale e da una coscienza che ama senza riserve:

“… — ma questo è un passo enorme — …”

Per evitare equivoci: non si tratta di un’evoluzione naturale, ma nietzscheana.

In tutto ciò, Filomena intreccia una riflessione rivelatrice su linguaggio e poesia:

“… Si deve essere completezza, innata arte. / Non parola autoreferenziale, non numero o nota sola. / Perché l’uomo, la parola, il numero, / la nota sono congiunzione, rivelazione della cifra / unicamente varia della creazione.”

Il compito della poesia e del linguaggio non è ripiegarsi su sé stessi, come se fossero fini a sé, autoreferenziali e scollegati dal reale, ma rivelare la creazione – ed è proprio a questo che le poesie di Crete Fertili si dedicano.

Il poeta deve avere qualcosa da dire, e Filomena ha qualcosa da dire.

Non c’è dubbio che in questa parte della trilogia la voce di Filomena sia dura, a tratti inesorabile e persino spaventosa; ma, allo stesso tempo, viene offerta la possibilità di redenzione, nei momenti sacri in cui si è fuori dal tempo, nella potenza dello sguardo che cerca, nel calore interiore del cuore e nella terra fertile dell’essere umano.

Le poesie dell’ultima parte della trilogia di Filomena sono profondamente personali. Qui l’autrice parla più spesso in prima persona, a differenza delle sezioni precedenti.

Lei è una figura senza limiti alla ricerca di sé stessa, che si interroga su ciò che è essenzialmente, su quali altre donne avrebbe potuto essere e quali altre strade avrebbe potuto percorrere.

Questo comporta il difendersi metodicamente da paure, ansie e minacce provenienti da un mondo impersonale, estraneo e alienante; comporta il limitarsi allo stretto necessario, per creare uno spazio per sé – l’osservatrice, la testimone, la poeta.

È uno spazio di silenzio, tranquillità, quiete.

La natura è il modello e l’esempio di Filomena:

“Imparo dalla natura, essa è sovrana. / La sua opera continua, senza paura.”

Impone a sé stessa – e a chiunque altro – di osservare la realtà nella sua fusione tra sensibile e immateriale:

“Ascolta l’intangibile / per vedere chiara / la realtà sensibile.”

Ritorna il mare, sempre il mare, come in altre poesie: fonte fedele di spensieratezza e compagnia:

“Così, a breve, se il cielo vuole, / torneremo a nuotare / affogheremo le paure / sui fondali amati, tra i pesci / e le conchiglie / ci riprenderemo le voglie, / ma senza strafare.”

Il mare sorridente ricompare anche quando viene menzionata la Grecia – l’unico luogo concreto citato per nome – in armonia con “la gioia di Dio”.

Abbiamo già visto l’appello di Filomena alla cura di sé; qui si unisce all’appello a prendersi cura di ogni cosa:

“Cosa diventa pioggia, quale dolore, / quale speranza, quale attesa? / Pioverò sulla terra. Avrò riguardo / e premura per ogni cosa.”

È curioso come, in queste poesie, Filomena assuma una prospettiva esterna su sé stessa e sulla propria vita, quasi osservandosi dal di là, come se non fosse più qui:

“La mia vita una nave in partenza / ed io il passeggero che manca.”

La sua anticipazione della propria morte – una morte sorridente, come il mare – conferisce a tutto, in queste straordinarie poesie, una nuova prospettiva:

A letto, ogni sera,

come una necessità quotidiana

poco prima di dormire,

si risveglia

l’immagine della mia morte.

Mi rassicura sorridente

con calma costanza,

non più la nemica

dell’adolescenza, nemmeno

il mostro che graffiò l’infanzia.

Ora mi ritrovo a pensarla

come una casa segreta

e silenziosa

e intanto m’allarga la vita

finalmente sciolta dalla paura

ora che non mi sottrae spazio

e che respira leggera al mio fianco,

candida e pura.

Nota biografica – Prof. Vasilis Politis

Vasilis Politis (Atene, 1963) è professore di Filosofia presso il Trinity College di Dublino, dove insegna dal 1992. Cresciuto tra Grecia, Danimarca e Regno Unito, ha ricevuto una formazione internazionale che lo ha reso trilingue in greco, danese e inglese, con alta competenza anche in italiano, tedesco e francese. Si è formato a Oxford, dove ha conseguito una laurea in Filosofia (BA, 1986), un master (BPhil, 1989) e infine il dottorato (DPhil, 1994). La sua attività accademica si concentra principalmente sulla filosofia antica, con particolare attenzione a Platone e Aristotele. È co-direttore del Trinity Plato Centre, un centro di ricerca di riferimento internazionale per gli studi sul pensiero antico.

Tra le sue pubblicazioni più rilevanti si segnalano:

Plato’s Essentialism. Reinterpreting the Theory of Forms (Cambridge University Press, 2021)

Aristotle and the Metaphysics (Routledge, 2004)

Il saggio “Explanation and Essence in Plato’s Phaedo”, in Definition in Greek Philosophy (Oxford University Press, 2010)

Politis ha pubblicato oltre quaranta articoli peer-reviewed ed è stato visiting professor presso importanti università cinesi (Wuhan, Renmin e Zhejiang). Ha inoltre supervisionato numerosi dottorandi, molti dei quali ora ricoprono incarichi accademici.

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